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Come il centrodestra cerca di rilanciarsi

Quirinale Berlusconi

Tutto rose e fiori nel centrodestra? Certamente no. Le differenze restano, la riflessione da fare è profonda. Ma è un fatto che ieri si sia ripresentato, almeno plasticamente, come una coalizione. La nota di Paola Sacchi

La frase chiave della nota congiunta al termine del vertice di ieri a tre, dopo mesi, tra Silvio Berlusconi, Giorgia Meloni e Matteo Salvini è no al proporzionale. Non si tratta di formule politichesi, il proporzionale sarebbe il passe partout della disarticolazione vera del centrodestra, una coalizione sicuramente ammaccata dai risultati delle Amministrative. Risultati che però non le impediscono, come osservava ieri lucidamente Stefano Folli su Repubblica, di riprendere il cammino come coalizione liberale e conservatrice.

I fatti, del resto, dicono che la stessa offensiva scatenata dalla sinistra, sul piano mediatico, con la “fascistizzazione” degli avversari politici, fino alla piazza rossa in pieno silenzio elettorale sabato scorso, di Roma, a S. Giovanni, ha di fatto ri-bipolarizzato il dibattito politico.

Eterogenesi dei fini per l’Ulivo, finora molto ristretto sia per vittoria ad alto tasso di astensionismo sia per composizione, Pd, sinistre, Cinque Stelle? Probabilmente no.

Se è vero che il leader del Pd Enrico Letta, legittimamente, ambisce, come lui stesso è parso non escludere nei giorni scorsi in un’intervista al Corriere della sera, tornare alla guida di Palazzo Chigi, avrebbe bisogno di uno schema bipolare. A meno che… Un esperto osservatore di lungo corso di cose dem non a caso ci fa notare: “Il proporzionale è più una cosa da giornali, un fondato timore di forze come la Lega soprattutto, perché forte nei collegi, in quanto ancora forza molto radicata, soprattutto al Nord, sul territorio, ma è un timore anche di Fratelli d’Italia”. Aggiunge significativamente il nostro interlocutore: “C’è un però: il ritorno al proporzionale vero sarebbe possibile solo se Salvini uscisse dalla maggioranza di governo e si creasse la formula “Ursula” all’italiana. Ma Salvini non esce”.

Forse, ecco perché in queste ore post-elettorali non si è sentito più Letta invitare di fatto il leader della Lega a uscire. In tutto questo restano schiacciati i centristi di Matteo Renzi e Carlo Calenda. Quest’ultimo, che non è andato al ballottaggio a Roma, non a caso reagisce subito irritato alla nota congiunta del centrodestra. E accusa il Cav di aver “ceduto ai sovranisti”.

Il cosiddetto centro è un progetto che resterà in piedi, naturalmente. Ma chi conosce bene Silvio Berlusconi, pur a 85 anni, non ce lo vede esattamente bene a fare, detto un po’ brutalmente, il portatore di voti a progetti centristi di altri.

Certamente Forza Italia, che è il Cavaliere, potrebbe giocare un ruolo nella veste di ago della bilancia in un quadro proporzionale, non più bipolare, ma altrettanto certamente quel ruolo il suo fondatore, che è anche fondatore del centrodestra, lo vorrebbe tutto per sé. E alla fine perché dover spendere la sua potenza economica, finanziaria, mediatica o degli importanti rapporti sul piano internazionale, come lo stesso Salvini gli ha sempre riconosciuto, una sorta di variabile indipendente dai numeri di FI, per rischiare di aggregarsi a Renzi e Calenda? Non è meglio esercitare ancora il ruolo di federatore in “casa sua”?

Ma, al di là di questo, il Cav è nato con il bipolarismo, anzi, lo ha fondato. E probabilmente ne riannusa l’aria. Pur restando la grossa incognita degli elettori rimasti a casa. Ma sono rimasti a casa davvero perché ci sono i “sovranisti”, brutti, sporchi e cattivi secondo il mainstream? O forse perché, come ha lucidamente scritto Daniele Capezzone, editorialista della Verità, nel suo nuovo libro “Per Una Nuova Destra” (Piemme edizioni), non è stata presentata loro una chiara a precisa offerta sulla diminuzione della pressione fiscale, il lavoro, la sburocratizzazione? E questo a difesa di quei ceti popolari, “i dimenticati della sinistra”, e della stessa borghesia imprenditoriale non al riparo dello Stato?

Salvini ieri sera dopo il vertice a tre a pranzo a Villa Grande, nuova residenza-ufficio romana del Cav, con tanto di iconografia berlusconiana, ha posto l’accento sulla sua “speranza” che ora il centrodestra (quindi quello di governo e di opposizione) unito esponga al premier Mario Draghi queste richieste che toccano l’Italia vera, l’Italia profonda, “il centrodestra unito è, anzi, un valore aggiunto per Draghi e il suo governo”.

“Non si è parlato di leadership”, ha sottolineato. E Meloni proprio l’altro giorno aveva significativamente detto che non chiederà agli alleati di uscire dall’esecutivo di emergenza nazionale. Così si chiama e a questo scopo nacque il governo Draghi.

Tutto rose e fiori nel centrodestra? Certamente no. Le differenze restano, la riflessione da fare è profonda. Ma è un fatto che ieri si sia ripresentato, almeno plasticamente, come una coalizione.

Il percorso è lungo e a ostacoli. Primo appuntamento l’elezione del Capo dello Stato, tra una manciata di mesi, praticamente domani in politica. E l’unità del centrodestra sull’appuntamento per la corsa al Colle, dopo il no al proporzionale soprattutto di Berlusconi, che fa tirare un sospiro di sollievo agli alleati, pur restando guardinghi, è l’altro punto politico, consequenziale della nota congiunta.

Berlusconi candidato per il Quirinale? O forse lo stesso Draghi, con un ruolo però del Cav e del centrodestra da king maker? Comunque non più un nome imposto dalla sinistra. La partita è solo all’inizio. E forse un piccolo tassello di questa è stata anche l’elezione, alla fine per acclamazione, dopo una accesa polemica tra gli azzurri, tra ala di governo e gli altri – con la stessa ministro Maria Stella Gelmimi, che avrebbe usato parole molto polemiche secondo le agenzie di stampa – di Paolo Barelli. Deputato di lungo corso, ritenuto molto vicino al coordinatore nazionale e vicepresidente di FI Antonio Tajani, considerato il più unitario, dopo naturalmente Berlusconi, con gli alleati di Lega e FdI.

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