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G20 e Cop26, tutte le illusioni asiatiche sull’energia

Gli obiettivi di India, Cina e Paesi del Sud-est asiatico sul clima non possono essere convergenti con Usa e Ue. Ecco perché. L’analisi di Giuseppe Gagliano

 

Diverse sono le illusioni che sono emerse ad un occhio attento dal recente G20 di Roma, a cominciare dalla convinzione che le economie del Sud-est asiatico dovrebbero seguire la strada dell’Europa. Così come l’India alla Cop26 ha smorzato tutti gli entusiasmi al G20 dicendo che si impegna solo entro il 2070 alle emissioni zero.

Se infatti diamo uno sguardo, seppur breve e necessariamente sintetico, ad alcune di esse, vedremo che la situazione è profondamente complessa e articolata.

Le economie del Sud-est asiatico stanno crescendo rapidamente e gli investimenti in infrastrutture energetiche per alimentare tale crescita stanno correndo per tenere il passo.

Nel 2018 Filippine, Thailandia, Vietnam, Malesia e Indonesia avevano un PIL combinato di 2,5 trilioni di dollari e generato 939.803 GWh di elettricità. La Banca asiatica di sviluppo stima che, dal 2016 al 2030, la regione assorbirà 14,7 trilioni di dollari di investimenti in infrastrutture energetiche.

Investitori privati governi stanno gettando le basi ora per i sistemi energetici che dureranno per decenni, e le scelte che faranno determineranno se queste economie in rapida crescita vengono bloccate in impronte ad alto tenore di carbonio o se possono perfezionare la transizione verso modelli più sostenibili di governance energetica. Coloro che cercano una bacchetta magica che possa influenzare questa transizione, come una tassa sul carbone, rischiano di essere delusi. Il Sud-est asiatico è una regione ampia e diversificata e gli approcci unici avranno una trazione limitata.

Finché gli stati del Sud-est asiatico potranno controllare i propri destini energetici, soluzioni basate sul mercato come tasse o sussidi progettati per spingerli verso le energie rinnovabili saranno una motivazione debole. Molti paesi hanno trascorso decenni a costruire grandi e potenti settori economici intorno all’esplorazione, all’estrazione, al consumo e all’esportazione di combustibili fossili, e questo non può essere spazzato via da un giorno all’ altro.

Per esempio Thailandia e Vietnam hanno guidato il gruppo nel Sud-est asiatico quando si tratta di energie rinnovabili, liberalizzando gradualmente i mercati dell’energia e cercando di dare al capitale privato un ruolo più importante nel settore. Tuttavia, questi cambiamenti non si sono verificati nel vuoto. In Thailandia, la classe politica e altri gruppi di interesse hanno iniziato a prendere sul serio le riforme quando l’approvvigionamento domestico di combustibili fossili ha iniziato a prosciugarsi. La produzione interna thailandese di gas naturale, la sua più grande risorsa di combustibili fossili, ha raggiunto il picco nel 2014 e successivamente l’onboarding di fonti rinnovabili come il solare è aumentato a un ritmo molto più rapido.

In altre parole, quando la capacità dello stato di determinare il proprio destino energetico attraverso il controllo e l’estrazione di combustibili fossili ha iniziato a diminuire, è allora che la Thailandia ha scelto  le energie rinnovabili.

Al contrario, l’Indonesia ha ancora notevoli riserve di combustibili fossili, che alimentano i mercati interni, guidano le esportazioni, forniscono entrate per il governo e sostengono una rete di potenti interessi. I funzionari indonesiani sono meno motivati a modificare lo status quo, e questo deve essere riconosciuto e contabilizzato in qualsiasi discussione su una transizione energetica pulita. In realtà, se lo guardiamo puramente in termini di interesse personale razionale e massimizzante dell’utilità, ha perfettamente senso economico per l’Indonesia continuare a costruire centrali elettriche a carbone perché può garantire un approvvigionamento economico di carbone domestico per molti anni a venire, anche se i prezzi del mercato globale iniziano a salire. Le riserve di petrolio e gas sono diminuite, ma la produzione interna è ancora sostanziale. La porta è ancora più spalancata sul carbone, poiché  l’Indonesia produce 563,7 milioni di tonnellate nel 2020, il 72 per cento delle quali è stato esportato e il resto utilizzato per il consumo interno, per lo più nelle centrali elettriche. Il Ministero dell’Energia stima che le riserve di carbone verificate dell’Indonesia siano 25,8 miliardi di tonnellate, quindi se continuano a estrarre 500 milioni di tonnellate all’anno, le riserve esistenti non saranno esaurite per un altro mezzo secolo.

Ma da cosa nasce questa illusione? Come sottolinea The National Interest, nasce da una interpretazione che dal punto di vista geopolitico è nota come il nome di liberalismo internazionale, in base alla quale attraverso la cooperazione, il mutuo vantaggio e le organizzazioni internazionali è possibile risolvere i problemi del mondo garantendo un’adeguata governance di carattere globale.NI trattati come protocollo di Kyoto oppure l’accordo di Parigi dimostrerebbero in modo eloquente la legittimità di questa interpretazione .

Ma se guardiamo agli interessi reali delle potenze, le cose sono profondamente diverse: gran parte dei paesi del Sud-est asiatico, ma anche la Cina e la Russia non vogliono decarbonizzare perché considerano l’aumento delle emissioni come perfettamente congruente al loro interesse di crescita e di potenza economica. Piaccia o meno, i cambiamenti climatici potrebbero determinare dei grandi vantaggi non tanto per l’Europa o per gli Stati Uniti ma per la Cina, dove lo scioglimento del ghiaccio dell’oceano Artico potrebbe aprire rotte commerciali certamente migliori; oppure i cambiamenti climatici potrebbero favorire la Russia, o meglio il suo estremo oriente, che potrebbe diventare un vero e proprio polo industriale. O ancora il Canada, che potrebbe essere favorito dai cambiamenti climatici dove l’accesso all’acqua dolce e ai combustibili fossili potrebbe trasformarlo in una vera e propria potenza globale.

Insomma, presumere che paesi come la Russia, la Cina e in generale i paesi del Sud-est asiatico abbraccino la decarbonizzazione è un’illusione. Alcuni di essi infatti, proprio grazie all’uso di combustibili fossili, sono riusciti a passare dalla povertà alla ricchezza. Proprio questo divario enorme tra il primo mondo e il terzo mondo ha fermato per vent’anni qualsiasi possibilità di cambiare realmente la situazione nelle scelte climatiche.

Un esempio: possiamo davvero aspettarci realisticamente che la Russia fermi la produzione di gas quando proprio attraverso il gas e il petrolio è in grado di esercitare un’influenza enorme in Europa e non solo? Per la Russia, infatti, i combustibili fossi rimangono una risorsa fondamentale poiché costituiscono oltre un terzo delle esportazioni e forniscono quasi il 90% della loro capacità energetica. Ed ancora: l’Egitto, la Turchia e la Grecia non sono alla perenne ricerca di risorse petrolifere e di gas? E ancora: la Cina non ha una fame inesauribile  di risorse petrolifere e di risorse idroelettriche attraverso la costruzione di dighe che hanno una enorme impatto ambientale? E gli stessi Stati Uniti non sono in fortissima competizione con la Russia attraverso il GNL?

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