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Come funziona l’assegnazione degli alloggi di servizio? Il caso Trenta e un’esperienza personale…

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Trenta

Conosco l’appartamento della signora Trenta. Pardon, del maggiore Passarelli. E conosco la disciplina di assegnazione degli alloggi di servizio. Quindi vi dico che… L’articolo di Umberto Rapetto

Conosco l’appartamento della signora Trenta. Pardon, del maggiore Passarelli.

Ci sono stato tantissimi anni fa. Ci abitava un mio amico che all’epoca aveva un incarico proporzionale ai 180 metri della casa che occupava a pieno titolo.

Conosco la disciplina di assegnazione degli alloggi di servizio perché quando, sottotenente appena uscito dall’Accademia, feci domanda per averne uno nella caserma Teseo Tesei in quel di Portoferraio non mi venne assegnato perché i due potenzialmente disponibili erano occupati “sine titulo” da due abusivi temporaneamente autorizzati dalle “Superiori Gerarchie”. La mia insistenza nell’ottenere ciò che mi spettava è cozzata contro l’infrangibile muro che caratterizza tante organizzazioni dove “si può ciò che si vuole”. Non accettando l’inevitabile “e più non dimandare”, ho avuto modo di saggiare la gratuita prepotenza e gli ardimentosi percorsi con cui l’iniquità diventa regola.

Leggere la vicenda dell’unità immobiliare dell’ex ministro della Difesa, mi ha fatto tornare su – come un indigesto piatto di peperoni la notte – il ricordo di una brutta esperienza personale che ha fatto sì che poi, in tanti anni di carriera, non abbia mai fruito di una simile non trascurabile agevolazione logistica ed economica.

Mentre tutti si imbizzarriscono dinanzi al poco dignitoso diniego della signora Trenta di lasciare un appartamento presumibilmente non corrispondente ai requisiti dell’attuale ufficiale locatario, nessuno si domanda come l’iter burocratico possa aver condotto ad una evidente (almeno per quel che si legge sui giornali) distonia o addirittura all’infrazione di regolamenti e norme attuative.

Tralasciando le legittime considerazioni che ciascuno può liberamente fare sulla dichiarata necessità della consorte dell’affittuario di non alterare il train de vie cui si è abituata, viene spontaneo concentrarsi sul percorso burocratico che ha preceduto le contestazioni formali e l’indignazione collettiva.

I processi decisionali delle organizzazioni di vertice del contesto militare (quattro anni trascorsi al Comando Generale GdF mi hanno opportunità di appurarlo “dal vivo”) si basano su “appunti” predisposti dall’ufficio competente e sottoposti al vaglio sequenziale di tutte le altre articolazioni chiamate ad esprimere un parere. Al termine dell’intrecciato itinerario, che attraversa l’intero corpo di uno Stato Maggiore, la cartella (di colore diverso a seconda del livello decisionale e della priorità attribuita alla pratica) arriva a chi è tenuto ad effettuare le valutazioni conclusive sulla base delle considerazioni man mano annotate dai diversi responsabili di area coinvolti. Ultimo step, quindi, l’approvazione e la firma del provvedimento ipotizzato dall’ufficio proponente.

Un sistema macchinoso permette di escludere che non si siano presi in considerazione tutti gli aspetti della questione e ogni potenziale controindicazione. In ogni tappa il responsabile dell’ufficio “tramite” esamina le carte, coinvolge le sezioni dipendenti, acquisisce – se necessario – elementi ulteriori, formula e sottoscrive il proprio assenso o dissenso alla possibilità di buon esito della trattazione.
Proprio questa dinamica garantisce altresì un favoloso scaricabarile perché chiunque abbia contribuito ad un determinato risultato può lamentare di essere stato fuorviato da chi precedentemente ha dato questa o quella indicazione in merito.

Molto spesso chi nei diversi passaggi è tenuto a dire la sua, si limita a scrivere “concordo” e ad apporre la propria firma. Pigrizia? Incompetenza? Disinteresse? O influenza di qualche sollecitazione?

Gli “appunti”, destinati a testimoniare in maniera indelebile ogni momento dell’iter di approvazione, sono spesso accompagnati da minuscoli foglietti che – attaccati con una clip facilmente amovibile – riportano quel che nella pratica non si può scrivere e a maggior ragione deve sparire al termine del lungo peregrinare nelle stanze del “Palazzo”. Piccole raccomandazioni o esplicite indicazioni (“interessa a ….” o “ha detto il capo che ….”) hanno ovviamente effetto condizionante e chi deve fare carriera non riesce a non tenerne conto.

C’è chi interpreta la sudditanza come “disciplina” e si guadagna plauso e stima di chi, prima di lui, ha così guadagnato il posto su cui siede. Chi non si adegua ovviamente dorme tranquillo, ma non può certo pensare di meritare lo sfolgorante aggiungersi di stellette sulla propria spallina.
Se davvero l’assegnazione di quell’alloggio di servizio è arrivata in un paio di giorni (a dispetto dei lunghi mesi di analoghe istanze), si provi ad immaginare il muoversi veloce del carrello che nei corridoi ministeriali trasporta le multicolori cartelle da un ufficio all’altro che – per le più varie questioni – si vanno inevitabilmente ad intersecare sulle medesime scrivanie a diverso titolo ogni volta interessate.

Probabilmente in quel periodo non c’erano altre cose da fare, forse l’operosa sollecitudine degli addetti garantisce sempre la fluida ponderata disamina di qualsivoglia faccenda, magari un bigliettino piccino piccino ha funzionato come il turbo nei motori automobilistici e ha permesso qualche sorpasso acrobatico.

Ci sarà qualcuno che potrà appurare quel che è successo e valutare l’operato chi è complice di un eventuale misfatto. Si ricorderà sicuramente che il cosiddetto “ottenere profitto per sé o per altri” si traduce nell’avere vantaggi diretti (per sé) o magari piazzare un parente (altri). Il “recare danno”, invece, è il semplice penalizzare chi aveva diritto a quella casa.

Chi è chiamato ad occuparsi della vicenda accerterà, ad esempio, se è vero che la disponibilità di un appartamento alla medesima sede (non importa se al Pigneto o a Parioli o in qualsivoglia altro quartiere) esclude dalla fruizione di uno specifico beneficio o implica un punteggio negativo destinato a posizionare chi formula l’istanza di assegnazione in fondo alla graduatoria di merito.
“Elementare, Watson!” avrebbe scritto Arthur Conan Doyle se questo fosse un capitolo delle avventure del suo Sherlock Holmes.

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