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Conte alla Camera? Un misto di arroganza e ipocrisie

di

recovery plan

Il discorso di Conte alla Camera commentato da Gianfranco Polillo

Qual era l’obiettivo di Giuseppe Conte? Sopravvivere a sé? Aprire, come ha detto, una fase nuova? Costituire una qualsivoglia nuova maggioranza, facendo appello, anzi chiedendo aiuto a liberali, popolari, e socialisti, nella speranza di un soccorso che, almeno al momento, gli sembra negato? Confessiamo di non averlo compreso. Limiti nostri, naturalmente. Ma sfidiamo a trovare, in quel lungo discorso di un’ora o giù di lì, un fil rouge capace di orientare e di illuminare.

Ed invece l’ego, il grande nemico del presidente del Consiglio, ancora una volta ha preso il sopravvento. Di nuovo il lungo elenco dei miracoli compiuti. Che, tuttavia, la stragrande maggioranza dei cittadini non ha percepito come tali. Anzi: nel rivendicare una spesa complessiva di oltre 100 miliardi, è stato colto invece il suo rovescio. Quel drammatico salto nella dinamica del debito pubblico italiano, che la Banca d’Italia colloca come record del ventennio appena passato.

E poi l’illusione di aver svolto e svolgere un immaginario grande ruolo a livello internazionale. Una fissa. Come dimenticare il millantato credito di aver creato – lui e non Emmanuel Macron – quel raggruppamento in Europa, che avrebbe poi portato al Recovery Fund e alla nascita del primo nucleo di eurobond. Se poi si guarda al Mediterraneo – altro teatro delle grandi gesta italiane – non si può che sorridere di fronte a certe affermazioni. Non a caso, l’Italia avrebbe il miglior ministro degli Esteri dall’inizio dell’ultimo dopoguerra. Per chiudere, infine, sulla Cina, che il premier pone subito dopo l’alleanza con gli Stati Uniti. Un triplo salto mortale che non fa parte della tradizione italiana.

Atteggiamenti scontati, visto il personaggio. Ma se da questo retrobottega si passa alla prospettiva, l’orizzonte si tinge di genericità. Sui punti qualificanti, che hanno animato il dibattito dei giorni antecedenti lo showdown, la chiusura è stata totale. Di Mes non si deve nemmeno parlare. Basta il Recovery Plan. E quindi caro Zingaretti, anche tu, falla finita. Ancora più netta la pietra tombale sulla querelle dei servizi segreti. Qui si è vista una finta concessione. Ok a delegare, ma solo ad un uomo di sua “fiducia”. C’era bisogno di sottolinearlo? Ovviamente, no. Ma questo è l’uomo. Un misto di arroganza e di ipocrita predicazione.

Giudizio troppo duro? Ma si consideri l’appello diretto al popolo. Quel peana rivolto ai corpi intermedi della società. Costantemente ascoltati, secondo le parole del premier, e coinvolti nelle scelte più significative del suo Governo. Ed allora le critiche di Carlo Bonomi, il presidente di Confindustria, che ha pubblicamente lamentato di non essere mai stato interpellato? Chi hanno consultato a Palazzo Chigi: gli amici di Rocco Casalino?

Troppe quindi le contraddizione di un discorso fin troppo scoperto. Dove era evidente l’assenza della politica. Di quell’arte difficile che, specie nei momenti più drammatici della vita di un Paese, riesce a mettere in comunicazione le élites con i titolari della sovranità nazionale. Non è una cosa che si impara sui libri di testo. Ma è figlia di un lungo tirocinio, dove spesso le sconfitte, la depressione, i dubbi sono i momenti più formativi. Basti pensare alla vera vita di Winston Churchill, al quale Conte vorrebbe ispirarsi. La storia di Giuseppe Conte, beato lui, non ha conosciuto queste asprezze. Gli è bastato trovarsi al posto giusto, nel momento giusto. Forse troppo poco per poter continuare a dirigere un Paese nella sua “ora più buia”.

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