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Cosa fanno Google, Facebook, Amazon e Microsoft per essere verdi

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ALPHABET

Malgrado le principali aziende tecnologiche puntino molto sul rispetto dell’ambiente, Google, Facebook, Amazon e Microsoft sono nel mirino dei sostenitori del clima

Gli ultimi tempi hanno messo in chiaro una cosa: la Big Tech stanno diventando sempre più ‘verdi’ ma questo non le tiene fuori dal mirino dei sostenitori del clima.

Secondo quanto ricostruisce Axios, gli ultimi dati riferiti alle performance dello scorso anno, evidenziano come Google sia stata l’azienda leader nel mondo per gli acquisti di energia rinnovabile, firmando contratti per 2,7 gigawatt di capacità, scrive Ben Geman di Axios.

L’ANALISI BNEF

I successivi 3 maggiori acquirenti sono stati Facebook, Amazon e Microsoft, secondo il report reso pubblico da BloombergNEF. In sostanza, commenta Geman, questi dati rappresentano “la prova definitiva del fatto che i giganti della tecnologia stanno agendo in modo aggressivo sul clima e sull’energia pulita”.

Questo mese, addirittura, Microsoft ha lanciato una serie di nuove iniziative – tra cui l’impegno di essere carbon-negative entro il 2030 – mentre Amazon ha annunciato un rafforzamento dei suoi piani ‘verdi’ alla fine del 2019.

Tuttavia, scrive Axios, “anche se le principali aziende tecnologiche hanno ambizioni ecologiche importanti, si trovano comunque ad affrontare pressioni sempre più forti per fare un passo ulteriore, specialmente quando si tratta dei loro prodotti e dei loro clienti.

SI PUNTA IL DITO CONTRO YOUTUBE

La rappresentante democratica Kathy Castor, a capo del Comitato per la crisi climatica Usa, ha esortato Google questa settimana a limitare le false informazioni sul clima che provengono da YouTube. La Castor, in particolare, ha chiesto che vengano presi provvedimenti, tra cui: la rimozione di video su ”negazione” e “disinformazione” climatica dall’algoritmo dei raccomandati di YouTube; e di non permettere più agli utenti di monetizzare attraverso i video che “promuovono dannose disinformazioni e falsità” sul clima.

La lettera di Castor cita anche un rapporto di questo mese diffuso dal gruppo di attivisti Avaaz che sostiene che YouTube stia “spingendo milioni di persone a guardare ogni giorno video di disinformazione sul clima”. La prova, sostiene Ben Geman di Axios, è data dal fatto che quando gli utenti cercano “riscaldamento globale”, il 16% dei primi 100 “video correlati” nella rubrica “up next” riguarda temi sulla disinformazione climatica

Un altro tema è il fatto che “i grandi marchi spesso non sono consapevoli del fatto che i loro annunci pubblicitari vengono pubblicati su questi video”.

Un portavoce di YouTube ha affermato che l’azienda ha “investito in modo significativo nella riduzione delle raccomandazioni di contenuti borderline, nel taglio della disinformazione dannosa, e nell’innalzamento delle voci autorevoli”. Il portavoce ha anche aggiunto che le politiche pubblicitarie di YouTube danno agli inserzionisti “strumenti per rinunciare a contenuti che non sono in linea con il loro marchio”.

LA RIVOLTA DEI DIPENDENTI AMAZON

Stesso discorso anche per quanto riguarda Amazon dove centinaia di dipendenti, sfidando le regole della comunicazione, hanno messo i loro nomi su dichiarazioni che criticano le politiche dell’azienda guidata da Jeff Bezos sul clima. In sostanza, ha evidenziato Ben Geman di Axios, “Amazon si unisce a Google e Microsoft per le critiche che arrivano da parte degli stessi dipendenti oltre che dall’esterno – tra loro si annovera il senatore Bernie Sanders – per aver offerto sofisticati servizi informatici su misura per aiutare le compagnie petrolifere a valutare l’estrazione di risorse”. E quindi, malgrado tali aziende abbiano dei programmi e degli obiettivi sul clima “tra i più aggressivi” a livello privato, “ciò non li esenta da critiche”.

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