Caro direttore,
i grandi quotidiani, si sa, sono come i grandi partiti di una volta, con le loro correnti, le loro voci interne dissonanti. Non ti sarà per esempio sfuggito che per una Milena Gabanelli che nelle sue inchieste del lunedì (quelle che, per intenderci, recita pure nell’edizione serale del TgLa7 apparendo puntualmente stizzita di fronte ai siparietti di Mentana) lamentava che “429 imprese italiane sono passate in mani straniere in un anno” chiedendosi “cosa succede al Made in Italy” quest’oggi le pagine economiche di via Solferino propongono ben due pagine dedicate a quegli imprenditori eroici che stanno riportando i marchi entro i confini nazionali.
Cerchiobottismo classico del Corriere o c’è dell’altro?
Vedi, direttore, l’inchiesta – puntuale e dettagliata – di Milena Gabanelli in sé non se la prendeva tanto con gli imprenditori che cedono a gruppi o – più spesso – ai fondi, quanto con l’inerzia del ministero del Made in Italy (reo di non tutelare, secondo la firma del quotidiano di Urbano Cairo, il made in Italy) di Adolfo Urso e con l’assenza di piani industriali ad hoc. Il report sottolineava come in Italia si continui a pagare il 30 per cento in più l’energia, mentre il governo di recente abbia tagliato sia i fondi automotive (8,7 miliardi di fatto più che dimezzati) sia Transizione 5.0 (passati da 6,3 miliardi a 2,7 e già esauriti).
Insomma, fare impresa in Italia è un atto eroico. Rimanerci è puro stoicismo.
Da qui probabilmente l’incensata a doppia pagina per coloro che “hanno investito 2 miliardi per riportare sotto proprietà italiana marchi storici, nati in Italia e poi acquisiti da multinazionali estere. E nello stesso tempo hanno impegnato circa 9 miliardi per fare shopping sui mercati internazionali con uno sforzo complessivo da 11 miliardi in tre anni” scrive quest’oggi il Corriere nel supplemento economico del lunedì – presentando l’indagine commissionata a Kpmg.
Applausi per Giovanni Ferrero che da Alba è persino andato oltre e ha acquistato i cereali americani Kellogg’s come pure per Lorenzo Bertelli, presidente di Versace tornato italiano dopo la parentesi in Prada. “L’imprenditore Paolo Merloni, presidente esecutivo di Ariston, ha rafforzato la massa critica del gruppo indicando chiaramente che tante imprese del tessuto nazionale non hanno timori e sono molto vitali. Il gruppo marchigiano ha voluto imprimere una crescita accelerata a colpi di acquisizioni con l’integrazione delle nuove realtà. L’Operazione ha ricondotto sotto il controllo italiano uno degli asset storici della termomeccanica”. Pacche sulle spalle anche a Massimo Carraro, presidente di Morellato, che ha comprato le attività italiane degli orologi Usa Fossil e a Leonardo Bagnoli di Sammontana che ha acquisito Forno d’Asolo strappandolo ai britannici.
Certo, non nego che questo seguito dell’inchiesta di Milena Gabanelli può avere più chiavi di lettura: è un modo per tamponarla, maligneranno alcuni, oppure – come sostengo io – è un modo per far vedere che c’è una industria che resiste, nonostante tutto e nonostante l’inerzia di governo e Parlamento?
Un saluto,
Francis Walsingham





