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Come la politica inglese bacchetta Hsbc e StanChar su Hong Kong

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Hsbc e Standard Chartered sono le banche britanniche che si sono schierate con Pechino. L’articolo di Daniele Meloni

Il governo britannico ha preso una posizione molto dura nei confronti della Cina su Hong Kong e non solo. Alcune delle “big five”, le cinque banche più grandi con sede a Londra, hanno unito sia la maggioranza conservatrice sia l’opposizione laburista nelle reazioni di sdegno dopo avere firmato una petizione a favore della nuova legge sulla sicurezza che la Cina vorrebbe estendere alla città-stato in violazione degli accordi sino-britannici del 1997. “Fossi un correntista UK toglierei i miei soldi da chi sostiene una legge così incivile” – ha affermato Iain Duncan Smith, ex ministro del Lavoro ed ex leader Tory. “Questo comportamento è vergognoso” ha fatto eco Lord Adonis, l’ultra-blairiano alfiere del New Labour.

Quali sono le banche britanniche che si sono schierate con Pechino? E perché? Innanzitutto c’è la HSBC. Peter Wang, il suo CEO a Hong Kong, ha detto chiaramente che “Hsbc sostiene tutte le leggi e le regolamentazioni che portano stabilità a Hong Kong, ripristinando l’ordine e la crescita economica ”. Dopo le parole di Wang il titolo di Hsbc è balzato del +1,6% alla borsa di Hong Kong, superando la media dell’indice Hang Seng, caduto dello 0,1%.

L’istituto britannico è nato proprio nella città-stato nel 1865, ma ha trasferito la sede principale a Londra nella zona dei Docklands. Tuttavia la maggior parte dei suoi pre-tax profits – per la precisione il 54%, pari a oltre 22 miliardi di sterline – proviene ancora da Hong Kong. Inoltre, per anni è stata al centro di ipotesi di trasferimento da Londra e la domanda che tutti si pongono è: e se Pechino le chiedesse di riportare il suo headquarter a HK come si comporterebbe il primo istituto europeo per capitalizzazione? Nel corso del 2015 HSBC ha già tentato di abbandonare la capitale britannica, dove nell’ultimo anno ha pagato 2,5 miliardi di sterline di tasse. La questione è andata avanti per un anno, e a costi ragguardevoli per la banca, che ha assunto advisor per verificare la possibilità di uno spostamento sborsando oltre 40 milioni di sterline. Poi nel giorno di San Valentino del 2016 è riesploso l’amore con Londra: il nuovo corso al vertice dell’istituto – composto dal chairman, Mark Tucker, e dal CEO, Noel Quinn – ha chiuso la questione con un perentorio “we’re staying. End of”. Restiamo. Fine delle trasmissioni.

Allo stesso modo di Hsbc anche Standard Chartered, presente in 70 paesi con 80mila dipendenti, ha firmato la petizione pro-Pechino. Con un comunicato stampa, la finanziaria britannica ha affermato di “voler aiutare a mantenere la stabilità economica e sociale di Hong Kong a lungo termine”.

Jardine Matheson, una delle più antiche trading houses di Hong Kong ha acquistato una pagina dei quotidiani filo-cinesi Ta Kung Pao e Wen Wei Po, riempiendola con una pubblicità in cui si sostiene che “stabilire una cornice legale in favore della sicurezza nazionale è importante. Così si assicura il futuro di Hong Kong come polo di attrazioni di occupazione e investimenti”.

Settimana scorsa il governo Tory ha promosso un piano per concedere la cittadinanza fino a 3 milioni di cittadini di Hong Kong se la Cina non ritirerà la legge sulla sicurezza nazionale. Il Primo Ministro Boris Johnson e il ministro degli Esteri, Dominic Raab, si sono espressi a favore di questa soluzione nell’ambito di un ripensamento delle strategie di politica estera del Regno Unito che sono incentrate proprio sul futuro rapporto con la Cina.

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