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Confronto utile fra Italia, Spagna e Portogallo

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L’intervento di Giuseppe Schlitzer, Independent Advisor Economic Affairs e Adjunct Professor presso l’Università Cattaneo

L’Ocse ha dunque avvalorato le più pessimistiche previsioni circa lo stato della nostra economia, indicando per il 2019 una caduta del Pil dello 0,2%. Il rallentamento ha certamente natura globale, ma l’Italia è l’unico paese in Europa destinato a non crescere.

Nell’indagare le cause della nostra divergenza, siamo soliti confrontare l’Italia con la Germania e la Francia. In questa particolare fase congiunturale, tuttavia, il confronto con i ‘fratelli maggiori’ della casa comune europea è meno istruttivo che in passato. Molto più interessante è guardare a quello che sta avvenendo in Spagna e Portogallo, paesi colpiti duramente dalla crisi finanziaria ma che hanno saputo rialzare la testa grazie a un mix di riforme ben calibrato.

Riguardo alla Spagna, come ho già scritto su questo magazine qualche tempo fa, la crescita è da alcuni anni sopra il 2% tanto che il rating del paese è stato progressivamente aumentato dalle agenzie specializzate. Il programma di risanamento ha contemplato sia misure volte alla stabilità finanziaria che al recupero della competitività, tra cui una significativa riforma del sistema di contrattazione collettiva. Il debito pubblico è in riduzione e così pure l’indebitamento del settore privato. Del resto è significativo che lo spread sui titoli di Stato della Spagna sia sistematicamente inferiore a quello dell’Italia.

Ma anche il Portogallo è un caso di estremo interesse. Dopo una cura da cavallo che ha comportato aumenti di tasse nonché tagli al welfare e agli stipendi per ridimensionare un deficit pubblico arrivato a toccare l’11% del Pil nel 2010, il paese è tornato a crescere tra il 2% e il 3% e l’Istituto nazionale di statistica (INE) prevede un saldo del bilancio pubblico prossimo allo zero nel 2019. Anche il Portogallo ha meritato un miglioramento del rating sovrano. Le ultime proiezioni sulla crescita, che pure scontano gli effetti del rallentamento globale, segnano per quest’anno un +1,7% che stride col dato negativo per l’Italia.

Entrambi i paesi della penisola iberica sono passati per le forche caudine del FMI ma gli anni di austerity alla fine hanno pagato permettendo di guadagnare competitività e riconquistare la fiducia dei mercati. Una dimostrazione che l’austerità non è necessariamente sinonimo di ‘decrescita’, come hanno peraltro dimostrato, con ampia evidenza empirica, Alesina, Favero e Giavazzi in un recentissimo saggio (Austerità: quando funziona e quando no, Rizzoli, 2019): tutto dipende da come la si attua!

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