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Coronavirus, la classe dirigente e il Titanic. Il pensiero di Ocone

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La cosa più impressionante della situazione pubblica italiana in questi giorni di disfacimento di un mondo è la mancanza di quel “senso tragico della vita” che dovrebbe accompagnarci in ogni momento della nostra precaria esistenza. A maggior ragione in momenti drammatici, o in una vera e propria situazione-limite come quella che stiamo vivendo. Quel sentimento non lo si vede nella classe dirigente di questo Paese. E, con rispetto parlando, non è dato vederlo nemmeno nell’autorità morale di Oltretevere.

Una vera e propria débacle morale, prima ancora che politica, economica, sociale. Sia beninteso, qui non si intende dire che non si possa essere leggeri e anche ridere, anche in questi momenti. Ma c’è il riso che nasce dal dolore, o comunque dalla consapevolezza del nesso che lega nella vita i poli contrari e inconciliabili di cui essa si compone (è questo etimologicamente il significato di “tragedia”), e c’è la leggerezza beota di chi è come spiazzato dal conto che la vita gli sta presentando.

Spesso noi ricordiamo, giustamente ammirati, lo storico discorso che Winston Churchill tenne ai sudditi di Sua Maestà nel 1940 per convincerli a resistere alla furia nazista. Ma quale era il segreto di quel discorso se non sapere guardare in faccia alla realtà e dire severe parole di verità al popolo inglese?

Sono le parole che non si sentono in questi giorni da una buona fetta della nostra classe dirigente, direi quasi da tutta. La retorica del “torneremo ad abbracciarci”, o del “ce la faremo”, può essere consolatoia, ma è troppo a buon mercato. E, soprattutto, è moralmente disonesta o improvvida.

Certo, potremmo farcela, ma questo è il momento non di abbracciarci, se anche potessimo, ma di tirar fuori tutte le nostre energie morali in uno sforzo titanico ove nulla è garantito e tutto va conquistato. Sono queste parole di verità che sono mancate e mancano,

Si è detto, nemmeno un mese fa, che era tutto “sotto controllo”, ma in base a quali dati? E perché non sentire l’esigenza oggi di fare almeno un po’ di autocritica? Si può avere ragione sempre, a prescindere, anche nel torto? E si può pensare in ogni momento a come vincere politicamente la partita, pensando al dopo, nel giorno in cui sta crollando lo stesso campo da gioco?

Una mancanza di serietà assoluta, una diffusa irresponsabilità. L’orchestra suona la solita musica, e il Titanic sta per affondare.

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