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Come la missione Irini cambia (in peggio) la guerra in Libia

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Libia Irini

Come cambia la guerra in Libia con l’avvio della missione europea Irini. L’analisi di Lorenzo Marinone per il Cesi

Nell’ultimo anno, l’Unione Europea è stata la grande assente della crisi libica. Ostaggio degli interessi di parte e delle agende nazionali, le istituzioni comunitarie non sono mai riuscite a parlare con una voce sola, né a elaborare una posizione comune su un dossier così delicato per gli equilibri politici, energetici e securitari del continente. Inoltre, la debolezza individuale degli Stati membri ha impedito ad ogni Paese europeo di incidere realmente sul decorso della crisi. Infatti, questa ha seguito dinamiche sempre più influenzate da attori regionali (Emirati Arabi Uniti, Turchia) e globali (Russia), al punto da rendere la Libia un’area dove si sfogano apertamente le competizioni per il potere nel Medio Oriente e nel Nord Africa. Il risultato di tutto ciò è stato l’accantonamento della cosiddetta “diplomazia dei Ventisette”, perlopiù spettatrice impotente degli effetti delle divisioni interne tra le diverse Cancellerie europee.

La nuova missione Eunavfor Med Irini, lanciata ufficialmente il 31 marzo, costituisce formalmente la prima iniziativa congiunta elaborata da Bruxelles per la Libia da quando, il 4 aprile 2019, l’offensiva su Tripoli lanciata dal Generale Khalifa Haftar ha inasprito ulteriormente il conflitto e ha fatto naufragare gli sforzi dell’allora Inviato delle Nazioni Unite per la Libia Ghassan Salamé. Tuttavia, il mandato della missione e la sua fisionomia incorporano, invece di risolvere, gran parte di quelle criticità che rendono intricata la diplomazia al lavoro sul dossier libico.

L’obiettivo della missione militare europea Irini (“pace” in greco) è far rispettare l’embargo sulle armi per la Libia disposto dall’Onu, così da facilitare il raggiungimento di un cessate il fuoco permanente e ribadire, in ultima istanza, che l’unica possibilità per porre termine alla crisi è l’impegno di tutte le parti in una soluzione non militare ma politica. Si tratta di un’opzione discussa per mesi in sede UE e che è stata avanzata per la prima volta lo scorso gennaio, nei giorni in cui si è svolta la conferenza di Berlino sulla Libia. Infatti, molti Paesi membri hanno visto nel dispiegamento in tempi brevi di una missione militare che desse forza e credibilità agli impegni politici il modo migliore per rafforzare la propria posizione al tavolo della diplomazia e recuperare la centralità perduta (o mai realmente avuta).

Già all’epoca di Berlino, l’operazione Irini veniva presentata come la soluzione ottimale per ribadire l’impegno europeo a fianco del processo diplomatico guidato dall’Onu, battere finalmente un colpo sulla crisi libica e, soprattutto, tenere a freno i tanti attori esterni che gravitano attorno al conflitto e lo alimentano garantendo rifornimenti e logistica ai due schieramenti. Il suo effettivo dispiegamento è poi apparso necessario vista la brusca interruzione dei negoziati nella seconda metà di marzo, che erano timidamente proseguiti dopo Berlino, e la ripresa su vasta scala dei combattimenti, sia attorno a Tripoli e sulla direttrice Sirte-Misurata, sia tra Zintan e Zuwara.

Sulla carta, quindi, Irini dovrebbe disinnescare definitivamente quel meccanismo che ha permesso alla crisi di assumere una portata senza precedenti per intensità e durata del conflitto. Senza il continuo supporto degli sponsor esterni, infatti, il Governo di Unità Nazionale di Tripoli (Gun) e l’Esercito Nazionale Libico di Haftar (Enl) avrebbero dovuto probabilmente prendere atto che le rispettive forze in campo sono equivalenti. Invece, è proprio il continuo afflusso in teatro di mezzi, sistemi d’arma e mercenari, diretti a entrambi gli schieramenti, che ingenera un circolo vizioso e alimenta l’escalation. Un supporto che è aumentato di volume e frequenza già all’indomani della conferenza di Berlino e di fatto ha preparato il terreno per la recente ripresa degli scontri.

Tuttavia, nonostante un mandato chiaro, il dispositivo della missione appare palesemente sbilanciato e inadatto a far cessare del tutto l’afflusso di armi verso il territorio libico. Infatti, per gli assetti che mobilita, Irini inciderà realmente soltanto sui traffici che avvengono via mare, mentre sarà molto meno efficace rispetto a quelli che avvengono per via terrestre o aerea. Questo stato di cose avrà un impatto sensibile sui rifornimenti che la Turchia garantisce al Gun, poiché questi avvengono quasi esclusivamente attraverso il traffico navale. Al contrario, non dovrebbe impedire agli Emirati Arabi Uniti, alla Giordania e all’Egitto di continuare a rifornire Haftar, visto che le loro spedizioni avvengono o tramite voli cargo o, in misura minore, attraverso la frontiera terrestre condivisa libico-egiziana.

Infatti, Irini avrà a sua disposizione soprattutto assetti navali, ai quali il mandato della missione garantisce la facoltà di condurre ispezioni al largo delle coste libiche su tutto il naviglio sospettato di trasportare carichi in violazione dell’embargo ONU. Le navi, cioè, potranno essere fisicamente dirottate su porti europei. In più, l’ampio raggio operativo della missione consente il pattugliamento della parte orientale delle acque libiche, direttrice di provenienza obbligata per i carichi dalla Turchia. Fino ad ora, infatti, Ankara sembra aver convogliato in Libia soprattutto assetti della propria industria della difesa, con l’area di Smirne come punto di carico privilegiato.

Viceversa, poco o nessun danno sembra poter essere fatto alle linee di rifornimento che sostengono l’offensiva di Haftar. La missione prevede sì l’impiego di assetti aerei e satellitari, ma il loro sarà con ogni probabilità soltanto un ruolo di sorveglianza e raccolta dati.. Non va poi sottovalutato il fatto che gli sponsor del leader militare della Cirenaica hanno a disposizione un ventaglio di alternative per ridurre la propria esposizione, opzione non disponibile per la Turchia. Infatti, se il canale aereo diventasse politicamente poco sostenibile, lo schieramento a favore di Haftar potrebbe ancora contare sulla continuità territoriale dell’est libico con l’Egitto, per di più un’area molto estesa e porosa in cui è relativamente semplice occultare dei convogli. Infine, per quanto Irini possa raccogliere prove sulle infrazioni dell’embargo attraverso il monitoraggio dello spazio aereo e dei confini terrestri, l’uso effettivo di tali prove resta piuttosto vago. Non va dimenticato che il coinvolgimento emiratino a favore di Haftar è un fatto acclarato dai più recenti report del panel di esperti Onu chiamati a monitorare il rispetto dell’embargo, ma tali informazioni non sono mai state utilizzate dalla Comunità Internazionale come leva negoziale o come base per delle misure sanzionatorie.

In quest’ottica, è plausibile attendersi che l’effetto principale della missione Irini nelle prossime settimane sia, paradossalmente, un inasprimento del conflitto. Vedendosi di fatto avvantaggiati, gli sponsor di Haftar avranno ulteriori incentivi a perseguire una soluzione militare al conflitto. Mentre la Turchia inizierà verosimilmente ad avere seri problemi nel garantire i rifornimenti al Gun. Non si può quindi escludere che Ankara aumenti la pressione su alcuni Paesi confinanti con la Libia affinché acconsentano, anche in modo “coperto”, a diventare uno snodo logistico alternativo verso cui potrebbero essere diretti in prima istanza i carichi turchi. In particolare, la Turchia potrebbe sondare la Tunisia, già interpellata in proposito nei mesi scorsi, e l’Algeria, che non è mai sembrata a favore di una conquista del potere per via militare da parte di Haftar.

Tra i possibili effetti collaterali del lancio di Irini va poi annoverato un prevedibile aumento delle tensioni tra Ankara e alcuni Paesi europei. In quest’ottica, sono molti i teatri e i dossier in cui la Turchia si può muovere in contrasto con gli interessi europei, e talvolta da una innegabile posizione di forza. Si pensi ad esempio ai flussi di migranti verso la Grecia, una minaccia che il Presidente turco Erdogan è già tornato ad agitare nelle ultime settimane e che può avere profonde ripercussioni politiche su governi europei già in seria difficoltà per la pandemia di Covid-19. Altrettanto sensibile è il dossier dello sfruttamento energetico delle risorse di gas al largo di Cipro e nel Mediterraneo orientale, dove sono coinvolte importanti aziende europee come l’italiana Eni e la francese Total.

A fronte del quadro fin qui delineato e della possibilità concreta che la missione faciliti l’ingresso di Haftar a Tripoli, gli altri punti del mandato di Irini perdono gran parte della loro rilevanza. In particolare, va segnalato uno degli obiettivi secondari dell’operazione, che assegna agli assetti di Irini il compito di impedire il contrabbando e ogni altra forma di vendita illegale all’estero di idrocarburi di origine libica. Un punto che, in altre condizioni, avrebbe disinnescato uno dei più forti ricatti in mano ad Haftar. Infatti, più volte in passato il Generale ha minacciato (o effettivamente tentato) di commercializzare il greggio libico in autonomia, ovvero senza passare attraverso le istituzioni preposte come la Compagnia Nazionale del Petrolio (Noc) e la Banca Centrale Libica (Bcl), che restano sotto controllo delle istituzioni di Tripoli. In tal modo, Haftar poteva agitare lo spettro della secessione e sedersi al tavolo dei negoziati da una posizione rafforzata.

Nel complesso, quindi, la missione europea dimostra una duplice natura: da un alto, essa rappresenta un’iniziativa troppo timida per ridare voce alla diplomazia, mentre dall’altro risulta eccessivamente irruenta per non provocare uno sbilanciamento decisivo nelle dinamiche del conflitto.

Soprattutto, la missione Irini e i suoi possibili effetti non costituiscono in alcun modo una garanzia di recuperare centralità nel dossier libico per le Cancellerie europee. Né per quelle tradizionalmente più favorevoli ad Haftar come Parigi, né per quelle, come Roma, la cui posizione si è evoluta in un appoggio al Gun di Tripoli “temperato” dall’accettazione di un ruolo politico per Haftar nonostante la sua aggressione sulla capitale. Al contrario, una soluzione militare della crisi consegnerebbe una posizione dominante a quelle potenze, come gli Eau, che hanno fornito ai vincitori i mezzi necessari per imporsi, e un ruolo ben più marginale, quasi di “passacarte”, a quelle potenze, come i Paesi europei, chiamate soltanto a vidimare a posteriori il nuovo status quo.

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