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Come si dibatte tra Stati Uniti e Onu sulla minaccia del Climate Change alla Sicurezza Nazionale (seconda parte)

di

Cop21

L’analisi di Fabio Vanorio. Parte 2: Minaccia Geopolitica

Intervenendo ad una conferenza nel 2012 in California, il Contrammiraglio Neil Morisetti, allora Inviato del Regno Unito in materia di sicurezza energetica e climatica, coniò per il cambiamento climatico (climate change) la definizione di “moltiplicatore della minaccia” (“Climate change can act as a threat multiplier in those parts of the world where tree’s already stresses – food, water, health, and demographic challenges, often in countries where governments don’t have the capacity and resilience to look after their citizens. And it can act as a catalyst for conflict and therefore increase the risk of instability.”)

Detta definizione si è consolidata nel tempo nella comunità scientifica, politica e civile in tutto il mondo (vds. grafico). A fronte di una minaccia geopolitica crescente causata dal cambiamento climatico (ulteriore rispetto a quella fisica-insfrastrutturale, oggetto della prima analisi), il 24 gennaio scorso, il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite (United Nations Security Council, UNSC) ha tenuto un dibattito aperto per discutere l’impatto concreto del climate change su pace e sicurezza, nell’ambito del quale Rosemary DiCarlo, Under Secretary General for Political and Peacebuilding Affairs, ha sottolineato come “la relazione tra rischi legati al clima e conflitti è spesso intersecata con fattori politici, sociali, economici e demografici.

Il diplomatico statunitense ha insistito sulla necessità di concentrarsi su tre aree principali:

  • Sviluppo di maggiore capacità analitica con strutture integrate di valutazione del rischio,
  • Raccolta di una più sostenuta base di esperienze tale da consentire di replicare sul campo le buone prassi in materia di gestione e prevenzione del rischio climatico,
  • Costruzione e consolidamento di partnership per sfruttare le capacità esistenti all’interno e all’esterno del sistema delle Nazioni Unite.

Tale riunione è avvenuta quasi due mesi dopo che 197 Parti della Climate Change Convention dell’ONU hanno concordato su una modalità di concreta di procedere nel perfezionamento del Paris Agreement – che si pone l’obiettivo di mantenere il global warming ad un livello inferiore del 1.5°C dai livelli pre-industriali – e prima del UN Secretary General’s Climate Summit, evento di rilevanza mondiale programmato per il 23 Settembre 2019.

La prima riunione del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite avente come oggetto il collegamento tra cambiamento climatico e sicurezza geopolitica si è tenuta nell’Aprile 2007. Da allora, l’organismo delle Nazioni Unite ha assunto sempre maggiori iniziative riconoscendo le due questioni come interrelate: dapprima, nel Luglio 2011, con un dibattito aperto sulla questione; successivamente, nel Marzo 2017, con l’adozione della Risoluzione 2349 nella quale è stata sottolineata la necessità di contenere i rischi legati al clima al fine di affrontare con determinazione il conflitto nel bacino del lago Ciad; infine, nel Luglio 2018, con un ulteriore dibattito su come “comprendere e affrontare i rischi legati alla sicurezza legati al clima”.

Nel dibattito del 24 Gennaio scorso, per la prima volta nella storia del Consiglio di Sicurezza, è stata invitata anche la World Meteorological Organization (WMO) a tenere un briefing ai membri del Consiglio in materia di clima e condizioni meteorologiche estreme. Il professor Pavel Kabat, Responsabile Scientifico al WMO, ha confermato che il cambiamento climatico ha una moltitudine di impatti sulla sicurezza, riducendo l’accesso al cibo, accrescendo il rischio di violenti incendi, esacerbando il deterioramento della qualità dell’aria, aumentando il potenziale di conflitti idrici, e inducendo maggiori migrazioni.

A fronte del fatto che la modifica del clima rappresenta un processo in atto da lungo tempo, con effetti visibili, il consenso è unanime sul fatto che, nei prossimi decenni, il contenimento dei suoi effetti dipenderà dal rispetto degli impegni assunti dai Paesi nei confronti delle emissioni di gas serra (GHG, GreenHouse Gas).

L’Intergovernmental Panel on Climate Change (IPCC), il più autorevole consesso permanente dell’ONU in materia, ha rivisto verso il basso la soglia di sorveglianza (oltre la quale gli effetti connessi al climate change aumentano di intensità) da 2° Celsius (3.6° Farenheit) a 1.5° Celsius (2.7° Farenheit). Come ammette implicitamente il suo recente rapporto, livelli “insostenibili” per la collettività di surriscaldamento potrebbero verificarsi anche nell’ipotesi di una mitigazione delle GHG. Anche ai tassi correnti di produzione da carbone, il panel dell’ONU stima che il mondo potrebbe superare questa soglia già entro il 2030.

Uno scenario ancor più pessimistico è quello che emerge da un documento statunitense congiunto NHTSA (National Highway Traffic Safety Administration), EPA (Environmental Protection Agency), e DOE (Department of Energy), secondo il quale entro il 2100 il potenziale surriscaldamento potrebbe essere pari a circa il doppio della soglia ritenuta sostenibile (3.48°C, 6.27°F), a parità di traiettoria delle emissioni. Questa previsione diventerebbe una sottostima allorquando i paesi non dovessero adempiere agli impegni di contenimento delle GHG.

Al recente World Economic Forum (WEF, Davos, 22-25 Gennaio scorsi), le preoccupazioni ambientali hanno dominato le percezioni di rischio dei business leaders espresse anche materialmente in un survey. Queste hanno incluso il raggiungimento di condizioni meteorologiche estreme, l’incapacità di attuare processi di contenimento dei cambiamenti climatici e di adattamento ai suoi effetti, ed i danni irreversibili causati dall’uomo (come l’inquinamento causato dalle fuoriuscite di petrolio nel mare e gli ingenti danni alla biodiversità).

Il fondatore del WEF, ed attuale Presidente Esecutivo, Klaus Schwab, ha sostenuto che problemi globali come il cambiamento climatico necessitano di un nuovo “patto sociale” tra cittadini e governanti il quale, garantendo sicurezza e benessere all’interno di ciascun paese, induca ad atteggiamenti di apertura anche verso programmi di benessere globale. Secondo Schwab, è necessario un livello senza precedenti di collaborazione e innovazione che coinvolga i settori pubblico e privato per avviare le grandi transizioni sistemiche oggi necessarie nell’industria, nella tecnologia e nella progettazione di beni e servizi per mantenere il global warming al di sotto dei livelli di guardia.

Il ritmo di cambiamento climatico dipende non solo dalla traiettoria delle emissioni, ma anche dal raggiungimento di un punto di svolta, successivamente al quale il deterioramento di situazioni già in atto (quali, ad esempio, la contrazione del ghiaccio marino artico, oppure lo scioglimento del permafrost artico causa della diffusione nell’atmosfera di tonnellate di metano, GHG estremamente potente) potrebbe innescare “circoli viziosi” (“feedback loop”, incontrollabili e potenzialmente irreversibili) con effetti sulla regolarità del clima. Sul trattamento di tali “feedback loop” lo stesso IPCC non ha, finora, raggiunto risultati determinanti.

L’incertezza scientifica sulla dinamica delle traiettorie delle emissioni di GHG, sui potenziali punti di svolta climatica e la complessità dell’interazione tra clima e sistemi sociali rendono complicato, per ogni governo, il produrre relazioni autonome – statisticamente significative – sulle implicazioni di sicurezza nazionale del climate change.

La preoccupazione alla base di questa esigenza è che i cambiamenti climatici possano radicalmente rivisitare la geopolitica, e forse anche l’attuale impostazione di Stato-Nazione, nell’attuale ordine globale.

Genericamente parlando, l’intensità della minaccia alla sicurezza nazionale costituita da eventi naturali legati al climate change è funzione:

  • del deterioramento nel medio termine dei cambiamenti climatici. Le conseguenze note di livelli di surriscaldamento oltre la soglia sostenibile, ad esempio al 3°C, sono considerevoli: un calo quasi del 70% nella produzione di grano in America centrale e nei Caraibi, un elevato ed insolito calore sul 75% della superficie del Medio Oriente e oltre il 50% in Asia meridionale, l’innalzamento del livello del mare potrebbe porre a repentaglio la sicurezza di città come Amsterdam e New York e la vita di centinaia di milioni di persone.
  • della capacità dei singoli Paesi di gestire appropriate politiche sociali, economiche ed istituzionali interne di contrasto agli effetti scaturiti da tali eventi. Laddove vi siano istituzioni governative deboli, trend di lungo termine, uniti ad eventi naturali di breve termine (uragani, tempeste, alluvioni, cambiamenti del pH oceanico – che elevano il rischio infrastrutturale ed incidono negativamente sulla produttività del lavoro -, o prolungate siccità con riflessi negativi sulla navigabilità dei corsi d’acqua per le grandi navi mercantili (con gravi conseguenze sul comparto dello shipping) e sulla disponibilità di risorse idriche – con conseguente deterioramento della sicurezza alimentare – possono contribuire all’aumento delle tensioni sociali (locali, regionali o globali), o incentivare flussi migratori non controllati in uscita. Le direttrici più a rischio in tal senso vanno dall’Africa, dal Sud e dal Sud-Ovest dell’Asia verso l’Europa, nonché dall’America centrale e dai Caraibi verso gli Stati Uniti.

Le valutazioni dell’IPCC, da considerare come autorevoli riflessioni scientifiche sui cambiamenti climatici, sono pubblicate ogni sette anni. Ad oggi, l’IPCC non finalizzerà la sua prossima valutazione prima del 2022 (sebbene pubblicherà due documenti speciali nel 2019, uno sull’impatto del cambiamento climatico sugli oceani e sulla criosfera e l’altro su desertificazione e sicurezza alimentare). Poiché gran parte delle analisi della sicurezza nazionale sui cambiamenti climatici dipende da questa base scientifica, è improbabile che gli scenari formulati subiscano mutamenti considerevoli prima del 2022. Finché la base scientifica dei cambiamenti climatici non sarà ulteriormente perfezionata, le affermazioni che i cambiamenti climatici rappresentano una minaccia per la sicurezza nazionale rimarranno persistenti ma generaliste.

Con l’Amministrazione Trump, le preoccupazioni relative alle implicazioni di sicurezza nazionale dei cambiamenti climatici sono cresciute.

La Comunità Intelligence statunitense e gli altri enti preposti alla sicurezza nazionale lavorano quotidianamente per affrontare queste lacune, commissionando analisi dettagliate dell’impatto del cambiamento climatico su particolari regioni fino al 2030 (esempi sono relativi alla Russia, al Sud-Est Asia, alla Cina, all’India, al Messico e Caraibi, ed al Nord Africa). Valutazioni intelligence delle minacce poste dai climate change sono stati riportati in analisi redatta dall’ODNI (Office of the Director of National Intelligence) nel 2016.

Dall’ultima relazione del 2014, le valutazioni degli impatti climatici sulla sicurezza nazionale sono diventate più numerose e più granulari. Gli ultimi due Worldwide Threat Assessments pubblicati dall’ODNI hanno confermato la considerazione del cambiamento climatico come un obiettivo di analisi intelligence e di ricerca operativa.

Lo scorso Dicembre, infine, è stato pubblicato dalla Casa Bianca il secondo volume della Fourth National Climate Assessment. Due capitoli vanno posti in evidenza ai nostri fini:

  • Il capitolo 11, che descrive come i cambiamenti climatici possono contribuire a “una minore disponibilità di servizi di approvvigionamento critici (cibo, fibre e rifugi)” e che questo “ha evidenti conseguenze per l’economia e la sicurezza nazionale degli Stati Uniti”.
  • Il capitolo 16 (“Effetti climatici sugli interessi internazionali degli Stati Uniti”), che include un’ampia esplorazione dell’effetto moltiplicatore delle minacce del cambiamento climatico, con particolare attenzione al rapporto tra climate change e conflitti.

Secondo l’Assessment, mentre le relazioni causali dirette tra cambiamento climatico e conflitto sono “poco chiare”, il “potenziale di conflitto aumenta dove c’è una storia di violenza civile, conflitti sparsi nella regione, basso PIL o ridotta crescita economica, governance debole e carenza nel soddisfacimento dei fabbisogni di base.” Ciò è coerente con le conclusioni di uno studio del 2016 secondo cui in paesi “etnicamente frazionati” i cambiamenti climatici aumentano le probabilità di conflitto.

Nello specifico, l’Assessment evidenzia i legami tra eventi meteorologici estremi – esacerbati dal climate change – in tutto il mondo e disordini politici in Medio Oriente e in Africa. Ad esempio, una serie globale a cascata di siccità estreme nel 2010 “ha contribuito a raddoppiare i prezzi globali del grano nel 2011 e a triplicare i prezzi del pane in Egitto”. Il testo continua: “Questo ed altri fattori, tra cui la politica commerciale nazionale e la povertà, ha contribuito ai disordini civili che alla fine hanno portato alla rivoluzione egiziana del 2011”. La sezione include anche un riferimento alla Somalia, dove la siccità “ha costretto i pastori a vendere bestiame che non potevano mantenere, riducendo i loro redditi e portando alcuni di loro a scegliere di unirsi a gruppi armati“.

Secondo l’Assessment, cambiamenti climatici e migrazioni sono “un’altra potenziale questione di sicurezza nazionale, riconoscendo pero’ che “non vi è certezza sul nesso causale tra migrazioni in risposta ai cambiamenti climatici e conflitti violenti”. Ciò che l’Assessment non affronta e’ come dette migrazioni dipendenti dal cambiamento climatico possano influenzare le dinamiche politiche nei paesi ospitanti (ad esempio, contribuendo ad un aumento delle forze politiche etno-nazionaliste) e quali potrebbero essere le implicazioni di sicurezza di tali dinamiche.

Valutare l’entità della minaccia alla sicurezza nazionale rappresentata dai cambiamenti climatici, e gli Stati Uniti non sono da soli (ulteriori esempi sono la Nuova Zelanda, e la Francia), richiede di valutare i mutamenti agli scenari geopolitici che le aspettative future relative al climate change potranno determinare oggi. Anche se, almeno fino al 2050, i cambiamenti climatici rimarranno una minaccia strisciante, già nei prossimi decenni, piccole differenze nelle temperature medie globali saranno suscettibili di determinare significativi cambiamenti ambientali. I comportamenti umani potrebbero diventare verosimilmente adattivi (e non razionali) e ciò comporterebbe che ogni fenomeno metereologico di particolare intensità ed imprevedibilità possa essere classificato come conseguenza del climate change. Ciò potrebbe esacerbare crisi umanitarie, alcune delle quali potrebbero richiedere assistenza materiale e finanziaria e, se necessario, il dispiegamento di personale militare, aggravando la scarsità di risorse naturali (acqua, cibo ed energia) prevalentemente, ma non esclusivamente, nel mondo in via di sviluppo con conseguenze rilevanti per la sicurezza nazionale per i paesi industriali.

La domanda per i prossimi 30 anni non è, dunque, “può l’umanità sopravvivere come specie al riscaldamento globale?”, ma “l’ordine globale basato sulla sovranità territoriale può sopravvivere in un mondo in cui vaste fette di territorio possono diventare potenzialmente inabitabili?

Di fronte a domande di impatto così devastante, molti ritengono non si possa dipendere dalla mera cooperazione tra Paesi nell’ambito di un qualsivoglia accordo (comunque mai abbastanza vincolante), né da attività scientifiche dipendenti da finanziamenti e con risultati che, spesso, si mettono in discussione tra di loro. Per questo motivo stanno guadagnando terreno, soprattutto negli Stati Uniti grazie all’atteggiamento scettico dell’Amministrazione Trump nei confronti dei contenuti dell’attuale accordo su clima, il Paris Agreement, i sostenitori della manipolazione diretta dell’ambiente naturale come strumento per fermare il climate change, quella che gli scienziati definiscono “geoingegneria”. La analizzeremo compiutamente nel prossimo articolo.

(2.continua)

++

Fabio Vanorio è un dirigente in aspettativa del Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale. Attualmente vive a New York. Si occupa di mercati finanziari (con particolare attenzione alla finanza islamica), economia internazionale (con particolare attenzione al climate change, ed ai rapporti tra Intelligenza Artificiale e crescita economica) ed economia della sicurezza nazionale. È anche contributor dell’Istituto Italiano di Studi Strategici “Niccolò Machiavelli”.

DISCLAIMER: Tutte le opinioni espresse sono integralmente dell’autore e non riflettono alcuna posizione ufficiale riconducibile né al Governo italiano, né al Ministero degli Affari Esteri e per la Cooperazione Internazionale.

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