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Cosa faranno gli Usa in Libia oltre ad additare la Russia pro Haftar?

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Russia nel mirino mediatico degli Stati Uniti per l’aiuto aereo in Libia a sostegno di Haftar. Fatti, commenti e analisi

 

Con una settimana di ritardo, negli Usa è scoppiato il caso dei caccia russi inviati da Vladimir Putin in Libia a rafforzare l’offensiva di Khalifa Haftar e, soprattutto, contrastare la Turchia i cui droni pochi giorni fa hanno fatto strage di sistemi di difesa anti-aerea made in Russia (ma messi a disposizione del Maresciallo dagli Emirati Arabi Uniti).

Con un insolito comunicato diffuso anche via Twitter, il Comando Africano dell’Esercito Usa ha confermato, con tanto di documentazione fotografica, quel che il ministro dell’Interno di Tripoli Fathi Bishaga aveva segnalato la settimana scorsa con una notizia immediatamente rilanciata dai media di mezzo mondo: l’arrivo in Libia in di sei caccia russi MiG 29 e due cacciabombardieri Sukhoi 24 scortati da due Sukhoi 35.

A differenza di quanto comunicato da Bishaga, convinto che i velivoli fossero decollati dalla base siriana di Khmeimim, il Comando Usa riferisce che i caccia sono partiti dalla madrepatria e hanno solo successivamente fatto tappa in Siria dove sarebbero stati ridipinti per camuffarne l’origine russa.

Il vero elemento di novità sta nel passaggio successivo del comunicato, quando si sostiene che gli aerei sono stati inviati in Russia al fine di “fornire sostegno aereo ravvicinato e potenza di fuoco ai (contractors) del Wagner Group”.

“Proprio come li ho visti fare in Siria”, afferma nel comunicato il comandante di Africom, Stephen Townsend, “ora stanno espandendo la propria presenza militare in Africa facendo ricorso a gruppi di mercenari sostenuti dal governo”.

Agli Usa, com’è ovvio, sono perfettamente al corrente da tempo che il Wagner Group opera in Libia e che al Cremlino neghino spudoratamente ogni coinvolgimento. Ora però la pazienza americana è finita con l’invio di quegli “aerei di quarta generazione” che nessuno, oltre a quei mercenari, sa come usare.

“Né (l’Esercito Nazionale Libico di Haftar) né le compagnie private militari possono armare, operare e gestire questi caccia senza il supporto di uno Stato”, tuona Townsend arrivando presto alla conclusione: “Il mondo ha udito Haftar dichiarare di essere pronto a lanciare una nuova campagna aerea. Sarà (una campagna) in cui piloti mercenari russi voleranno su aerei forniti dalla Russia per bombardare i libici”.

Quello dell’Africa Command non è tuttavia un mero ammonimento, ma un allarme bello e buono rivolto in particolare agli europei. A formularlo è il comandante dell’Aviazione Usa in Europa e Africa, generale Jeff Harrigian, convinto che non appena “la Russia avrà conquistato delle basi sulle coste libiche, il passo logico successivo sarà l’installazione permanente di sistemi di interdizione aerea a lungo raggio” che minacceranno il fianco Sud dell’Alleanza Atlantica.

Monta insomma la preoccupazione negli Usa per le mosse russe nel Mediterraneo, anche se un esperto come Arturo Varvelli, direttore dell’ufficio di Roma dell’European Council on Foreign Relations, ritiene improbabile un loro maggiore coinvolgimento nel conflitto.

Se vi è un “protagonismo russo”, è il ragionamento di Varvelli, gli Usa ovviamente “si allertano”, non potendo ignorare le azioni di quello che continua ad essere  “percepita(o) come un rivale politico e militare (…) Ma da qui a pensare che gli Stati Uniti possano intervenire in una maniera che non sia politica siamo abbastanza lontani”.

Varvelli non ha tutti i torti quando afferma che la Libia, per gli Usa, è in questo momento in fondo all’elenco delle priorità. Le ultime azioni significative compiute dalla superpotenza, in un momento peraltro in cui la tensione in Libia era alle stelle – siamo alla fine della settimana scorsa e si erano appena consumate battaglie infuocate sul suolo e nei cieli libici, mentre gli aerei russi erano già partiti alla volta della Libia – sono state una breve telefonata fatta venerdì dal Segretario di Stato Pompeo al premier del GNA Fayez al Sarraj, e un’altra chiamata partita dalla Casa Bianca verso la presidenza turca. Manovre diplomatiche, dunque, e poco più.

Ma l’ultima mossa russa potrebbe cambiare il quadro e innescare la reazione, prima ancora che degli Usa, della Nato. Questo almeno è quanto preconizza Umberto Profazio, analista presso il Nato Defence College Foundation, convinto che la macchina organizzativa dell’Alleanza non  possa restare inerte dinanzi alla prospettiva di sistemi di interdizione russi sulle coste libiche.

Cosa potrà fare la Nato, se mai verrà schierata, dipende naturalmente da vari fattori, non ultimo l’andamento dell’imminente guerra aerea minacciata dagli haftariani.

Lo scenario più catastrofico, ossia la deflagrazione di un conflitto in stile siriano, procurerebbe per Profazio non pochi grattacapi “vista anche l’imprevedibilità dei proxy locali e la difficoltà a tenerli sotto controllo”. Per quanto i loro sponsor a Mosca ed Ankara si possano adoperare per contenerne i bollenti spiriti, è chiaro che un intervento Nato in un contesto di guerra di tutti contro tutti è l’ultima eventualità che i leader dell’Alleanza saranno disposti a contemplare.

Secondo Profazio tuttavia esiste una prospettiva più “ottimista” e prevede “lo spostamento dei Mig, dei Sukhoi e dei mercenari russi della Wagner a Jufra per congelare il fonte e fare in modo che si avvii una trattativa di pace con il coinvolgimento di russi e turchi”.

Sebbene anche tale scenario non sia scevro da rischi (“si tratta in ogni caso di indirizzare la dinamica del conflitto verso una partizione della Libia tra est e ovest”, afferma Profazio) consentirebbe se non altro di arrestare sul nascere un nuovo e sicuro bagno di sangue e dare un’altra chance alla diplomazia.

Da questo punto di vista, spetta agli alleati occidentali farsi trovare pronti per propiziare una trattativa e addivenire alla tanto chiacchierata ma sempre più chimerica soluzione politica al caos libico. E qui è Varvelli ad ammonire la Nato ricordando quanto sia importante che “resti compatta”.

Il pensiero di Varvelli va in particolare alla Francia. Dopo aver giocato una partita tutta propria in Libia, salvo defilarsi in modo alquanto sospetto negli ultimi mesi, Parigi ha incassato un risultato più che simbolico con l’accoglimento di tutte le sue riserve sulla missione “Irini” appena lanciata dall’Ue.

Il suo placet, dunque, sarà una condicio sine qua non per ogni soluzione alla situazione libica. Altrimenti, oltre al caos alle nostre porte, ci ritroveremo a gestire una nuova crisi entro un’Alleanza Atlantica già sotto pressione da mille direzioni.

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