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Conte si sta incartando?

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Giuseppe Conte ha affibbiato al suo governo un aggettivo galeotto — irreversibile — per inserirsi nel dibattito apertosi fra i grillini dopo la sconfitta umbra. I Graffi di Damato 

Forse a causa della recente immersione nella storia della Dc commemorando ad Avellino il centenario della nascita di Fiorentino Sullo di fronte a Ciriaco De Mita ed altri della vecchia, residua nomenklatura democristiana, Giuseppe Conte ha adottato un aggettivo galeotto per inserirsi nel dibattito apertosi fra i grillini, ma non solo al loro interno, dopo il fiasco elettorale della maggioranza giallorossa in Umbria.

Mentre Luigi Di Maio, facendo retrocedere l’”elevato” Beppe Grillo dalla battuta minimalista del “Pensavo peggio”, ha bloccato il processo di trasferimento della formula nazionale di governo in periferia, nel timore non infondato — credo — di ridurre anche altrove il movimento delle 5 stelle a una sola cifra, il presidente del Consiglio ha invocato il carattere ormai “irreversibile” dell’alleanza che gli ha permesso di realizzare il suo secondo governo.

Irreversibile fu l’aggettivo usato anche da Aldo Moro — cui il corregionale Conte più volte ha confessato di volersi ispirare, pur essendo arrivato dov’è per volontà e spinta di un movimento nel quale ben difficilmente avrebbe potuto riconoscersi il compianto statista pugliese — per difendere il centrosinistra negli anni Settanta da quanti nella Dc volevano abbandonarlo o solo sospenderlo per le pressioni dei socialisti verso i cosiddetti “equilibri più avanzati”. Che avrebbero dovuto svilupparsi in direzione del Pci anche per contenuti programmatici, oltre che per ragioni di schieramento.

Nella teorizzazione della irreversibilità del centrosinistra, quando peraltro ne aveva già perso la guida per lo sfratto da Palazzo Chigi voluto dai “dorotei” di Mariano Rumor, che pure aveva coniato per sé, succedendogli, la formula dello stesso centrosinistra “più aperto e coraggioso”, Moro si scontrò con Amintore Fanfani, l’altro “cavallo di razza” della Dc. Che dalla Presidenza del Senato, dove si era attestato per meglio scalare il Quirinale mancandolo lo stesso alla fine del 1971, obiettò praticamente che in politica vale il mai dire mai: neppure alla possibilità di un passo indietro o di una pausa.

Fanfani, pur perdendo le elezioni presidenziali a vantaggio di Giovanni Leone, vinse la battaglia contro la “irreversibilità”, per nulla trattenuto dal fatto che era stato lui in fondo a preparare il centrosinistra prima ancora di Moro. Lo aveva fatto guadagnandosi l’appoggio esterno dei socialisti ai suoi governi delle “convergenze parallele”.

Dal centrosinistra, con o senza il trattino, come preferite, si tornò nel 1972 al centrismo con i liberali di Giovanni Malagodi, che l’allora segretario della Dc Arnaldo Forlani preferì chiamare “centralità” affidando Palazzo Chigi a Giulio Andreotti. Sarebbe stato tuttavia lo stesso Fanfani dopo un anno soltanto — muovendosi sempre dalla Presidenza del Senato, anche a costo di svuotare con un incontro fra i capicorrente a Palazzo Giustiniani il congresso democristiano che stava per aprirsi a Roma con una maggioranza di delegati favorevoli a Forlani e Andreotti — a fare riesumare il centrosinistra. E così fu ancor più chiaro che tutto dovesse essere reversibile in politica.

Impossibilitato per ragioni anagrafiche a vivere davvero quelle stagioni, avendo nel 1973 solo 9 anni, Conte non le ha probabilmente studiate con lo stesso scrupolo che si desume abbia impiegato con il diritto, viste almeno la cattedra universitaria che si è guadagnata e la proficua attività professionale di avvocato esercitata prima di farsi prestare alla politica dagli amici pentastellati.

Adesso, inchiodato alla “irreversibilità” rivendicata per la formula giallorossa che ha realizzato a Palazzo Chigi, rischia di esserne travolto se a vincere fosse ancora una volta, invece, la reversibilità con una crisi ad evitare la quale credo che non basti più neppure evocare le elezioni anticipate con quel titolo di Repubblica “Fate pace o si vota”. Al ricorso anticipato alle urne sembra ormai rassegnato anche il presidente della Repubblica, forse confortato dall’idea di poter mandare all’occorrenza il Paese al voto con un governo di garanzia non del buon Carlo Cottarelli, come aveva pensato l’anno scorso, prima dell’accordo fra grillini e leghisti, ma — senza offesa per Cottarelli — dell’ancor più prestigioso Mario Draghi, fresco di onori meritati e di feste per la fine del mandato di presidente della Banca Centrale Europea, che lo ha impegnato per otto anni a Francoforte.

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