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Come e perché l’Ue russa un po’ sull’ultima battaglia navale fra Russia e Ucraina

di

ideologia russa

Il Punto di Marco Orioles

Cosa farà l’Europa dinanzi a quella che il presidente americano Donald Trump ha definito “aggressione” russa nei confronti dell’Ucraina? La crisi del mar di Azov, che fa risuonare il tamburo di guerra nelle propaggini nord-orientali del Vecchio Continente, ha trovato l’Unione europea apparentemente risoluta nella condanna delle azioni di Mosca. Ma ci sono voluti tre giorni perché, dalle prime, rapsodiche dichiarazioni dei singoli leader, si passasse ad un comunicato ufficiale dei 28 sulla vicenda: un tempo lunghissimo, che segnala la mancanza di compattezza del blocco nei confronti della politica di potenza della Russia e, soprattutto, fa intuire quanto sarà difficile convergere su eventuali ritorsioni.

Era stato il presidente del Consiglio Ue, il polacco Donald Tusk, a rompere il ghiaccio, a ventiquattro ore dai fatti, con una dichiarazione rilasciata dopo una telefonata di solidarietà con il presidente ucraino Pedro Poroshenko. “Condanno l’uso russo della forza nel mar di Azov”, ha detto Tusk. “Le autorità russe devono restituire i marinai ucraini, le navi e astenersi da ulteriori provocazioni”. “L’Europa”, ha concluso, “resterà unita a fianco dell’Ucraina”.

Poco dopo, è giunto il tweet dell’Alto rappresentante per la politica estera dell’Unione, Federica Mogherini, che definisce “inaccettabili” gli “sviluppi nel mar di Azov”. “Chiediamo a tutti”, ha scritto l’esponente Dem, “di mostrare moderazione. Ci aspettiamo dalla Russia che rilasci immediatamente l’equipaggio e le navi ucraine”.

Ieri è arrivata quindi l’esortazione del presidente dell’Europarlamento, Antonio Tajani, che ha chiesto alla Russia di rilasciare “i marinai ucraini arrestati” e ha definito “fondamentale” l’integrità territoriale dell’Ucraina violata con l’atto proditorio della guardia costiera di Mosca nei pressi dello stretto di Kerch.

Ma a non passare inosservate sono state soprattutto le parole del ministro degli esteri austriaco Karin Kneissl. Che, a nome della presidenza di turno dell’Unione, ha sostenuto che l’Ue “non esclude nuove sanzioni” nei confronti di Mosca.

Passati i tre giorni di meditazione, l’Unione europea ieri ha infine rilasciato la sua dichiarazione ufficiale, emessa per bocca dell’Alto Rappresentante Mogherini. Nel testo si parla di “inaccettabile uso della forza” da parte della Russia e di “massima preoccupazione” dell’Europa “per il pericoloso incremento delle tensioni” in Ucraina. Si chiede alla Russia di liberare le navi e i marinai ucraini, e di assicurare il libero accesso al mare di Azov. Si esprime sostegno all’integrità territoriale e alla sovranità dell’Ucraina, e si auspica moderazione da ambo le parti. Infine, si assicura che l’Ue “continua a seguire da vicino” le vicende e “agirà appropriatamente”.

Ma è proprio sulle azioni che l’Unione potrebbe mettere in campo per reagire alla prova di forza di Vladimir Putin che alcune fonti diplomatiche UE sentite da Reuters esprimono dei dubbi. A detta delle anonime feluche citate dall’agenzia di stampa, l’Ue non solo non si muoverà velocemente, ma potrebbe addirittura rimanere immobile, fissa al palo delle proprie divisioni interne.

È noto infatti che, in seno alla comunità, vi sono paesi che sposano la linea della durezza nei confronti della Russia e altri che preferirebbero un approccio più morbido o, addirittura, la caduta di quelle sanzioni che non sono state completamente digerite per via dei riflessi negativi sulle rispettive economie. Così, se da un lato le tre repubbliche baltiche (Estonia, Lettonia, Lituania) e la Polonia, con l’assenso della Gran Bretagna, premono per una reazione incisiva dell’Unione, dall’altro lato Italia, Grecia, Bulgaria e Cipro fanno valere, sia pur dietro le quinte, le ragioni della distensione con un attore come la Russia col quale l’Unione dovrebbe tenere aperto il filo del dialogo.

Ecco così che una prima fonte diplomatica citata da Reuters ritiene che “non ci muoveremo molto velocemente su eventuali nuove sanzioni”. Certo, aggiunge: “Potrebbero essercene alcune più avanti, questo non è escluso. Ma per ora l’unità dei 28 è centrale. E il focus (è) sulla de-escalation”.

“Dubito che ci affretteremo” a varare nuove sanzioni, osserva la seconda fonte consultata da Reuters. La quale evidenzia come, nelle ore concitate seguite all’assalto russo contro le navi ucraine, si siano attivati “un sacco di contatti. Vediamo dove ci portano”. Il riferimento è, tra le altre cose, alla duplice telefonata fatta dalla cancelliera tedesca Angela Merkel al presidente ucraino Poroshenko e a quello russo Putin, con tanto di offerta di mediazione tra le parti e di riattivazione di quel formato “Normandia” (che, oltre a Germania, Russia e Ucraina include anche la Francia) che condusse nel 2015 alla sigla degli accordi di Minsk.

Una terza fonte, infine, mette le mani avanti: “Al fine di discutere le sanzioni dovremmo avere un quadro più chiaro di cosa è successo”. Un rilievo che tradisce la preoccupazione maggiore in casa europea: non schierarsi automaticamente dalla parte dell’Ucraina al fine di non irritare troppo lo zar e danneggiare quella parvenza di relazioni russo-europee rimaste in piedi in questi anni di embargo.

Prudenza, dunque, è la parola d’ordine dominante nel palazzo europeo. Alle voci che chiedono provvedimenti non solo simbolici nei riguardi della Russia si affiancano quelle di chi non è disposto ad incrementare le tensioni né a prendere in considerazione nuove sanzioni. Sarà già un’impresa se, al prossimo Consiglio Ue di dicembre, i leader accorderanno per confermare quelle esistenti. E se in teoria il summit dei ministri degli esteri Ue previsto per il 10 dicembre potrebbe prendere in considerazione ulteriori ritorsioni nei confronti di Mosca, si può ritene sin d’ora difficile che si raggiungerà l’unanimità necessaria.

L’Orso russo fa paura, e divide fatalmente i 27 tra un fronte di falchi e uno di colombe che paralizzerà, come di consueto, il processo decisionale della macchina europea.

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