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Come gli Stati Uniti si disuniscono sulla pandemia Covid-19

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Tutte le ultime tensioni negli Stati Uniti sulla pandemia Covid-19 e il ruolo di Anthony Fauci.

 

Lievitano le tensioni tra Donald Trump e Anthony Fauci, l’epidemiologo Usa che affianca la Casa Bianca nella battaglia contro la pandemia da Covid-19, ormai divenuto un volto familiare agli spettatori di tutto il mondo. Il presidente Usa ha infatti rilanciato un tweet nel quale Lorraine DeAnna, un’ex candidata repubblicana alla Camera, scrive: “Fauci ora afferma che se Trump avesse ascoltato prima gli esperti avrebbe potuto salvare più vite”. Il riferimento è alle recenti indiscrezioni di stampa riguardo a un presunto ritardo del presidente Usa nel prendere atto della gravità della situazione. “Fauci il 29 febbraio diceva che non c’era nulla da temere e che (il virus, ndr) non rappresentava una minaccia”, aggiunge la De Anna nel suo tweet, concludendo il post con la frase, “è arrivato il momento di licenziare Fauci”. Non è l’unico fronte polemico per Trump.  Il presidente degli Stati Uniti ha respinto le nuove critiche che gli sono state lanciate dal New York Times sui presunti ritardi della Casa Bianca nelle misure di contrasto al coronavirus. Oggi il Paese è tristemente al primo posto per numero di contagi, 557.571, e per decessi, 22.108. Trump, su twitter, ha definito ‘fake news’ queste affermazioni e ha anche accusato i media di essere “corrotti” e “patetici”. Trump ha twittato che l’articolo del New York Times “è falso” e ha ribadito che in passato, quando aveva imposto il divieto del traffico aereo con la Cina, “ero stato criticato per essermi mosso troppo rapidamente”. In un altro post, sempre su twitter, Trump ha scritto: “Media corrotti!”. Secondo il presidente Usa si comportano disonestamente e pateticamente. “Sto lavorando duramente per mostrare la corruzione e la disonestà nei media patetici”, ha scritto.  (Redazione Start Magazine)

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VENTI DI RECESSIONE NEGLI USA? L’articolo di Marco Orioles

Ormai non sono più solo voci isolate quelle che negli Usa evocano la parola più terrificante di tutte: recessione.

Un indicatore, almeno, pare testimoniare che la prova del Covid-19 sta stremando l’America: la disoccupazione.

Sono ormai 17 milioni, scriveva nel weekend il Washington Post, gli americani che si sono presentati agli uffici per l’impiego a presentare domanda di sussidi e altri benefit.

A quella cifra si è arrivati peraltro con gran velocità dopo il record di domande (6,9 milioni) presentate due settimane fa e quello leggermente inferiore (6,6 milioni) della settimana scorsa.

Gli effetti della disoccupazione di massa, osserva il Wapo, sono ormai visibili in tutti gli States sotto la forma delle code chilometriche di auto incolonnate per ricevere aiuti alimentari e di quelle umane alle porte dei ristoranti che offrono pasti gratuiti ai bisognosi.

Ma il problema del lavoro nell’America sfiancata dal Covid-19 non assume la sola forma della disoccupazione, e non sembra essere nemmeno il più grave.

Che dire infatti dell’analisi fatta dal McKinsey Global Institute secondo cui dai 42 ai 54 milioni di posti di lavoro negli Usa (su un totale di 150) sono esposti alle conseguenze dell’emergenza che si tradurranno per i lavoratori (soprattutto per quelli più colpiti dei settori della ristorazione e delle vendite al dettaglio) non solo nella perdita dell’impiego, ma anche in riduzioni di orario o di paga o in congedi temporanei e senza stipendio?

E considerato che l’86% di questi lavori a rischio è retribuito con meno di 40 mila dollari l’anno – a fronte dei 68 mila circa di reddito medio di una famiglia americana di quattro persone – ecco che lo spettro della povertà si fa davvero tangibile.

E se non perdono il lavoro, gli americani perdono comunque la fiducia nelle vesti di consumatori, come dimostra il forte calo del relativo indice come misurato dall’Università del Michigan in quello che i ricercatori hanno definito il tonfo più poderoso nella lunga storia statistica di questo indice.

Ecco perché, interpellato su questa situazione dal giornale della capitale, l’economista di Princeton Alan Blinder non ha potuto fare altro che ammettere al Wapo di “non aver mai visto nulla del genere” e spiegare che quello che sta succedendo “sembra proprio potersi qualificare come depressione”.

Le previsioni di JPMorgan Chase sembrano peraltro dirci che il peggio deve ancora venire, se è vero che la disoccupazione toccherà quota 20% e l’economia si contrarrà del 40% nel secondo quadrimestre.

Chi non se la sente di abbandonarsi alla disperazione è l’ex n. 1 della Fed Ben Bernanke, per il quale “la durata di questo calo sarà probabilmente più breve” di quella registrata nei dodici anni della Grande Depressione”.

Parole condivise dall’attuale reggente della Banca Centrale, Jerome H. Powell, per il quale la pur “allarmante” velocità con cui la disoccupazione sta crescendo “dopo 50 anni di vette negative” delinea un fenomeno che sarà solo “temporaneo”.

Tutto dipenderà naturalmente, ha spiegato Powell, da quando l’emergenza sarà rientrata e la Corporate America riaprirà i battenti.

“Quando il virus” avrà smesso di uccidere – è il pensiero che il capo della Fed ha illustrato al pubblico della sua conferenza tenutasi venerdì alla Brookings Institution di New York – “e sarà sicuro tornare al lavoro e aprire negozi e imprese, allora ci dobbiamo aspettare che ci sia una rapida ripresa”.

Sul cauto ottimismo di Bernanke grava tuttavia un’incognita: nessuno ancora può pronunciarsi sulla data in cui sarà tutto finito, a partire dal lockdown.

Il tema riaprire/non riaprire ha dominato non a caso gli show tv della domenica, durante i quali il popolo americano ha potuto ascoltare i pareri discordanti di personalità come il n. 1 degli scienziati della task force governativa anti-Coronavirus, Anthony Fauci.

Parlando dalle frequenze della CNN, il direttore del National Institute of Allergy and Infectious Diseases ha gelato il sangue dei trumpiani e di tutti coloro che tifano per la fine immediata del lockdown.

“C’è sempre la possibilità”, ha spiegato infatti Fauci, “che entrando nel prossimo autunno, o all’inizio dell’inverno, ci sia un rimbalzo” di casi di Covid-19.

Ne è convinto anche Christopher Murray, direttore del Washington’s Institute for Health Metrics and Evaluation, che alla trasmissione “Face the Nation” della CBS ha profetizzato un nuovo picco di contagi qualora le disposizioni federali e locali sul contenimento del virus, e quelle sul distanziamento sociale in particolare, fossero allentate già all’inizio del mese prossimo.

Anche per Tom Inglesby, direttore del Center for Health Security della John Hopkins University ospite ieri di “Fox News Sunday”, “riaprire il paese il 1 maggio” sarebbe prematuro.

Se questo era lo spartito della domenica, non potevano mancare le note di stampo politico.

Si segnalano così da un lato l’editoriale sul New York Times dell’ex vicepresidente e oggi candidato democratico alla Casa Bianca Joe Biden intitolato “Il mio piano per riaprire in sicurezza l’America”

E, sulla sponda opposta, il post su “Medium” del leader repubblicano alla Camera, Kevin McCarthy, sui “piani” elaborati in questo momento dai membri del Congresso come lui per “rimettere in moto di nuovo l’America”.

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