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Come Macron pena nella riforma dell’Ena

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Ena

L’articolo di Enrico Martial

La Francia trasforma la sua scuola nazionale di amministrazione pubblica, l’Ena, in qualcos’altro. Molti titoli di giornale dicono che chiude, forse per farsi capire, ma non è proprio così: è una riforma forse profonda della scuola, ma pur sempre una riforma.

L’Ena è nata nel 1945, come scuola post-universitaria unitaria, pensata da De Gaulle per costruire una classe dirigente pubblica solida e dotata di cultura e competenze condivise. Alle spalle c’era la tradizione delle scuole di stato francesi di origine napoleonica e consolidate nell’Ottocento, dall’altra un’esperienza di classi dirigenti chiuse in gruppi autoreferenziali, ostacolo ai cambiamenti e in difficoltà nelle grandi crisi di trasformazione economico-sociale, dal caso Dreyfus alle due guerre mondiali. L’Ena di De Gaulle manteneva il principio del merito e della selezione (anche dura) di tradizione ottocentesca e napoleonica, e ne aumentava trasparenza e apertura.

Chiusura ed elitismo erano però tornati a dominare. Un rapporto dell’aprile 1969 (Bloch-Lainé) lamentava l’eccessiva presenza di studenti parigini, che soltanto a Parigi volevano poi impiegarsi, la loro origine benestante, di cooptazione sociale, con danno per i territori e per la partecipazione “nazionale” di tutte le classi. Si tratta di critiche ripetute per anni sui giornali e le riviste, a partire dal libro di Jean-Pierre Chevènement del 1967 (L’énarchie, ou les mandarins de la société bourgeoise – L’enarchia, o i mandarini della società borghese), seguite da per lo più infruttuosi tentativi di riforma di Fabius, Sarkozy e Hollande.

Qualche parziale cambiamento ha visto però la luce, tra cui il trasloco della Scuola a Strasburgo, nel 1991, su impulso dell’allora primo ministro Edith Cresson, nella logica del decentramento, della “deconcentrazione” da Parigi della funzione pubblica, e dell’apertura europea e internazionale, da cui la scelta della città alsaziana. Nel 2020 vi erano state 178 ammissioni di cittadini francesi e 59 ammissioni internazionali. Nel 2006 il 6% veniva dalle classi popolari, nel 2011 solo l’1,3%.

D’altra parte, lo schema della scuola era napoleonico-ottocentesco: il punteggio della promozione permette in automatico, ai primi classificati, di entrare all’Ispezione delle finanze, al Consiglio di Stato, alla Corte dei Conti, con salario e benefici corrispondenti, in una condizione protetta per la vita. Per i punteggi inferiori, i posti sono sempre di alto livello, ma nei ministeri “ordinari” o nelle prefetture. Sono venuti dall’Ena Valéry Giscard d’Estaing, Jacques Chirac, François Hollande e lo stesso Emmanuel Macron, innumerevoli capi di gabinetto e ministri, nonché 9 primi ministri sui 23 della V Repubblica, compresi gli ultimi due, Edouard Philippe e Jean Castex.

Macron aveva costruito la sua candidatura alla presidenza sulle riforme, anche della pubblica amministrazione. Un paradossale aiuto è venuto dalla crisi dei gilets jaunes, che accusavano precisamente la “cecità” della classe dirigente parigina, chiusa e autoreferenziale, rispetto ai problemi della gente e dei territori. L’annuncio di Macron di soppressione dell’Ena del 25 aprile 2019 andava quindi in parallelo con le altre riforme, per le piccole città e i loro centri, per lo sviluppo economico e manifatturiero in provincia, per il rilancio delle zone rurali (persino con i coworking in zone non urbane).

I passaggi più recenti vengono a cascata dal quel discorso del 25 aprile 2019, con il rapporto di Frédéric Thiriez del 18 febbraio 2020 che fissava tre obiettivi: creazione di una formazione comune di sei mesi per tutte le 13 grandi scuole dell’amministrazione (polizia, ospedali, enti di natura sociale, politecnico, giustizia, esteri ecc.), il superamento delle alte amministrazioni (Grands Corps de l’Etat, cioè Corte dei conti, Consiglio di stato e Ispezione delle finanze), un nuovo meccanismo di ammissione. Gli inizi della carriera dovevano prevedere almeno un anno nei territori, si dovevano istituire classi preparatorie al concorso in provincia, borse di sostengo ai meritevoli, e poi formazione continua, valutazione in corso di servizio, cultura del risultato e del merito, guardando al modello già sperimentato in Francia nella dirigenza ospedaliera.

Il governo di Edouard Philippe non era sembrato molto appassionato sulla riforma – è forse uno degli elementi da considerare nel cambio di governo di giugno-luglio 2020 – la pandemia ha poi posto altre urgenze. Con l’arrivo di Jean Castex, il dossier ha ripreso forma: la nuova ministra Amélie de Montchalin ha persino modificato il nome al suo dicastero, in “trasformazione” della Funzione pubblica.

Il progetto ritrova lo schema del rapporto Thiriez, anche se messo in sordina per dare più valore alla ministra Montchalin. Nascerà l’Istituto del Servizio Pubblico (ISP) che assorbirà le scuole della funzione pubblica (Ena compresa) con un periodo di formazione comune a tutti gli indirizzi, anche quelli politecnici, in provincia e sul campo, impedendo la formazione di gruppi chiusi, con gli inizi di carriera fuori Parigi, favorendo la formazione continua, l’emersione di talenti, superando le posizioni di rendita con ruoli più elastici e di funzione, con il ricambio nei territori, il reclutamento dalla provincia e dalle classi popolari, con classi preparatorie e aiuti finanziari.

Le prossime settimane presentano due elementi di interesse. Con simili iniziative, Macron vuole confermare concretamente la natura riformatrice della sua presidenza, a un anno dalle elezioni, e infatti ha annunciato l’apertura dell’ISP dal 1° gennaio 2022. Vuole inoltre mostrare una piena capacità di governo su tutti i dossier, malgrado questa fase attiri le attenzioni sulla crisi pandemica e soprattutto malgrado le resistenze.

La riforma resta infatti un esercizio impegnativo, considerato che i tentativi dei precedenti presidenti non hanno dato esito e che è la stessa amministrazione da riformare che contribuisce alla scrittura del “decreto” (ordonnance) sull’ISP/Ena. I tempi sono relativamente stretti, il testo dovrà essere adottato entro il 7 giugno, termine fissato dalla legge sulla “trasformazione della funzione pubblica” del 6 agosto 2019, che è appunto una delle riforme della presidenza Macron.

 

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