Mondo

Convergenze e divergenze commerciali fra Ue e Usa

di

recovery plan

L’analisi di Gianfranco Polillo

Qualcosa comincia a muoversi, nel dibattito di politica economica, in vista del dopo Covid. Ottimismo benedetto e consapevolezza che questa cupezza, dovuta alla persistenza della pandemia, prima o poi, finirà. E quindi si dovrà tornare ad una vita normale, da far rinascere sulle macerie di un passato da dimenticare. Ma come ha esortato lo stesso presidente del Consiglio, Mario Draghi, nel suo discorso d’investitura, non sarà come riaccendere la luce. Il mondo che apparirà di fronte ai nostri occhi sarà profondamente diverso da quello che abbiamo lasciato alle nostre spalle.

Ed allora è bene, come ha fatto Lucrezia Reichlin, dalle pagine del Corriere della sera, cominciare a discutere. Per fornire a chi dovrà poi decidere argomenti e suggestioni in vista di un confronto a livello europeo, che tutto sarà meno che scontato. Ancora una volta, infatti, emergeranno valutazioni diverse, frutto di atteggiamenti culturali consolidati. Riflesso non solo della storia di ciascun Paese, ma degli interessi che ciascun Paese, com’è giusto che sia, vorrà difendere.

Certe critiche pregiudiziali contro il cosiddetto “sovranismo” fanno sorridere. Nella storia europea la ragion di Stato è stata sempre una componente fondamentale del suo divenire. Sovranisti sono stati i francesi, i tedeschi, gli spagnoli, gli inglesi e via dicendo. Il che non ha poi impedito di ricercare le necessarie mediazioni per tenere insieme una prospettiva nazionale ed una visione più ampia. In definitiva un rapporto complicato. A volte segnato dal prevalere degli interessi più forti, altre volte da una visione più comunitaria. Dinamiche che hanno impresso alla storia europea quell’andamento oscillante, che tutti conosciamo.

Il dopo Covid segnerà, comunque, una tappa importante. In quella fase si getteranno le basi di un processo destinato a durare nel tempo. Essenziale, quindi, non sbagliare, per non ripetere gli errori del passato e le successive inutili lacrime da coccodrillo, come avvenne per la Grecia. Per l’Italia una sfida impegnativa, che nasce dalla sua particolare collocazione: l’essere il Paese con più alto debito pubblico ed il più basso tasso di crescita, fin dalla nascita dell’euro. Una combinazione micidiale da neutralizzare quanto prima per poter ancora continuare a sperare.

Nello schema interpretativo, proposto dalla Reichlin, si parte dalla situazione internazionale. Gli Usa hanno già deciso di investire 1 trilione di dollari, per sostenere, nel tempo, il ciclo e facilitare le conversioni produttive, che si renderanno necessarie. È, infatti, evidente che se non vi fosse il traino della domanda ogni cosa risulterebbe più difficile, se non addirittura impossibile. Il maggior limite della politica economica italiana, dopo la stretta di Mario Monti, fu quella del mancato rilancio della domanda interna, che impedí ogni resilienza, che non si limitasse alla componente estera. Per definizione fuori dal perimetro delle possibili scelte governative.

Se l’Europa non seguisse gli Usa, fa notare la Reichlin, la prima conseguenza sarebbe l’ulteriore disallineamento delle rispettive bilance dei pagamenti: deficit da parte americana, surplus da parte europea. Ed il rapporto dollaro-euro costretto in un gioco di tira e molla. In un anno il dollaro, nei confronti dell’euro, si è svalutato del 12 per cento. Nonostante ciò e le complicazioni che questo andamento determina sui mercati finanziari, il deficit delle partite correnti della bilancia dei pagamenti americana è rimasto elevato: pari 2,1 per cento, secondo le valutazioni del Fondo monetario. Mentre il surplus europeo è stato pari al 2,8 per cento.

Sotto la presidenza di Donald Trump questa divergenza è stata una delle cause non secondarie che ha contribuito al mito di “America first”. Dando sostanza economica ad una politica isolazionista, in aperto contrasto con il tradizionale multilateralismo, della più autentica tradizione americana. Il passaggio del testimone, a favore di Joe Biden, migliorerà il clima, ma non fino al punto di consentire all’Amministrazione di trascurare il problema dello svantaggio competitivo che questa situazione è destinata ad alimentare. Dovrebbe essere, pertanto, interesse dell’Europa intervenire, prima che nasca un contenzioso difficile da dirimere.

È anche interesse dell’Italia? Secondo le ultime stime europee, il surplus dell’Eurozona per il 2021 sarà pari a 312 miliardi di euro. La somma delle poste attive, relative a 10 Paesi, sarà di circa 398 miliardi, mentre quelle passive (9 Paesi) a 85 miliardi. La parte del leone spetterà ovviamente alla Germania, con un surplus pari a 230 miliardi, il 58 per cento circa del totale. Sul fronte opposto, invece, il deficit peggiore sarà quello francese, con uno squilibrio di oltre 67 miliardi, pari al 78 per cento di tutte le esposizioni debitorie.

L’Italia sarà il terzo creditore nei confronti dell’estero, dopo Germania ed Olanda, per un controvalore di oltre 52 miliardi ed una percentuale pari al 13,2 per cento del totale. In compenso, sempre per il 2021, il tasso di disoccupazione, previsto per la Germania e l’Olanda è rispettivamente pari al 4 e al 6,4 per cento. Mentre in Italia arriverà all’11,6 per cento. Sorprende solo che le organizzazioni sindacali non abbiano fatto ancora sentire la loro voce di denuncia. Il paradosso italiano è evidente: al terzo posto dell’Eurozona sia come esportatore netto che come livello di disoccupazione. Eredità della dissennata politica economica finora perseguita. Caro Landini, se ancora ci sei, prova a battere un colpo.

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