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Come la pandemia cambierà il mondo del lavoro in Germania

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La Germania ha evitato l’esplosione della disoccupazione di massa, come avvenne durante la crisi dei primi anni Duemila, mentre i lavoratori autonomi diminuiranno di 150.000 unità. L’approfondimento di Pierluigi Mennitti da Berlino

 

L’adozione del meccanismo del Kurzarbeit (lavoro breve), attraverso il quale lo Stato integra in tempi di crisi straordinarie il salario dei lavoratori cui viene ridotto l’orario di lavoro, ha permesso finora alla Germania di superare senza drammi sociali la lunga crisi della pandemia. Ma se sul piano quantitativo le stime sull’occupazione restano tranquillizzanti anche per i prossimi mesi, su quello qualitativo l’impatto si annuncia rilevante.

Crescono innanzitutto le diseguaglianze, tra chi ha potuto usufruire di questo meccanismo riservato ai lavoratori dipendenti, e chi ne è escluso, come i lavoratori autonomi. All’interno di questa seconda categoria c’è poi la fascia di chi è anche lasciato fuori da altre misure di sostegno che aiutano il lavoro autonomo a reggere (come i sostegni a gestori di ristoranti e bar, o i titolari dei negozi): tra questi, gli artisti non contrattualizzati, i lavoratori saltuari, in affitto, i freelance di ogni categoria, le centinaia di migliaia di “minijobber”, lavoratori con rapporti da 450 euro mensili esenti da tasse e contributi sociali. Per un lungo periodo hanno ingrossato il miracolo del mondo del lavoro tedesco, ammorbidendo le statistiche sulla disoccupazione, oggi scontano gli effetti della crisi: su di loro è spesso caduta la mannaia del licenziamento, oppure più semplicemente non sono più stati chiamati a lavorare.

Sono loro i veri perdenti della crisi, lavoratori senza rete di sicurezza che non percepiscono più reddito (o lo percepiscono in maniera talmente ridotta da restare al di sotto della soglia di sussistenza). Mentre il mondo della grande industria è ripartito, chi è legato a settori come ristorazione o commercio è ancora legato alle misure dei lockdown, leggeri o rigidi che siano. Era stata una scelta politica ben precisa del governo Merkel: sacrificare questo universo micro sull’altare dell’industria. La cancelliera era stata ruvidamente esplicita quando, all’inizio di novembre, aveva difeso le misure restrittive del cosiddetto lockdown light: la definizione dei settori di chiusura è stata una scelta politica, aveva detto, determinata anche da valutazioni economiche. Merkel aveva spiegato che, a differenza del blocco totale della scorsa primavera, si voleva tenere aperta l’industria, perché un lockdown che avesse coinvolto le imprese industriali sarebbe pesato molto di più sui conti economici. “Teniamo aperto quella parte di economia che ci dà le risorse per sostenere la parte cui chiediamo il sacrificio di chiudere, bloccare tutto non sarebbe una soluzione saggia”, aveva detto testualmente. Il problema è che quel lockdown non servì a bloccare la seconda ondata, e prima di Natale si dovettero chiudere anche i negozi al dettaglio, e che gli aiuti non raggiungono tutti i lavoratori che hanno perso o non trovano più lavoro: i non garantiti.

Gli esperti dell’Institut für Makroökonomie und Konjunkturforschung (IMK), think tank economico vicino ai sindacati, apprezzano l’effetto del meccanismo del lavoro breve, che ha evitato l’esplosione della disoccupazione di massa, come avvenne durante la crisi dei primi anni Duemila, quando i senza lavoro schizzarono a 5 milioni. La pandemia si è portata via invece “solo” mezzo milione di posti di lavoro, ma sarebbe potuto andare molto peggio. Se però si guarda alle fasce lavorative più deboli, il prolungamento delle restrizioni nel 2021 costerà, secondo stime dell’istituto, ulteriori 200.000 posti di lavoro, tutti nei mini job. Nati con l’idea di offrire alle famiglie l’opportunità di arrotondare i redditi con un’attività minima, sono poi diventati lo strumento con cui le aziende recuperavano lavoro part-time a basso costo. Finché l’economia girava, la situazione si è più o meno retta (molti avevano più mini job, con i quali sommavano un salario più congruo), ma con la pandemia il precario equilibrio è saltato. Per riequilibrare il dislivello con i lavoratori garantiti, il sindacato chiede l’abolizione dei mini job: servono posti di lavoro assicurati dal punto di vista sociale e retribuiti in modo adeguato.

Come nel caso dei mini job, la pandemia ha scoperto il lato debole del lavoro autonomo (Selbständigkeit). L’Instituts für Arbeitsmarkt- und Berufsforschung (IAB), centro di ricerca dell’Agenzia federale del lavoro di Norimberga, stima che alla fine dell’anno gli autonomi diminuiranno di 150.000 unità, toccando con 3,8 milioni il valore più basso da 25 anni a questa parte. La crisi ha picchiato duro su questa forma di lavoro e, come i sindacati per i minijobber, anche l’istituto di Norimberga chiede uno sforzo al governo: recuperare i lavoratori autonomi che non hanno accesso agli strumenti di sostegno Hartz IV nella cassa per la disoccupazione.

Generalmente il mercato tedesco è molto dinamico, proseguono gli esperti dello IAB, ogni anno si registrano 8 milioni di nuove assunzioni, i cambi di lavoro sono frequenti, ma con la pandemia i datori di lavoro sono molto più prudenti. Così, dai dati, emerge il raddoppio dei disoccupati di lungo periodo, coloro che sono senza lavoro da più di un anno. Nell’anno del Covid-19 sono passati da 500.000 a un milione. Se nessuna analisi sull’evoluzione del mercato del lavoro prevede catastrofi nei prossimi anni, ma c’è il rischio di un aggravamento della disoccupazione di lungo corso. È un circolo vizioso, con le competenze che perdono valore, la diffidenza dei datori di lavoro che aumenta e le motivazioni che diminuiscono. Anche in questo caso lo IAB lancia proposte al governo: da un lato introdurre sgravi fiscali per le imprese nella fase iniziale di nuove assunzioni, dall’altro spostare il sostegno per corsi di riqualificazione, particolarmente importanti in una fase di grande cambiamento nell’economia.

L’istituto di Norimberga fa riferimento esplicitamente all’industria dell’auto, alle prese con la transizione dai motori a combustione a quelli elettrici, ma la transizione riguarda molti comparti. La pandemia ha accelerato processi in corso: nei prossimi anni il commercio online crescerà a scapito dei negozi fisici, le teleconferenze ridurranno il business dei viaggi d’affari, gli uffici dimagriranno a vantaggio dell’home office. Secondo le stime, scompariranno 500.000 posti di lavoro nel commercio al dettaglio, nella ristorazione (compresi i servizi di catering per le mense di ufficio), nel settore alberghiero e nell’industria aeronautica e ne nasceranno circa 300.000 nelle tecnologie dell’informazione e nella sanità (infermieri e assistenti a domicilio). Un processo che la politica deve accompagnare, dicono a Norimberga, immaginando nuove forme di aiuti, come ad esempio un sussidio di disoccupazione per i 40-50enni che dopo aver perso il lavoro devono seguire corsi di riqualificazione ma allo stesso tempo mantenere le famiglie.

Insomma, quando l’emergenza più stringente sarà passata, al governo è chiesta una rimodulazione degli aiuti, finalizzata a riequilibrare le disuguaglianze che la pandemia ha accentuato. Se è stata scongiurata un’ondata di licenziamenti di massa, grazie al lavoro breve e alla briglia sciolta lasciata all’industria, la crisi lascia dietro di sé molti perdenti: a essi è necessario offrire supporti mirati.

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