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Come va l’economia in Germania ai tempi della pandemia

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Merkel crisi Coronavirus

Un punto economico sulla Germania sulla base degli ultimi dati su pil e lavoro, sullo sfondo della pandemia, del lockdown e del piano di vaccinazione dilatato nel tempo

Anche in Germania la seconda ondata della pandemia ha raffreddato la ripresa economica dopo il crollo della primavera 2020. I dati del quarto trimestre, comunicati qualche giorno fa dall’istituto di statistica, permettono di evitare per un soffio la recessione attesa da tutti gli analisti, ma lo +0,1 di crescita rispetto al trimestre precedente vale più che altro per le statistiche. Dopo la ripresa impetuosa in estate, con il + 8,5% registrato nel terzo trimestre del 2020, la Germania aveva sperato di poter recuperare più in fretta del previsto il tonfo del – 9,7% di Pil segnato nel secondo trimestre dell’anno, quello segnato dal lockdown quasi totale che aveva paralizzato anche le industrie del paese. Ma così non è stato.

La seconda ondata ha colpito la Germania in maniera pesante, causando molte più vittime che la prima e costringendo il governo a irrigidire nel mese di dicembre il lockdown leggero con il quale si era sperato di tenere in equilibrio esigenze economiche e sanitarie. Da allora il paese è entrato in un blocco che dura tuttora e che, oltre a ristorazione, turismo ed eventi fieristici e culturali, ha coinvolto anche il commercio al dettaglio, salvo la vendita di beni di necessità. Sono chiuse anche le scuole, funziona solo l’assistenza straordinaria per i figli dei genitori che lavorano in settori strategici Queste misure più rigide sono in vigore almeno fino al 15 febbraio, e tutto fa pensare che saranno prolungate, con la sola ripartenza parziale delle scuole: classi dimezzate e rotazioni. Il timore per la maggiore contagiosità delle varianti del virus e gli stenti della campagna di vaccinazione che solo da fine marzo potrà andare spedita giocano un ruolo decisivo: allentare le misure e ripiombare in poche settimane nel caos danneggerebbe di più anche la situazione economica, come sostengono autorevoli economisti come Marcel Fratzscher, il direttore del Diw di Berlino.

A leggere bene il dettaglio di quel che è accaduto nei mesi finali del 2020, si può anzi azzardare che se dal punto di vista sanitario le misure governative sono state insufficienti, da quello economico hanno in qualche modo funzionato. La decisione di chiudere i settori dei servizi (e poi del commercio) per tenere aperta l’industria e la manifattura ha in realtà tenuto in equilibrio l’economia, evitando un nuovo crollo come in primavera. Il + 0,1% è figlio di tale scelta, per nulla indolore. Un intero settore è stato sacrificato, perché il suo contributo al prodotto interno lordo è meno decisivo: per ristoratori e commercianti si annunciano tempi difficili, molti temono nei prossimi mesi un’ondata di fallimenti nonostante i sostegni governativi, che arrivano in ritardo e sono giudicati insufficienti. L’asporto per i primi e la trasmigrazione verso l’e-commerce per una parte dei secondi non compensano i crolli dei fatturati.

Ma se il consumo privato è stato compresso, l’export è andato bene, così come l’edilizia: sono queste due voci ad aver sostenuto l’economia nell’autunno della pandemia. Così il calo dell’ultimo trimestre 2020 rispetto allo stesso periodo del 2019 è stato del 2,9%, mentre il calo complessivo del Pil nel 2020 si è stabilizzato al 5%. Numeri migliori rispetto ai timori della scorsa primavera e psicologicamente vale qualcosa il fatto che non si tratti della peggiore performance dal dopoguerra, come accaduto per altri partner Ue come Italia e Francia: il record negativo spetta ancora al 2009, l’anno della crisi finanziaria, quando il Pil tedesco crollò del 5,7%.

Anche sul versante dell’occupazione i timori più pessimistici non si sono avverati. Il dato di gennaio, fornito dall’Ufficio federale del lavoro, è di quasi 200.000 disoccupati in più, che porta la cifra complessiva a 2,9 milioni di senza lavoro. Ma l’aumento, spiegano gli esperti, è dovuto più alla stagionalità che al lockdown: nei mesi freddi rallentano i cantieri e l’edilizia, come detto, è uno dei settori che tiene. Per il resto, le imprese che devono ridurre personale lo fanno adottando lo strumento dell’orario ridotto (Kurzarbeit) piuttosto che il licenziamento. Almeno per il momento.

Le incertezze dei prossimi mesi si riflettono però sulle stime per il 2021. Se ancora pochi mesi fa il ministero dell’Economia prevedeva per quest’anno una crescita del 4,4%, le stime più aggiornate correggono la crescita a un più prudente 3%. Non ci sarà l’atteso rimbalzo, complice anche la disastrosa gestione dell’approvvigionamento dei vaccini, colpa della Commissione europea ma in qualche modo anche della stessa Germania, la cui presidenza del semestre Ue è coincisa proprio con la fase di trattative con le case farmaceutiche: molti critici interni sostengono che avrebbe potuto quantomeno monitorare l’operato di Ursula von der Leyen. Il deludente vertice sui vaccini di lunedì scorso tra Merkel, i sempre più irrequieti presidenti dei Länder e i manager delle aziende produttrici non ha potuto che certificare che solo dal secondo trimestre i piani di vaccinazione potranno procedere con regolarità e solo entro settembre tutti i cittadini potrebbero essere immunizzati. Si dovrà dunque far conto con altri mesi di restrizioni.

Non sorprende dunque che imprese e consumatori abbiano perduto la fiducia ritrovata dopo le performance estive. Due indicatori lo testimoniano. L’indice Ifo sul clima delle imprese è calato a gennaio di 2,1 punti rispetto a un mese prima, passando da 92,2 a 90,1 punti. Lo studio sui consumi di GfK per il mese di febbraio anticipa stime negative: le chiusure di novembre e dicembre hanno colpito il settore dei servizi nella stessa misura del lockdown della prima ondata. E non è ancora finita.

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