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Come i giornali hanno giudicato l’ultimo Dpcm di Conte

di

prima repubblica

I Graffi di Damato con commenti e reazioni al Dpcm di Conte

Va bene. Obbedisco, molto piò modestamente, da tapino che sono, di come fece Giuseppe Garibaldi telegrafando il 9 agosto 1866 al generale Alfonso La Marmora, che gli aveva ordinato di fermarsi sulla strada di Trento. Diversamente dai colleghi, per esempio, del Secolo XIX, che l’hanno sparato su tutta la prima pagina, non chiamo “coprifuoco” quello che il presidente del Consiglio ha appena disposto per fronteggiare l’epidemia virale.

Consentitemi tuttavia di condividere il giudizio di Aldo Cazzullo, che nell’editoriale del Corriere della Sera ha trovato nel decreto appena firmato da Giuseppe Conte “non un piano per il futuro” ma “una dichiarazione di fallimento per il passato”, perché “sancisce l’incapacità di prevenire la seconda, annunciatissima ondata della pandemia”.

Persino Marco Travaglio – sì, proprio lui, il direttore del Fatto Quotidiano che sovente raccoglie per primo, anticipa le decisioni e suggerisce il presidente del Consiglio, come mi è sembrato fare ieri proiettando il decreto in arrivo verso il salvataggio del Natale, in effetti evocato da Conte nella sua conferenza stampa a Palazzo Chigi – ha aperto oggi il suo editoriale scrivendo di “non essere d’accordo sull’ultimo Dpcm”. Cui peraltro ha assegnato il numero 22 della serie anti-pandemica, contro l’11 ricordato da altri. Ma scritto da lui, bisogna credergli perché dispone di un archivio politico che, se è pari a quello giudiziario, dev’essere imbattibile, al netto delle omissioni o delle mutilazioni comode alle sue polemiche di giornata.

A tanto sforzo di obiettività nel riconoscere i limiti dell’ultimo decreto Travaglio ha comunque aggiunto il riconoscimento a Conte di avere “usato le parole e i toni giusti, come quasi sempre dall’inizio della pandemia, per lanciare l’allarme senza diffondere allarmismo”, pur reduce da una fatica politica enorme così raccontata, con un cenno di perdurante preoccupazione: “Non sappiamo se, dopo il cedimento dell’altra notte all’ala più isterica e meno riflessiva del governo e della maggioranza, ne abbia ripreso il pieno controllo politico”. “Ma almeno – ha aggiunto, sempre riferendosi a Conte – ne ha dato l’impressione con un discorso asciutto, fermo, equilibrato, abile nel mascherare la babele cacofonica delle mille istituzioni che hanno messo le mani nel Dpcm”. Che è risultato perciò “il meno coerente e razionale della collezione”.

Forte probabilmente di notizie, confidenze e quant’altro passategli dal portavoce ufficiale di Conte e Palazzo Chigi Rocco Casalino, momentaneamente lontano dal suo ufficio perché contagiato, al pari del portavoce di Sergio Mattarella e del Quirinale, Travaglio ha raccontato che a mettere le mani nell’ultimo e meno riuscito decreto sono stati “ministri, vice ministri, sottosegretari, consulenti, Quirinale, leader di partito, comitato tecnico-scientifico, sindaci metropolitani, presidenti di Regione, sindaci, associazioni di categoria, ovviamente nessuno d’accordo con gli altri”.

Tanto involontariamente quanto autolesionisticamente Travaglio non poteva esporre meglio il bailamme di governo gestito dal “suo” Conte: l’uomo regalatoci dalla Provvidenza attraverso quel singolarissimo campione dello spettacolo comico che è Beppe Grillo.

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