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Conte, Renzi, la Cei e i gesuiti

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Cosa dicono e che cosa fanno i cattolici di lotta e di governo dopo le dimissioni del Conte bis? Il corsivo di Andrea Mainardi

 

Gianfranco Rotondi va dicendo in Tv: “Noi siamo eterni”. Maestoso. Cioè: è proprio da applauso.

Come dargli torto. Sorride dietro la chirurgica. A volte la ffpp2. La butta in una battuta alla Osho.

Difatti come le Migliori frasi ci piglia. La Dc in effetti manca. (E mancano i Garofani. E pure qualche Falce e martello fa un po’ nostalgia).

Ma lui è un pochino più sottile. Ovvio.

Non si sa bene che abbia fatto la vecchia bretone, col cappello e l’ombrello in canna di bambù. E i capitani coraggiosi, i furbi contrabbandieri macedoni.

La cantava Battiato. Noi gliela si ruba. Di quando Franco da Jonia divagheggiava di Centro di gravità.

Il punto: in questa crisi di governo sono assenti i cattolici. O presenti in non troppi assembramenti notturni non troppo convinti convenevoli a parlamentare.

Con il rispetto dovuto ai… e alle…

E ci perdonino i non citati.

Valore politico?

Ci sono, ma sono asintomatici.

Scumpariti”, direbbe un adolescente frequentatore di Youtube.

Il Centro di gravità permanente a questo giro non ha ancora messo il gettone. La giostra è ferma.

Arriveranno. Arrivano. Stanno lì. Ma non si muoverà molto. Forse per le dinamiche politiche contano. Non quelle ecclesiali. Quelle sono bloccate. Anzi, alla GfVip: freeze.

Scumpariti”.

Bruciando nomi dalle varie sponde si vanno pure a tirare la giacchetta a Mario Draghi. E poi la gonna a Marta Cartabia.

Evergreen di persone da stalkerare.

Fatto è che i salvagenti Cei e vaticanoidi al Giuseppe Conte ter sono stati lanciati in maniera molto più distratti. Quasi per dovere dopo l’eccesso di un paio di anni fa. E quando arriveranno – perché arriveranno, e arrivano in un click – saranno due paperelle buttate in mare aperto.

Beh, ok, la Cei ha liquidato il boyscout che fu. Matteo Renzi pare non piacere più. Stigma: aprire una crisi politica “che, persino a prescindere dalle sue motivazioni reali o dichiarate, appare assurda agli occhi dei cittadini alle prese con i contagi e il loro tragico corredo di morti”. Così dettano i vescovi italici. Era il 13 gennaio. Dopo tuttavia non si sono registrati subbugli particolari.

Di fatto ad ora sembra sempre più anziano l’incoraggiamento puntuto da una zanzarata a un monsignor Vincenzo Paglia, arcivescovo assai importante a quelle latitudini.

Ormai è archeologia.

Il punto non è il sostegno al Governo dimissionario, ma della presenza politica dei cattolici in Italia. A cui non crede più molto nessuno. Tutti svogliati. Ché da una parte sa di onore delle armi ai rosarianti di piazza. Di resa, quasi.

Ma suona di silenzio su un sacco d’altro. Hanno rinunciato ai valori non negoziabili. Ne raccolgono il nulla della battaglia non combattuta. E qualche resipiscenza emerge.

Come negli Usa dove si sta battagliando (ancora dopo Trump) sulle guerre culturali. Non ancora così feroce, ma il limes non è troppo distante.

Un partito di Conte con lancio cattolico – a lui che pure viene dalla scuola del cattodem cardinale Silvestrini, Villa Nazareth – non crede più nessuno. Troppo basse le percentuali. Non è che non ci si crede. Magari lo fanno. Ma non se lo filano proprio. Nonostante patroni importanti. Stimati, ascoltati, ma invitati a contribuire ad altro.

Cei e Vaticano hanno oggi problemi croccanti da affrontare. Un indizio? Due: la raccolta dell’otto per mille in Italia pare non sorridere sugli Iban dedicati. E, al di là del Tevere – Vaticano – i conti non brillano. Stanno pure sistemando i Pos.

E il boyscout Matteo ha rovesciato il banco quando il Vaticano si stava attrezzando – giubilando, ma anche non troppo – per abbracciare il nuovo number one Usa J. Biden.

Non c’è molta traccia nei twitter che contano. Perché i gesuiti sono euclidei. (Qua si ruba sempre a F.B.). Calcolano. E si deve arrivare alla fine dell’equazione per comprendere. Ma forse questa volta non hanno indossato l’abito giusto per andare a corte dell’imperatore. O non lo vogliono indossare.

Il Giuseppe 2019 fu battezzato come il Mosè che separava le acque tra la democrazia e gli invocati pieni poteri del rosariante Matteo Salvini in vena di beach party. Oggi lo schema non convince più. Parecchie lunghe tonache hanno ritirato fuori un ritaglio di giornale dai cassetti. (Sono anziani signori, pazientare se preferiscono la carta al digital). Occhio: era l’intervista del cardinale Camillo Ruini – già presidente Cei e già vicario del Papa in quel di Roma – che di Salvini non faceva un santino. Ma diceva quanto fosse opportuno e necessario parlare anche con lui.

In tempi non sospetti, antichi, fu data una plateale apertura ai 5Stelle da Avvenire. Poi attenuata. Poi gli stellati si sono illegati. Anatema. Dopo, ai tempi, pur di fare andare di traverso gli aperitivi a Salvini era orgogliosa trincea di opposizione alla Lega dalle parti del quotidiano Cei. E viva Pd. E viva un po’ di cosette che una bella fetta di cattolici italiani non ha del tutto digerito.

Oggi si annusa il vento, ma non pervengono particolari segnali partigiani.

Conte pare non scaricato.

Eppure Freezzato sì. Alla GfVip.

L’opzione destra non è (oggi) percorribile. Però si ricomincia a desiderare di parlare. E questa è un pista.

Che la dirigenza cattolica stia perdendo il polso delle parrocchie e, in crisi politica, ormai di governo, stia cercando quel “Centro di gravità” che però, forse, non è più permanente?

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