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David Malpass, chi è il prossimo presidente della Banca mondiale (voluto da Trump per strattonare la Cina)

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Chi è, e che cosa pensa, David Malpass che Trump vuole alla presidenza della Banca Mondiale

 

Donald Trump ha scelto il suo candidato per la poltrona di presidente della Banca Mondiale lasciata vacante dalle improvvise dimissioni di Jim Yong Kim: è David Malpass, il sottosegretario al Tesoro noto, oltre che per essere un trumpiano della prima ora, per le sue posizioni critiche nei riguardi dell’istituzione che, se la sua nomina passerà indenne il processo di ratifica, dovrà guidare nei prossimi cinque anni.

Presentando alla stampa il suo uomo, che è stato anche suo consigliere economico durante la campagna presidenziale del 2016 e poi membro del transition team, Trump l’ha definito “la persona giusta per prendere questo posto incredibilmente importante”. “La mia amministrazione”, ha spiegato il presidente dalla Roosevelt Room della Casa Bianca, “ha fatto una priorità dell’assicurare che i dollari dei contribuenti Usa siano spesi efficacemente e saggiamente (affinché) siano serviti gli interessi americani e difesi i valori americani”. Malpass, è il sottinteso, è l’uomo che meglio di altri può centrare questi obiettivi.

La sua designazione, d’altra parte, arriva dopo una selezione blindata effettuato da fedelissimi come il Segretario al Tesoro, Steven Mnuchin, il chief of staff della Casa Bianca, Mick Mulvaney, e soprattutto la figlia e consigliera di Trump, Ivanka. Le impronte della primogenita del presidente sulla nomina vengono messe in risalto in una dichiarazione della stessa Ivanka distribuita in numerose copie ai reporter presenti nella Roosevelt Room: “L’estesa conoscenza di David delle sfide e delle opportunità della Banca Mondiale”, lo incensa la prima figlia d’America, “lo rende uno steward unicamente qualificato di una grande istituzione che sta operando”, precisa sintomaticamente Ivanka, “al di sotto del suo pieno potenziale”.

Le ragioni che hanno portato all’investitura di Malpass stanno anche qui: nella necessità di aggredire le inefficienze che lui stesso ha denunciato più volte, rilanciando l’istituzione affinché, con gli opportuni correttivi, risponda meglio al suo mandato di sconfiggere la povertà estrema e sostenere lo sviluppo dei paesi più deboli. Se l’America ci mette i soldi, è il ragionamento, che siano spesi bene.

Ma i motivi che sospingono Malpass ad un passo dall’investitura a banchiere mondiale rimandano, anche, alla parabola di un leale esponente del Partito Repubblicano che ha già servito il paese sotto l’amministrazione di Ronald Reagan, che lo volle come vice assistente segretario al Tesoro, e in quella di Bush figlio, dove ricoprì il ruolo di vice assistente segretario di Stato. Incarichi che gli hanno permesso di mettere a frutto un expertise economico maturato nei lunghi anni passati a Wall Street come capo economista di Bear Stearns, la banca d’investimenti il cui clamoroso fallimento nel 2008 marcò l’inizio della grande crisi. Alla Bear Stearns, Malpass ebbe come mentore un uomo, Larry Kudlow, il cui destino incrocerà di nuovo nel gabinetto Trump, in cui Kudlow opera in qualità di potente direttore del National Economic Council.

Nel mondo dorato di trumplandia, le idee di Malpass hanno il pregio di essere molto gradite al boss. Il quale, del papabile presidente della Banca Mondiale, apprezza le posizioni da falco anti-cinese. Insieme al suo capo Mnuchin, Malpass è uno dei registi del negoziato commerciale con la Cina e sostiene la linea dura. C’era anche lui, nella delegazione che il mese scorso si è recata a Pechino per condurre le trattative con i cinesi.

Agli occhi di Trump, l’antagonismo di Malpass nei confronti dell’impero di mezzo rappresenta il requisito perfetto per il presidente di un’istituzione chiamata a smetterla di assecondare con generose linee di credito l’espansione cinese. Le intenzioni a tal proposito di Malpass sono chiare e traspaiono  dalle dichiarazioni fatte nel 2017 in una sede prestigiosa come il Council on Foreign Relations. “Il più grande debitore della Banca Mondiale è la Cina”, disse Malpass. “Bene, la Cina ha abbondanza di risorse, e non ha senso prestarle soldi degli Usa, usando la garanzia del governo Usa (…) per un paese che ha altre risorse e accesso a capitali di mercato”.“Una delle cose che abbiamo sfidato la Banca Mondiale a fare”, chiarì Malpass,”è ‘laureare’ i paesi, così che mentre hanno successo, riduciamo i prestiti lì e permettiamo più prestiti ai paesi che ne hanno bisogno”. Più chiaro di così.

Al Council of Foreign Relations, Malpass illustrò anche la sua visione del ruolo che dovrebbero avere istituzioni globali come la World Bank diventate, a suo dire, troppo “grandi” e “intrusive”. La sfida, disse, è “riorientarle” secondo i dettami della teoria trumpiana sintetizzata nel famoso mantra dell’America first. Che non significa, precisò Malpass, ripudio tout court del multilateralismo e annesso ripiego nell’isolazionismo. “Voglio fare una chiara distinzione”, spiegò, “tra isolamento, a cui ci opponiamo, e la nostra visione secondo cui il multilateralismo è andato troppo in là – fino al punto di danneggiare gli Usa e la crescita globale. (…) Questo punto di vista viene talvolta etichettato scorrettamente come populismo, ma penso sia una risposa pragmatica e realistica ad un sistema multilaterale che spesso si allontana dai nostri valori di governo limitato, libertà e stato di diritto”.

La critica tutt’altro che velata di Malpass all’operato della Banca Mondiale tracima in rilievi velenosi sulle sue disfunzioni. Come quando, durante un’audizione al Congresso nel 2017, disse che gli unici a beneficiare delle munifiche elargizioni della Banca sono “le persone che volano con un biglietto di prima classe a dare consigli ai governi”.

La riforma della Banca e un ripensamento delle sue priorità saranno dunque in cima alle preoccupazioni di Malpass. Il quale ha già dato il suo contributo al varo, l’anno scorso, di misure di revisione del bilancio e delle spese  che hanno anche portato in eredità alla Banca un prezioso aumento di capitale di 13 miliardi di dollari. Un segno, dice un funzionario governativo sentito da Politico, che l’aspirante presidente ha a cuore l’istituzione e la sua missione di portare aiuto alle nazioni più bisognose.

Malpass confida in una ratifica della sua nomina da parte del board dei governatori della Banca. Nella conferenza stampa in cui Trump ha annunciato la sua nomina, il sottosegretario ha detto che si accinge a visitare numerosi paesi, anzitutto Cina e Giappone, per promuovere la propria candidatura, ben sapendo che sarà sfidata da quelle nazioni che non hanno mai digerito la regola che vuole che, alla testa della Banca, ci sia un americano, come è sempre stato sin dalla sua fondazione a Bretton Woods nel 1994. Un vincolo che ora, con la provocazione di una nomina nel segno smaccato del trumpismo, rischia di saltare.

Per ricompensare Ivanka Trump della fiducia accordatagli, Malpass ha spiegato che la Banca si adopererà nella promozione dello status delle donne, tema caro alla figlia del presidente che l’anno scorso lavorò ad un progetto, gestito dalla Banca, a favore dell’imprenditoria femminile nei paesi emergenti. “Un obiettivo chiave”, ha dichiarato Malpass, “sarà assicurare che le donne ottengano la piena partecipazione nelle economie in via di sviluppo. (…) So che Ivanka è stata una forte leader nell’empowerment economico delle donne, e (continueremo) il nostro lavoro insieme nella sua iniziativa per lo sviluppo globale e la prosperità delle donne”.

È lecito pensare che l’agenda di Ivanka sarebbe stata meglio tutelata dalle candidate donne che sono state scartate come l’ex ceo di PepsiCo, Indra K. Nooyi e la manager di Goldman Sachs (nonché moglie del senatore Ted Cruz) Heidi Cruz. D’altra parte, la lealtà al presidente e l’allineamento con la sua ideologia contano più delle questioni di genere.  E, da questo punto di vista, Malpass offre tutte le garanzie necessarie.

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