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Come l’Italia può davvero aiutare la Tunisia

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Le sfide della Tunisia e il ruolo dell’Italia. L’analisi di Gianfranco Polillo

Nel mese di settembre gli sbarchi di clandestini sono più che raddoppiati (260%) rispetto al corrispondente mese dell’anno passato. A ottobre l’incremento è stato leggermente minore (178%), anche a causa della cattiva situazione del mare. Rispetto al mese di agosto, comunque, l’inversione è netta. Dall’inizio dell’anno le percentuali mostravano una netta contrazione, per poi invertire il segno. I dati sono ufficiali: rintracciabili nel sito del Ministero dell’Interno. Ci dicono inoltre che, negli ultimi due anni, sono mutate le nazionalità. Nel 2017, ad esempio, l’immigrazione di Tunisini non era nemmeno censita nelle statistiche ministeriali. Dal 2018 in poi hanno raggiunto circa un quarto del flusso complessivo: 2.514 persone fino all’ottobre 2019 e 4.827 fino all’ottobre dell’anno prima. Il fenomeno merita, quindi, un approfondimento.

La Tunisia è un piccolo Paese nella grande distesa del Maghreb. Ha una popolazione di poco più di 11 milioni di residenti ed una superficie di 163 mila kmq. La Lombardia ha più o meno lo stesso numero di abitanti, anche se una superficie pari ad appena un settimo. Solo che il 40 % del territorio del Paese nord africano è costituito dal deserto del Sahara. L’interesse italiano per questo Paese deriva, in particolare, dalla sua prossimità con le coste italiane: una distanza che è pari a circa 80 miglia (12 ore di navigazione con una barca a vela) da Lampedusa. La metà rispetto alle coste libiche. Circostanza che fa di quel Paese una base di partenza privilegiata per il trasporto dei disperati del mare: non solo tunisini. Visto che quelle stesse tratte sono utilizzate per un traffico ben più redditizio.

Combattere contro quelle barbarie dovrebbe, pertanto, rappresentare per l’Italia una priorità se, effettivamente, volesse stroncare quel commercio. Ma per ottenere un risultato concreto non bastano le prediche. Bisogna dare un contributo fattivo alla crisi che travaglia quel piccolo Paese. La Tunisia, infatti, sta attraversando un momento difficile da un punto di vista economica e sociale. Con una crisi che si è manifestata, come in Italia, nel 2011, ma che poi è peggiorata fino ai nostri giorni.

Da quella data il suo tasso di crescita è regredito da una media del 4,3 per cento annuo, che datava dall’inizio degli anni ’80, all’1,8 per cento. Il Pil pro-capite che nel 2008 aveva raggiunto il suo valore massimo (4.300 $ annui) nei successivi sei anni si era stabilizzato, per poi scendere drasticamente, con una perdita complessiva del 23%. Destinato, ulteriormente a contrarsi, fino al 2021, stando almeno alle previsioni del FMI.

Il tasso di disoccupazione, ch’era progressivamente diminuito, nel 2011 è passato dal 13 al 18,9 per poi stabilizzarsi intorno al 15 per cento. Colpa soprattutto di un crescente passivo delle partite correnti della bilancia dei pagamenti, riflesso e conseguenza di una progressiva caduta dei livelli di produttività. Da questo punto di vista, il Paese ha sempre avuto una qualche difficoltà, con un deficit che dal 1980 al 2008 è stato pari, in media, al 4,5% annuo, ma che è quasi raddoppiato dopo la crisi del 2008 (8,8% in media). Fino a raggiungere nel 2018 l’11,1 per cento del Pil.

Vi hanno contribuito, in misura rilevante, gli attentati terroristici del 2015 (museo del Bardo e Susa) con quella lunga scia di sangue, che hanno fatto venir meno una risorsa importante del Paese: il turismo. Solo in parte compensato dal trasferimento di tanti libici benestanti, costretti ad abbandonare la propria terra. Facile oggi comprendere il piano dei mandanti di quelle stragi. Si voleva, tra l’altro, destabilizzare l’intero Paese, per favorire, in seguito, l’istallazione di basi sicure per il traffico dei migranti. Cosa che si è puntualmente verificata negli anni successivi.

Purtroppo, da allora, l’Europa è rimasta alla finestra. Incapace di cogliere i nessi che intercorrono tra le diverse realtà del Mediterraneo. L’effetto domino che producono le crisi locali — siano esse economiche o militari — destinate a non rimanere circoscritte. Ma a determinare un contagio pernicioso. Si poteva intervenire aprendo maggiormente le frontiere alle produzioni locali: prodotti dell’agricoltura e della pesca, materie prime (fosfati) e tessili. Invece di essere stati poi costretti ad accogliere uomini disperati. Contribuendo, in questo modo, al suo sviluppo economico; piuttosto che a contenere la pressione demografica che sfocia nell’emigrazione clandestina.

Ed, invece, nel dicembre del 2017 la Tunisia è stata inserita nella black list, stilata dalla Commissione europea, per i paradisi fiscali. Quindi sottoposta, seppure in forme più soft rispetto agli altri 47 Paesi contenuti nell’elenco, a misure di carattere precauzionale, sui movimenti finanziari. Poi, soprattutto per iniziativa francese, questo ostacolo è stato rimosso, ma non del tutto. In data 13 febbraio del 2019 la Commissione europea l’ha inclusa in una nuova black list, che riguarda il possibile riciclaggio e le operazioni finanziarie collegate al fenomeno del terrorismo. Oltre il danno, la beffa. Un nuovo duro colpo. La sua crisi economica deriva, in larga misura, dalla carenza di investimenti. Quelli pubblici sono al collasso, considerato l’alto livello di indebitamento dello Stato (in media superiore al 5 per cento del Pil, su base annua) ed un rapporto debito – Pil, certamente non preoccupante (74,4 per cento del Pil), ma in costante crescita: un aumento del 70 per cento dal 2011.

Il rebus potrebbe essere risolto da un maggiore attivismo degli investitori esteri, ma esso è frenato dalla black list, che comporta notevoli ostacoli agli eventuali trasferimenti finanziari.

Una piccola schiarita si è avuta solo una settimana fa. Il FATF (Financial Action Task Force), che è un organismo intergovernativo costituito per la lotta contro il riciclaggio, ha certificato che la Tunisia si è adeguata alle norme in materia, per cui non sarà più sottoposta al relativo monitoraggio. Può quindi essere cancellata dalla lista dei cattivi. A quanto sembra, manca solo il timbro dell’Ecofin. Che l’Italia faccia sentire la sua voce. Per dare corpo alle tante promesse di aiuto, necessarie per combattere i trafficanti di uomini, con una politica di sviluppo. Considerato, se non altro, che il relativo endorsement costa niente.

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