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Come le tensioni politiche in Tunisia si scaricano sull’energia

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Tunisia

Che cosa sta succedendo in Tunisia dopo le dimissioni del capo del governo Elyes Fakhfakh

 

Si è dimesso ufficialmente in settimana il capo del governo tunisino Elyes Fakhfakh. Dopo le accuse mosse da parte di una compagine dell’ARP (Parlamento tunisino) guidate dal partito di ispirazione islamica Ennahda per conflitto di interessi. Fakhfakh, in carica da febbraio, ha presentato le sue dimissioni al Presidente della Repubblica, Kaïs Saïed. In una nota del governo si accenna, tra le motivazioni, il prevalere dell’interesse nazionale e a una scelta che mira a “evitare maggiori difficoltà al Paese”. Ma di fatto il paese viene a trovarsi senza guida in un momento di forte incertezza soprattutto economica, tanto che l’auspicio da parte della politica, è quello di definire un nuovo assetto entro agosto. Compito difficile, tuttavia, a causa della elevata frammentazione parlamentare con nessuna forza politica al di sopra del 25% delle preferenze.

L’INTERSCAMBIO ITALIA-TUNISIA

I primi effetti del clima di incertezza si sono manifestati nel settore energetico, uno dei più importanti del paese e a cui è interessata anche l’Italia visto che è in ballo tra Terna e Steg la realizzazione di una interconnessione da 600 milioni di euro di investimento. Ma i due paesi sono legati anche da un proficuo interscambio economico malgrado le importazioni della Tunisia dall’Italia siano diminuite del 34,1 per cento nel primo semestre del 2020. Secondo i dati pubblicati dall’Istituto nazionale per le statistiche, le importazioni in Tunisia hanno visto un calo del 24,1 per cento contro un aumento del 14,6 per cento nel primo semestre del 2019. Le importazioni hanno raggiunto un valore di 7.677 milioni di euro contro i 10.119 milioni di euro nello stesso periodo del 2019. Il calo è dovuto alla riduzione delle importazioni di beni strumentali del -29 per cento, materie prime e semilavorati del -22,4 per cento, beni di consumo del -21,5 per cento e di energia del -35,6 per cento, a causa del calo degli acquisti di prodotti raffinati (535,83 milioni di euro contro 992 milioni di euro) e gas naturale (326 milioni di euro contro 562 milioni di euro).

LO STOP AL PETROLIO DI TATOUINE

Proprio il settore energia rischia di essere il più colpito: nelle scorse ore i manifestanti tunisini hanno chiuso una stazione di pompaggio di petrolio che alimenta un terminal costiero alimentando ancor di più le proteste per la mancanza lavoro nella regione meridionale di Tatouine, secondo quanto riferito da Reuters. La mossa, effettuata con l’intento di esercitare ulteriori pressioni sui leader tunisini e nel tentativo da parte di diversi partiti di estromettere lo speaker del parlamento Rached Ghannouchi, ha come obiettivo quello di chiedere all’esecutivo l’attuazione dell’accordo datato di 2017 per la creazione di posti di lavoro nelle compagnie petrolifere e nei progetti infrastrutturali per ridurre la disoccupazione attualmente attorno al 30% nella regione, uno dei tassi più alti in Tunisia.

ENI UNO DEI MAGGIORI PLAYER PRESENTI NEL PAESE

Nonostante la presenza dell’esercito che protegge le installazioni petrolifere, centinaia di manifestanti hanno insistito per chiudere la principale stazione di pompaggio sahariana della Tunisia a Kamour. La Tunisia produce solo circa 44.000 barili al giorno. I manifestanti sono stati accampati nel Sahara dalla scorsa settimana in una regione in cui Eni italiana e l’austriaca OMV hanno interessi nel settore petrolifero.

Da non dimenticare, inoltre, che proprio in Tunisia passa il Trans Mediterranean Pipeline – Transmed, conosciuto anche come gasdotto Enrico Mattei, che collega Algeria e Italia passando per la Tunisia. Gli accordi sono stati firmati proprio un anno fa, fino al 2029, dal ministro tunisino dell’Industria, Slim Feriani, e l’ad di Eni, Claudio Descalzi, alla presenza dell’allora primo ministro Youssef Chahed facendo seguito alle intese raggiunte nel maggio 2019 con Sonatrach in relazione all’acquisto del gas e al trasporto nel canale di Sicilia (cosiddetto sistema Tmpc).

Eni è anche tra i maggiori player del paese: presente in Tunisia dal 1961 nei settori Upstream, Gas & LNG Power and Marketing e Refining & Marketing. Dal 1998 detiene, ad esempio, una partecipazione del 34% in Bitumed, società per l’importazione e commercializzazione di bitume nel mercato tunisino e presente anche nella distribuzione di lubrificanti. Nel 2017, la quota di produzione nel paese è stata pari a 9 mila boe al giorno. L’attività di estrazione è concentrata soprattutto nel sud e nell’offshore mediterraneo, di fonte ad Hammamet, con i blocchi Maamoura e Baraka e quelli onshore di Adam, Oued Zar, Djebel Grouz, Mld ed El Borma. Ma è soprattutto nel settore gas che si fanno più stretti i rapporti tra Italia e Tunisia: tra il 1977 e il 1983 Eni ha realizzato il gasdotto Transmed che collega l’Italia all’Algeria attraverso la Tunisia e che consente il trasporto di combustibile lungo i suoi 740 km di percorso da Cap Bon sul canale di Sicilia e Oued Saf saf, punto di consegna con la frontiera algerina.

LA TUNISIA NON L’IRAN MA NEANCHE L’EGITTO

Insomma, una situazione complicata, come evidenzia anche La Stampa: “La Tunisia non è certo l’Iran e nemmeno il vicino Egitto. Ma i nervi sono scoperti. A ottobre, l’elezione a furor di popolo del presidente Kais Saied, un giurista conservatore molto popolare nelle fasce di elettorato islamista e tra i giovanissimi, fece storcere il naso ai liberal del centro della capitale per le sue note posizioni a favore della pena di morte e contrarie alla parità di diritti tra sessi e alla depenalizzazione dell’omosessualità. Ma Kais Saied è considerato anche un baluardo contro la corruzione che corrode il tessuto sociale e rappresenta una garanzia. Per cosa, però?”.

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