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Conte, Mastella e i mercimoni anti Renzi

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Non è più il tempo dei piccoli imbrogli, in spregio delle più elementari regole costituzionali, e delle costruzioni farlocche destinate ad ipotecare il futuro di milioni di persone. Ecco che cosa insegna il botta e risposta fra Carlo Calenda e Clemente Mastella. Il corsivo di Gianfranco Polillo

 

E’ stato un revival da Prima repubblica. Con alcuni dei suoi personaggi più rappresentativi, usciti da un polveroso riserbo e tornati improvvisamente agli onori della cronaca. Stesso l’atteggiamento. Identico il lessico di un tempo. “Ah Fra’ che te serve?”. Ti appoggiamo come candidato sindaco a Roma, ma tu devi baciare il rospo. Seguire Giuseppe Conte nella sua nuova avventura.

E quando il tentato arruolamento nei confronti di Carlo Calenda è andato a monte, denunciato dallo stesso interessato, ecco la replica irritata, secondo la cronaca dell’Ansa: “Sei una persona di uno squallore umano incredibile. Ti ho telefonato per chiederti cosa facevi e mi hai detto che eri contro Renzi. Allora sei per il Pd? ‘No – mi hai risposto – il Pd mi dovrà scegliere per forza come candidato sindaco’. Quanto a me – aggiunge Mastella – non ho alcuna titolarità per parlare a nome del Pd”.

Poi lo stesso Mastella si tirerà fuori dall’intera vicenda, che nei giorni precedenti lo aveva visto protagonista: “Io non sono né pilastro né costruttore, su questa crisi sono molto diffidente. Al momento mi chiamo fuori perché, dopo aver cercato di dare consigli su come risolvere la crisi, sono stato attaccato sul personale”. Siparietto d’altri tempi.

Allora queste modalità della politica non recavano scandalo. O meglio erano il male minore. Come in una vecchia canzone di Georges Brassens, scandalizzavano solo i ben pensanti. Ma a fronte di questi piccoli peccati, c’erano i drammi veri della “guerra fredda”: le sofferenze dei dissidenti del regime sovietico, i morti dell’Ungheria e della Cecoslovacchia. Insomma il Male assoluto, quello con la M maiuscola.

L’avvocato del popolo, a quanto pare, non sembra essersi troppo curato del trascorrere del tempo. Nel suo tentativo di reclutare fuoriusciti e uomini senza bandiera non ha tenuto conto dei cambiamenti intervenuti in quella morale corrente, che oggi rende più difficile il pubblico mercimonio. Alla fine potrà anche conseguire i suoi obiettivi, ma solo al prezzo di sputtanare un intero ceto politico. Soprattutto quel Pd che doveva essere il figlio di quella “diversità”, così lungamente predicata da Enrico Berlinguer, e che tanto è costata alla sinistra italiana, nel ritardare quei processi che avrebbero potuto segnare in meglio la più recente storia nazionale.

Combattere fino alla morte contro Bettino Craxi ed i socialisti, per poi trovarsi a fare i portatori d’acqua di un “perfetto sconosciuto”. Innalzando Matteo Renzi, il più antipatico tra gli ex dirigenti del partito, secondo il giudizio, di Massimo D’Alema, al ruolo di fustigatore dei costumi, nel nome di una nobiltà della politica, che altri avevano cercato di mortificare. E che, almeno per oggi – domani si vedrà – non sembrano esserci riusciti.

Se sarà così, e personalmente lo speriamo, si dovrà tornare a ragionare dei fondamentali. Capire lo zeitgest, come dicono i tedeschi, quello spirito culturale che informa una determinata epoca e si riflette non solo nella letteratura, nella filosofia e nelle arti. Ma nella stessa politica. Se sarà così, non sarà più il tempo dei piccoli imbrogli, in spregio delle più elementari regole costituzionali. Delle costruzioni farlocche destinate ad ipotecare il futuro di milioni di persone. Delle cambiali in bianco firmate, perché tanto alla fine qualcuno pagherà.

Se sarà così, ne sarà valsa la pena. Quella crisi che, all’inizio, sembrava essere solo figlia dell’avventurismo di un piccolo leader, malato di narcisismo, sarà invece l’elemento catalizzatore di un grande riscatto collettivo. Gli indizi, al momento, ci sono tutti. Un segnale di speranza.

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