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Come Tory e Labour si azzuffano dopo il London Bridge

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London Bridge

Il Punto di Daniele Meloni sulle polemiche nel Regno Unito dopo l’attentato terroristico di matrice islamica – rivendicato dall’Isis – di venerdì scorso sul London Bridge

“La dura realtà è che dobbiamo ammettere che alcuni detenuti non potranno mai essere rieducati”. Questa frase di Boris Johnson ha aperto le polemiche sulla sicurezza in Gran Bretagna a pochi giorni dalle elezioni del 12 dicembre e dopo l’attentato terroristico di matrice islamica – rivendicato dall’Isis – di venerdì scorso sul London Bridge, quando un ex detenuto radicalizzato, Usman Khan, ha ucciso due persone prima di essere freddato dagli agenti di polizia.

Khan era uno dei 74 terroristi che facevano parte del programma di “automatic release”, “uscita dal carcere automatica” previsto dalle leggi inglesi. Per il premier, che si è recato sul luogo dell’attacco dopo avere presieduto una riunione di emergenza dell’antiterrorismo a Downing Street, il tema è da molto tempo sulla sua agenda di governo, tanto che fu sollevato da egli stesso nel 2012 quando era sindaco di Londra. Johnson ha anche affermato che in caso di vittoria elettorale i Conservatori hanno già una legge pronta per porre termine all’ “automatic release”. Legge che verrà annunciata nel Queen’s Speech prima di Natale.

L’accusa di voler politicizzare la tragedia è arrivata dai Laburisti e dalla stampa vicina al partito di Corbyn, che, dopo avere in passato espresso dubbi sull’uso della forza della polizia in simili casi, ha affermato che “gli agenti non potevano fare altro”, e ha attaccato il premier sostenendo anche che il terrorismo è causa delle guerre scatenate dal Regno Unito in Afghanistan e, soprattutto, in Iraq. Ai tempi del conflitto iracheno l’allora semplice deputato di Islington votò contro il governo Blair sull’invasione di Baghdad.

A dare manforte ai laburisti, è stata un’intervista rilasciata al Guardian da Dave Merritt, che ha perso nell’attentato del London Brdige il figlio Jack. Merritt ha affermato che “la morte di Jack non deve essere un pretesto per promuovere una ulteriore agenda dell’odio” e che suo figlio “certamente non avrebbe voluto questo”.

Usman Khan fu condannato nel 2012 per un tentativo di fare esplodere la Borsa di Londra. Un atto che gli valse l’ergastolo – life imprisonment – ma che fu commutato in un DDP, detenzione per pubblica protezione, strumento che vale un massimo di 8 anni in carcere. Il DDP fu introdotto in Inghilterra e in Galles dal governo Laburista con il Criminal Justice Act del 2003 tra le proteste dell’allora opposizione conservatrice. Al termine di questo periodo di 8 anni il condannato deve convincere il tribunale che egli non pone più problemi per la pubblica sicurezza e può successivamente uscire dal carcere sotto precise condizioni di sorveglianza.

In passato a sfruttare il DDP furono criminali condannati per reati minori come furti o episodi di teppismo per le strade, ma con il passare degli anni il loro numero crebbe fino ad arrivare a oltre 6mila casi. Nel 2012 i Tories tornati al potere lo cancellarono ottemperando anche a una sentenza della Corte di Giustizia Europea. La sentenza di Khan fu sostituita da un extended service, cioè un periodo di prigione di 16 anni, più altri 5 in cui il condannato deve dimostrare la sua buona condotta. Il suo rilascio preventivo coglie un vuoto tra i due regimi, per questo l’indice di molti è puntato, più che sui partiti al governo allora, sulla Corte di Appello che avrebbe trattato con sufficienza il suo caso.

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