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Come procede il negoziato Usa-talebani sull’Afghanistan

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“Significativi progressi” nel negoziato Usa-talebani per porre fine alla guerra in Afghanistan. Il Punto di Marco Orioles tratto da Taccuino Estero di Policy Maker

Dopo sei giorni di colloqui in Qatar, gli emissari di Donald Trump e i rappresentanti dei talebani guidati dal nuovo inviato a Doha Mullah Abdul Ghani Baradar avrebbero raggiunto – secondo fonti dei militanti islamisti – un’intesa sui termini generali di un accordo per concludere la guerra in Afghanistan che va avanti ormai da oltre diciassette anni ed è il più lungo conflitto nella storia degli Stati Uniti.

Gli americani accettano di ritirare, non appena il patto sarà stato sottoscritto, i loro quattordicimila uomini schierati in Asia Centrale nell’ambito dell’operazione “Resolute Support”. I talebani, in cambio, proclameranno e rispetteranno un cessate il fuoco e promettono di non consentire alle formazioni jihadiste come al Qa’ida e lo Stato Islamico di usare il territorio afghano per pianificare e portare a compimento attacchi contro gli Usa e gli alleati occidentali.

Rimangono da definire aspetti tutt’altro che secondari, e il diavolo, si sa, sta nei dettagli. I talebani accetteranno finalmente di parlare con il governo legittimo dell’Afghanistan, da essi considerato né più e né meno che un “fantoccio” nelle mani degli stranieri con il quale è inutile perdere tempo? Ci saranno candidati e liste del movimento alle elezioni presidenziali della prossima primavera? Chi farà rispettare il cessate il fuoco, e fino a quando durerà? E che ne sarà della Costituzione afghana, che per i talebani, ligi osservanti della Shari’a ,è poco più che fumo negli occhi? L’America saluta comunque questi sviluppi con una nota di ottimismo commista al sano realismo che si impone in circostanze così difficili.

Il capo negoziatore Usa, Zalmay Khalilzad, si affida a Twitter per rendere noti i “significativi progressi su temi vitali” raggiunti nel negoziato e per far sapere che “riprenderemo i colloqui presto. Abbiamo un certo numero di temi da risolvere. Niente è concordato fino a quando tutto è concordato, e ‘tutto’ deve includere un dialogo intra-afghano e un cessate il fuoco complessivo”. Di “notizie incoraggianti” parla invece, sempre sul social dei 280 caratteri, il Segretario di Stato Mike Pompeo, per il quale gli Stati Uniti “sono seri sul ricercare la pace, impedire all’Afghanistan di continuare a essere uno spazio per il terrorismo internazionale & portare le truppe a casa”. Quest’ultimo pare essere la priorità per l’amministrazione Trump: a metà dicembre, il presidente annunciò il rientro in America di metà del contingente Usa dispiegato in Afghanistan.

Non è un mistero che The Donald abbia una pessima idea dell’impegno militare americano in uno dei paesi più disastrati del pianeta e che sin dall’inizio della sua avventura alla Casa Bianca abbia meditato di porvi fine. Si tratta, d’altra parte, di un impegno quanto mai gravoso per gli Usa, che dal 2001 – anno in cui il governo di George W. Bush decise l’invasione dell’Afghanistan – hanno speso per questa guerra ben 932 miliardi di dollari, senza contare il denaro iniettato nelle casse delle agenzie internazionali per promuovere l’opera di “nation building”. Per non parlare del sacrificio dei soldati Usa (2.149 morti) e alleati (1.142). Tutte ragioni per archiviare questa stagione e porre le premesse di una svolta in Afghanistan che prelude, quasi sicuramente, al risorgere dell’Emirato Islamico, già distintosi tra il 1996 e i 2001 per essere stato il regime più oscurantista della terra.

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(Breve estratto del Taccuino Estero di Marco Orioles per Policy Maker; qui la versione integrale)

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