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Cosa fa il Piemonte per aumentare il numero dei tamponi e recuperare il ritardo

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Piemonte tamponi emergenza covid-19

Che cosa succede in Piemonte sul Coronavirus e come si muove la Regione sui tamponi. L’articolo di Enrico Martial

In Piemonte la pressione degli esperti e dei medici per aumentare il numero dei tamponi ha dato vita a una nuova strategia per aumentare la capacità di analisi Covid-19 dei pazienti, del personale sanitario, e delle persone a rischio di contagio: vengono progressivamente mobilitati venti laboratori.

In Piemonte entrano così in gioco l’Istituto zooprofilattico sperimentale di Torino (struttura partecipata anche dalla Regione Valle d’Aosta, che attraversa una crisi nella refertazione Covid-19), l’Istituto per ricerca di Candiolo specializzato in oncologia (IRRCS), il Centro Regionale Antidoping del Piemonte, nato nel 2004 in occasione delle Olimpiadi invernali, l’Ospedale Mauriziano (che ha iniziato lunedì 23 marzo ma è presto rimasto senza reagenti), i laboratori degli ospedali di Cuneo, Alessandria, e Novara, Orbassano, Rivoli, Biella e vari altri, per giungere a un totale di una ventina.

La capacità di analisi attuale ha raggiunto il massimo della sua capacità: soltanto l’ospedale Amedeo di Savoia e dalle Molinette svolgevano le analisi sui prelievi Covid-19.

I problemi ci sono: troppe domande, necessità di limitarsi ai soli pazienti gravi, incapacità di assicurare gli esiti che vengono richiesti dagli ospedali di provincia, mancanza di materiali e di reagenti.

L’assessore piemontese alla Salute Luigi Icardi il 19 marzo aveva smentito la carenza di reagenti, ma il problema era riemerso nelle dichiarazioni della stessa protezione civile piemontese e da vari medici e ospedali.

L’Unità di crisi per l’emergenza sanitaria del Piemonte, che ha sede presso la Protezione civile di Corso Marche a Torino, ha quindi deciso di allargare il numero dei laboratori impegnati. Si segue il modello degli altri Paesi europei: da settimane in Francia sono stati autorizzati vari laboratori pubblici e privati a dare un contributo alla battaglia di conoscenza e analisi.

Gli estrattori – cioè le macchine per l’analisi dei tamponi – in vari casi erano già disponibili, ed è stato necessario adattarli alla ricerca Covid-19, mentre le aree di lavoro sono di solito già classificate con livello di biosicurezza 2 (come molti ospedali) o 3 (come altri ospedali e l’Istituto zooprofilattico).

La DiaSorin di Saluggia, in provincia di Vercelli, dovrebbe immettere sul mercato entro pochi giorni anche le nuove macchine più rapide per la diagnostica Covid-19.  Ad Alessandria dovrebbe anche entrare in funzione un estrattore della Roche, a grande capacità – fino a mille tamponi al giorno – che però è indicato come “sperimentale”.

Come il Friuli e il Veneto, anche il Piemonte cerca di organizzare autonomamente le proprie filiere di approvvigionamento, per ovviare ai problemi nazional, anche logistici.

Per quanto riguarda i reagenti, il Piemonte ha mobilitato diverse aziende, per essere in grado di coprire autonomamente i fabbisogni della ventina di laboratori regionali, anche tenuto conto della diversità degli estrattori e dei tipi di prodotti necessari.

L’Arpa del Piemonte dovrebbe contribuire con propri estrattori, ma ha già inviato i propri biologi, chimici e tecnici a supportare i laboratori degli ospedali di Alessandria, Cuneo, Torino. I quattro laboratori Arpa del Piemonte stanno inoltre producendo una quota del liquido igienizzante necessario ai vari soggetti impegnati, dagli operatori sanitari, ai Comuni, alla protezione civile, alle forze dell’ordine. Le materie prime sono ottenute in collaborazione con varie aziende piemontesi del settore.

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