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Coronavirus in Spagna, quali saranno gli effetti economici?

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In Spagna sul Coronavirus non c’è panico né divisione (per il momento) tra governo centrale e governi regionali, non vi sono troppi di timori per il futuro. L’intervento di Marco Bolognini, socio fondatore dello studio Maio Legal ed editorialista di Expansion

Probabilmente le statistiche di Google ed un po’ di sociologia spicciola potrebbero confermare questa facile teoria: Coronavirus e PIL (PIB, in spagnolo) sono oggi tra i termini più gettonati nel famoso motore di ricerca, almeno tra le fasce sociali produttive e – più nello specifico – tra gli analisti di mercato impegnati in terra iberica.

In periodi di incertezza economica e di saturazione numerica, si sa che la roulette degli indici riempie le prime pagine dei giornali. La crescita spagnola, oscillante secondo le previsioni tra l’1,6 e l’1,8% per il 2020, oggi sembra a rischio a causa dell’ormai arci-conosciuto virus.

È un dato di fatto che anche in Spagna si stanno cominciando ad occupare (ma non a saturare) i letti d’ospedale, mentre invece cominciano a svuotarsi gli hotel in determinate zone turistiche.

Allo stesso tempo, anche i centri logistici di immagazzinamento e deposito stanno iniziando a soffrire i primi sintomi del coronavirus: stentano ad arrivare i rifornimenti, i concessionari automobilistici consigliano l’acquisto di auto in stock onde evitare ritardi sine die per le consegne di auto ancora in produzione, i cargo nei porti vengono trattenuti in quarantena a seconda del luogo di provenienza.

Se è pur vero che non esiste, in questo momento, un “anatema sanitario” sui prodotti spagnoli, è però altrettanto indiscutibile il fatto che l’attività turistica e anche quella industriale stanno accusando un leggero ma inesorabile rallentamento.

Agli avvocati vengono richiesti sforzi interpretativi aggiuntivi circa il concetto di “forza maggiore” per poter giustificare recessi anticipati, cancellazioni, inottemperanza di obblighi vari.

In un quadro siffatto, persiste però una certa austerità, anche nella comunicazione, che è caratteristica molto spagnola, nel bene e nel male.

Per il momento, infatti, né il governo centrale né i governi regionali delle Comunidades Autónomas hanno reagito in maniera scomposta: non sono state prese misure eccessivamente drastiche che avrebbero potuto allarmare la popolazione od i mercati esteri.

Questa situazione così singolare, che vede – da un lato – una grande prudenza comunicativa a livello ufficiale in Spagna e, per contro, l’allarmismo diffuso nel resto d’Europa (con alcune eccezioni), produce – anche sul tessuto economico – un effetto piuttosto surrealista.

Non c’è panico né divisione (per il momento) tra Governo centrale e governi regionali, non vi sono grandi dosi di timori per il futuro. Chi può (e chi deve) tocca la Borsa con le pinze, ma non si cade nella trappola della nevrosi collettiva.

Se questo scenario sia simile a quello dell’Aereo più pazzo del mondo (dal “no panic” iniziale del comandante fino al suo definitivo “ok, panic!”) lo sapremo solo vivendo.

Di sicuro sappiamo, ad esempio, che la Comunidad di Madrid continua a crescere oltre le stime di crescita a livello spagnolo, ricevendo investimenti stranieri e nazionali che paiono impermeabili al fattore coronavirus.

Ove intervenisse un’emergenza sanitaria, probabilmente dovremmo ritoccare queste riflessioni per raccontare una storia diversa.

Ma chi vuole oggi fornire un quadro realistico sull’impatto del coronavirus nella terra di Cervantes, deve sicuramente sottolineare la sostanziale tranquillità che – per il momento – accompagna gli spagnoli e l’economia del Paese.

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