Caro direttore,
approfitto di un’ora libera per scriverti quella che potrebbe essere la mia ultima lettera a Startmag. No, non mi hanno trovato un brutto male. È solo che mi spaventa la prospettiva di finire nella retata preannunciata dal procuratore Nicola Gratteri contro Il Foglio non appena si sarà tenuto il referendum.
“Ma tu non hai mai scritto per Il Foglio”, mi dirai, aggiungendo “quindi perché preoccupi?”. Hai ragione, e al tempo stesso torto. È che la “rete” evoca una pesca a strascico, nella quale è facile che insieme ai pesci grossi finiscano anche quelli piccoli. È possibile che, investigando, che so, Ermes Antonucci, saltino fuori anche mail e messaggi dei suoi corrispondenti. Oppure che si trovi qualche contatto con dei collaboratori più o meno saltuari. O ancora, l’idea di proporgli un articolo, come faccio con te. Insomma, in quella “rete” potremmo finirci in tanti, senza altra colpa che quella di apprezzare il quotidiano diretto da Cerasa.
Ma poi, perché fermarsi ai contatti diretti? In un’indagine del 2026 non si possono non indagare i social. «Ma tu non hai mai fatto post per il Sì”, mi dirai, aggiungendo “quindi perché ti preoccupi?”. Hai ragione, e al tempo stesso torto. Ho messo like un po’ dappertutto, ad Antonucci ma anche a Velardi, al Comitato per il Sì di Firenze e via dicendo. Ho rilanciato tweet, talvolta sapidi, che sono stati a loro volta rilanciati. Per finire nella rete dei nemici potrebbe bastare anche questo?
Ma poi, perché fermarsi alle manifestazioni pubbliche? Se mi aprissero il cellulare, ufficialmente o con qualche Trojan, chissà cosa si troverebbe nelle chat con gli amici di gioventù o qualche gruppo a tenore più esplicitamente politico. E saremmo addirittura al reato associativo.
Perché, direttore, io sono da sempre a favore della separazione più totale tra giudici e procuratori. Quindi di sicuro l’avrò detto mille mila volte a tutti, e magari persino alzato i toni, e magari in privato ho anche citato qualche magistrato come esempio negativo. Persino come pericolo per la libertà. Se finissi nella rete, magari indirettamente, attraverso qualche abuso di intercettazione, come il martire Stefano Esposito, cosa sarebbe di me?
Perché, vedi, come dicono i giuristi, c’è il “combinato disposto”. E allora mi vengono in mente tutti quei pubblici ministeri – non sono giudici, ed è bene che questo si sancisca una volta per tutte – che negli anni hanno detto cose tipo il celebre “Non esistono innocenti, ma solo colpevoli non ancora scoperti” di Davigo, al quale si è aggiunto ora “il processo serve a dimostrare non la colpevolezza ma l’innocenza dell’imputato” di Henry Woodcock.
Dovrei sperare di trovare un pubblico ministero che cerchi davvero le prove della mia innocenza e un giudice olimpicamente superiore alla contesa. Dovrei sperare di trovare un pubblico ministero che non sia mai rimasto offeso da una riga che ho scritto, magari su Ustica, e un giudice che non debba chiedere o restituire un favore alla sua o altrui corrente. Insomma, a nulla varrebbe il fatto che l’articolo 27 della Costituzione, quella più bella del mondo, dica che sono – siamo tutti – innocenti fino al giudizio definitivo.
E quindi, direttore, più che del risultato del referendum – in politica come nel calcio ci sta di perdere qualche volta – ho paura del clima che i sostenitori del No hanno creato intorno al referendum. Poiché sono abbastanza vecchio da ricordare il “lotta dura / senza paura”, temo per le conseguenze politiche su un paese da sempre portato più all’emozione che alla ragione.
E temo di non poter più scrivere per te, per autocensura o perché accalappiato nella rete. Se dovessi finire così, spero almeno che non se la prendano con te per aver ospitato un pericoloso liberale garantista, che proprio non ce la faceva a farsi dettare la linea dal Partito del Pensiero Unico.
Un abbraccio,
Gregory Alegi
PS – e comunque speriamo che ci mettano nella stessa cella!







