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Come sarà la fase 2 in Francia (diversa dall’Italia)

di

Edouard Philippe Francia

La Francia riapre su base territoriale seguendo diversi criteri e responsabilizzando i livelli decentrati. L’esito non è per nulla scontato: pare piuttosto una sfida. Tutti i dettagli nell’approfondimento di Enrico Martial

 

La Francia si prepara a una fase 2 diversificata su base territoriale. Non si tratta di un Paese diviso in due, tra territori in rosso o in verde, ma di molte sfumature, di un “ordine sparso” cercato e organizzato, con politiche di apertura adattate per regione, per dipartimento e per comune.

Ci sono due aspetti principali: da un lato il ruolo politico e organizzativo degli enti regionali, locali e “deconcentrati” dello Stato, dall’altro i criteri stabiliti sul piano nazionale.

Il ministro della Salute, Olivier Véran, per farsi capire, ha presentato i criteri nazionali di diversificazione territoriale in conferenza stampa, con delle carte del Paese aggiornate al 30 aprile (e non all’11 maggio: quelle saranno disponibili il 7 maggio).

TRE CRITERI NAZIONALI: LETTI IN RIANIMAZIONE, DIFFUSIONE DEL VIRUS E CAPACITÀ DI ROTTURA DELLE CATENE DI CONTAGIO

Vi sono tre criteri generali per distinguere i territori: il livello di circolazione attiva del virus, la pressione sui sistemi ospedalieri locali e capacità locale di testare, tracciare e interrompere le catene di contagio. Per il momento sono note solo due carte con i relativi criteri.

La circolazione locale attiva del virus è misurata considerando la quota delle persone che si presentano in ospedale per patologia Covid-19 rispetto al totale, in tre gruppi: dallo zero al 6%, dal 6% al 10%, dal 10% al 100%. Sono open data del governo disponibili su base giornaliera. Il dato sugli accessi all’ospedale è poi accompagnato dalle informazioni che giungono dai medici di famiglia e dalla rete “Sentinelle”, cioè i medici che seguono l’influenza tradizionale e a cui è stato anche affidato il compito di segnalare, a fini di sorveglianza epidemiologica i pazienti sospetti o positivi Covid. Per capirci, anche l’Italia ha la rete delle Sentinelle, ma sono la metà, circa 700 e per di più variamente attive, per esempio in Calabria che tradizionalmente non manda i dati. Infine, per valutare la circolazione attiva del virus si conta l’esito dei tamponi realizzati a livello dipartimentale.

La carta è divisa per dipartimenti, che corrispondono in linea di massima al perimetro delle nostre province. Nella carta al 30 aprile si noterà che sono in rosso i dipartimenti con un aumento, mentre vanno meglio quelli che sono stati più esposti nell’Alsazia e nella regione di Parigi. Dopo la presentazione delle carte sono stati notati anche alcuni errori, ma lo scopo era per il momento didattico.

 

Il secondo criterio, la pressione sugli ospedali, è misurato rispetto al riempimento dei letti di terapia intensiva dedicati al Coronavirus, con tre livelli: dallo zero al 60% della capacità iniziale, dal 60% all’80% e dal 80% al 161%, cioè al livello massimo raggiunto localmente.

La carta è suddivisa per Regioni, considerato che i letti di rianimazione sono gestiti su quella scala geografica.

Il terzo criterio – test e interruzione delle catene di contagio – non ha ancora una carta che lo rappresenti. Dall’11 maggio si valuterà il numero di test disponibili per territorio alla settimana ma anche la strutturazione, per personale e capacità di intervento, del tracciamento dei malati, per il quale si stanno organizzando delle squadre specifiche, che vengono per il momento chiamate “brigades”. Per i test saranno coinvolti i laboratori, personale e macchine disponibili: pubblici e privati, ospedalieri, universitari, veterinari. Il punto è delicato, perché la Francia si sente in ritardo sulla capacità di test rispetto alla Germania e sta costruendo un po’ di corsa le “brigades”. L’esperienza c’è, perché è in questo modo è stata interrotta la catena di contagio al primo focolaio di Les Contamines-Montjoie, in Savoia, prima che due altri sfuggissero di mano, a Mulhouse in Alsazia meridionale (Haut-Rhin) e a Creil, appena a sud di Parigi.

Si tratterà di testare i casi sintomatici, tutti i loro contatti e di isolare le persone che possono trasmettere la malattia. Il problema è la scala, bisogna costituirli in tutto il Paese, e si vedrà quanti dipartimenti saranno pronti per l’11 maggio. Tra l’altro è stata sospesa la decisione sull’app di tracciamento visti i problemi che sono sorti in gran parte dei Paesi europei. Non se ne è parlato neppure durante il dibattito parlamentare del 28 e 29 aprile, malgrado le previsioni della vigilia.

In ogni caso, per questo criterio, se il numero di malati diventerà superiore alla capacità locale di test e di interruzione delle catene, allora quel territorio avrà il segno “rosso”.

I COMPITI DELEGATI A REGIONI, ENTI LOCALI E UFFICI “DECONCENTRATI” DELLO STATO

La dimensione locale della fase 2 è stata illustrata dal primo ministro Edouard Philippe il 28 aprile all’Assemblea nazionale e il 27 aprile in un incontro, insieme a una decina di ministri, con i sindaci, le regioni, i dipartimenti e le loro organizzazioni. “Poiché la circolazione del virus è eterogenea, bisogna prendere in considerazione le differenze tra territori” ha detto il primo ministro, e dunque “lasciare alle autorità locali, in particolare ai sindaci e ai prefetti, la possibilità di adattare la strategia nazionale”.

Il riferimento al doppio livello “prefetti-sindaci” spiega la differenza di organizzazione territoriale francese, rispetto a quella regionale, italiana o spagnola, e a quella federale, tedesca o svizzera. La riforma del modello centralizzato è iniziata nel 1982 con Mitterrand su due binari: il decentramento politico (più poteri nelle neonate regioni, ma anche nei comuni e dipartimenti) e la “deconcentrazione” amministrativa-esecutiva, per spostare poteri e una parte dell’amministrazione da Parigi ai territori, con prefetture, agenzie e istituti statali composti anche da personale locale.

Per questa crisi, si tratta di un ruolo quindi politico-organizzativo affidato al doppio filone degli eletti e della parte “tecnocratica” del Paese, anch’essa in qualche misura “politica”. A livello statale centrale sono stabilite le regole mentre al livello decentrato-deconcentrato è affidato il loro adattamento, per spiagge (chiuse) parchi e giardini (aperti), attività motorie e sportive, spostamenti senza autodichiarazione fino a 100 km da casa ma solo nel dipartimento, negozi e centri commerciali, aperti, chiusi o in attesa.

Il trasporto locale è per esempio organizzato dalle Regioni che dovranno stabilire il numero di convogli ed evitare le ore di punta. La densità abitativa cambia molto a seconda dei territori e così il “perimetro della vita quotidiana individuale” (“bassin de vie”) per esempio tra area parigina e valli della Loira, per cui occorrono adattamenti, sia organizzativi, ma anche di sicurezza. Per esempio, per le scuole si arriva al decentramento della decisione fino al concerto tra genitori, insegnanti e presidi, prefetto, sindaco, agenzia regionale della salute e altre autorità: se mancano gli spazi, se il virus circola (criterio nazionale), oppure se invece esistono possibilità organizzative, ci si trova in zona rurale e senza indicatori preoccupanti sul virus.

Insomma, un “ordine sparso” voluto e da gestire, che implica buona e affidabile circolazione delle informazioni, responsabilità e capacità di funzionari centrali e locali, del governo, dei sindaci, delle regioni e degli altri organi, nel contesto di una discreta complicazione del sistema decisionale.

L’esito non è per nulla scontato: pare piuttosto una sfida o un elenco di problemi, di cui sia ha riflesso nelle vivaci discussioni che attraversano la vita pubblica francese, come in Italia.

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