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Vi racconto lo stato dei negoziati commerciali fra Stati Uniti e Cina

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Il Punto di Marco Orioles

 

È in corso in queste ore a Pechino il nuovo round del negoziato sui commerci tra Stati Uniti e Cina, al quale tutto il mondo guarda con un misto di ansia ed apprensione. Manca infatti ormai un pugno di giorni alla deadline del 1 marzo fissata da Trump entro cui i due paesi devono raggiungere un accordo sulle questioni sollevate dal governo americano. Se entro quella data le trattative bilaterali non partorissero risultati concreti, scatterebbe l’aumento dei dazi Usa su duecento miliardi di esportazioni cinesi, che dall’attuale livello del 10% passerebbero alla ben più consistente soglia del 25%. Una prospettiva che mette in agitazione i mercati e gli ambienti finanziari, molto sensibili al termometro delle relazioni tra le due superpotenze, e che pone una seria ipoteca sulla crescita economica globale, già fortemente scossa dalla guerra dei dazi messa in moto dall’amministrazione Trump.

I colloqui sono cominciati lunedì con un confronto tra gli esponenti junior delle due delegazioni sugli aspetti più tecnici. A guidare questa fase preliminare, per gli Usa, sono stati il vice rappresentante al Commercio Jeffrey Gerrish e il sottosegretario al Tesoro David Malpass, diventato da poco il candidato di Donald Trump alla guida della Banca Mondiale. Da oggi invece entrano in scena i big: il Rappresentante al Commercio Robert Lighthizer e il Segretario al Tesoro Steven Mnuchin, che si misureranno con il vicepremier cinese e plenipotenziario del presidente Xi Jinping, Liu He. È la seconda volta che il trio si incontra, dopo il viaggio di Liu due settimane fa a Washington culminato con una visita dello stesso alla Casa Bianca.

In un’apparizione televisiva sulle frequenze di CNBC, Mnuchin ha detto la settimana scorsa che lui e gli altri membri della delegazione americana avrebbero messo “un enorme sforzo” nel tentativo di arrivare alla firma, entro il 1 marzo, di un accordo complessivo. “Questo è il nostro obiettivo”, sottolineò il Segretario. Ma la scadenza ravvicinata, la complessità dei colloqui e la riluttanza della Cina ad adottare i cambiamenti richiesti dagli Usa spingono molti osservatori a dubitare che l’impresa sia fattibile.

Gli Usa d’altra parte hanno detto chiaramente che si attendono dalla controparte decisioni impegnative. Come Trump ha ribadito durante il discorso sullo Stato dell’Unione, un eventuale accordo sui commerci dovrà comprendere “cambiamenti reali” e “strutturali” che “pongano fine alle pratiche commerciali scorrette, riducano il nostro cronico deficit commerciale e proteggano i posti di lavoro americani”. Se ci sarà un accordo insomma, ha precisato il presidente, dovrà essere “un vero accordo, non un accordo che appaia cosmeticamente buono per un anno”.

La Casa Bianca, in ogni caso, fa mostra di ottimismo. “Stiamo facendo molto bene in Cina”, ha detto The Donald ieri ai reporter, spiegando loro di aver mandato in Cina “un grande team di persone molto talentuose (…). Vedremo che succederà – ha aggiunto – ma penso che stia andando molto bene. Ci stanno mostrando un tremendo rispetto”.

Conscio della posta in gioco, e della necessità di iniettare fiducia in un processo quanto mai complicato, il presidente ieri ha anche fatto una mossa inattesa, facendo capire di essere disponibile ad estendere la deadline del 1 marzo qualora i negoziatori imboccassero la strada giusta. “Ora, se fossimo vicini ad un accordo”, ha dichiarato, “potrei farla scivolare di un po’”. Ma, ha aggiunto, “non sono incline a fare questo”.

D’altra parte, ha spiegato Trump, a lui i dazi vanno più che bene. “Potrei vivere ricevendo miliardi e miliardi di dollari al mese dalla Cina”, ha affermato, trascurando il non irrilevante dettaglio che, in realtà, a pagare i dazi non sono i cinesi bensì gli importatori e, soprattutto, i consumatori americani. Ma queste, per il capo della Casa Bianca, sono quisquilie. “La Cina non ci ha mai dato 10 cent”, preferisce sottolineare, e ora “sta pagando miliardi di dollari al mese per il privilegio di venire negli Stati Uniti e onestamente avvantaggiarsi del nostro paese”.

Affermazioni simili, naturalmente, fanno trasecolare gli operatori economici statunitensi, che considerano i dazi una follia. Dal loro punto di vista, la prospettiva che arrivi il 1 marzo senza un accordo Cina-Usa, e che i dazi salgano conseguentemente dal 10 al 25%, rappresenta poco meno che una sciagura. Ecco perché sperano in un atteggiamento più morbido da parte dell’amministrazione Trump, e magari in una decisione last minute di procrastinare le trattative.

L’ultima chance per scongiurare il peggio sembrava essere un incontro al vertice, eventualità ventilata peraltro dallo stesso Donald Trump. Sono arrivate come una doccia gelata, in questo senso, le dichiarazioni della settimana scorsa con cui il presidente ha escluso di vedere Xi prima del 1 marzo.

Ieri, tuttavia, Trump è tornato sull’argomento e ha fatto capire non solo che quel summit si farà, ma che rappresenta probabilmente l’unica chance per arrivare ad un accordo: “Ad un certo punto”, ha spiegato, “mi aspetto di incontrare il presidente Xi, per il quale ho molto rispetto e che mi piace molto, e fare (con lui) quelle parti di un accordo che il gruppo (dei negoziatori) è incapace di fare. (…) Questo è il modo in cui accadono gli accordi”, ha concluso l’artista del deal.

Ne ha parlato ieri anche la portavoce della Casa Bianca. Intervenendo sull’emittente preferita del suo boss, Fox News, Sarah Sanders ha detto che “alla fine sarà necessario.. che il presidente Trump e il presidente Xi si siedano faccia a faccia e ottengano quell’accordo finale, perché sono gli unici due che alla fine sono in grado di” farlo. Sanders ha anche messo sul tavolo la proposta che a ospitare i colloqui tra i due presidenti sia il resort di Trump a Mar-a-Lago in Florida, dove la coppia si è incontrata per la prima volta nell’aprile del 2017, mentre il South China Morning Post ha ipotizzato, come sede, l’isola di Hainan.

È probabile, insomma, che per arrivare ad un punto di caduta in questa partita difficilissima sarà necessario l’intervento diretto dei due leader. Xi Jinping, che sembra averlo capito molto bene, gioca infatti d’anticipo e, a sorpresa, fa sapere che incontrerà questo venerdì a Pechino i due capi negoziatori Usa, Mnuchin e Lighthizer, proprio come Trump ha fatto due settimane fa con il vicepremier Liu. Segnali importanti, che i mercati scrutano con attenzione.

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