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La Nato o diventa anti Cina o muore (e basta ossessioni anti Russia). Parla il prof. Dottori (Luiss)

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Se davvero il Russiagate è terminato con il rapporto consegnato da Mueller che scagiona il Presidente, Trump potrebbe provare a costruire per la Nato un percorso verso la grande riconciliazione. Gli ostacoli sono tanti, da ambo le parti, ma la logica del realismo politico dovrebbe alla fine prevalere. Mosca e Pechino debbono essere separate. Parola di Germano Dottori, docente di Studi Strategici all’Università Luiss-Guido Carli e consigliere scientifico di Limes.

 

Quo vadis, Nato? È questa la domanda di oggi, giorno in cui ricorrono i settant’anni dalla fondazione di un’alleanza che ha saputo tenere insieme, conferendole un’identità strategica, la comunità euroatlantica, compattandola di fronte alla formidabile minaccia politica e militare dell’Unione Sovietica.

Oltre a sancire il trionfo della scommessa fatta allora dai leader dei Paesi del mondo libero sull’onda di un pericolo incombente, la caduta del Muro di Berlino ha dato il via ad un animato dibattito sulla funzione che la Nato avrebbe dovuto assumere nella fase post-guerra fredda. Una discussione a tutt’oggi priva di conclusioni certe e condivise che ha acquisito nuova intensità dopo l’elezione di Donald Trump.

Come su tutto il resto, il ciclone trumpiano si è abbattuto sulla Nato, da lui definita “obsoleta” e simbolo del malcostume degli scrocconi europei che si ostinano a non destinare sufficienti risorse al comparto Difesa. La soglia del 2% del Pil concordata al summit del 2014 in Galles è diventata per il presidente populista un totem da sbandierare in ogni occasione e l’ariete con cui sfondare la riluttanza degli alleati a onorare i propri impegni.

È sullo sfondo di questa maretta che si inseriscono le celebrazioni in programma tra ieri ed oggi a Washington. Celebrazioni a cui anche Start Magazine ha deciso di offrire il proprio contributo dando la parola a un acuto osservatore della scena internazionale come Germano Dottori, docente di Studi Strategici all’Università Luiss-Guido Carli e consigliere scientifico di Limes.

Al dibattito sull’identità e lo scopo dell’Alleanza Atlantica, Dottori ha già dato il suo contributo scrivendo, insieme a Massimo Amorosi, il saggio “La Nato dopo l’11 Settembre. Stati Uniti ed Europa nell’epoca del terrorismo globale”.

All’autore, dunque, giriamo la domanda con cui abbiamo aperto questo articolo – Quo vadis, Nato? – con la preghiera di mettere a fuoco il ruolo dell’Italia: di un Paese, cioè, che recentemente ha attirato l’attenzione dell’alleato a stelle e strisce per una serie di comportamenti – dall’adesione alle Vie della Seta cinesi, alle fibrillazioni sugli acquisti degli F-35, al frettoloso annuncio dell’inizio del ritiro del nostro dispositivo militare in Afghanistan – che paiono studiati ad arte per confermare i pregiudizi di The Donald. 

Dunque, Germano Dottori: la Nato oggi spegne le candeline. Qual è lo stato di salute dell’Alleanza a settant’anni esatti dalla sua fondazione, trenta dalla caduta del Muro di Berlino, venti dal suo primo allargamento a Est e dall’intervento in Kosovo, e alla vigilia dell’ingresso del trentesimo membro, la Macedonia del Nord?

L’Alleanza Atlantica attraversa una fase delicata, che riflette le incertezze di una fase di grandi cambiamenti nella struttura del sistema internazionale. In un certo senso, si trova ad un bivio. In quanto contenitore del rapporto che lega nel campo della sicurezza l’Europa occidentale agli Stati Uniti, o dimostra la propria utilità agli americani, o coloro che dall’altro lato dell’Oceano sono favorevoli a forme progressive di disimpegno finiranno per prevalere.

E secondo lei che cosa succederà?

Sono persuaso che la lunga transizione apertasi all’indomani della caduta del Muro di Berlino sia sul punto di terminare, sfociando in qualcosa di nuovo. Il sistema internazionale si sta probabilmente orientando verso una nuova forma di bipolarismo. La sfida la lancia la Cina e gli Usa la raccoglieranno. Trump se n’è accorto da tempo, altri seguiranno. Se la Nato si adatta, avrà certamente un futuro importante, tendenzialmente globale, con una proiezione importante nell’Indo-Pacifico. Proprio dove insiste il braccio marittimo delle cosiddette Vie della Seta. Ci sono scelte da fare anche sulla Russia, ma spetta in primo luogo a Washington il compito di definirle. A certe condizioni, nel contenimento di una Cina che sta penetrando massicciamente anche in Asia centrale, con Mosca può essere stabilita una partnership strategica di reciproco vantaggio.

Cioè?

Se davvero il Russiagate è terminato con il rapporto consegnato da Mueller che scagiona il Presidente, Trump potrebbe provare a costruire un percorso verso la grande riconciliazione. Gli ostacoli sono tanti, da ambo le parti, ma la logica del realismo politico dovrebbe alla fine prevalere. Mosca e Pechino debbono essere separate.

L’Hub di Napoli sembrerebbe essere il simbolo di un ritrovato protagonismo del nostro Paese nella Nato e del riconoscimento dell’importanza del fianco Sud. È così?

Sarei più prudente. A Bruxelles cresce la consapevolezza che oltre ai timori dei Paesi orientali nei confronti della Federazione Russa, vanno considerate anche le preoccupazioni degli alleati “meridionali”. E’ stato finalmente dato un segnale nella direzione giusta, per quanto debole. Merita di essere segnalato come in questo frangente l’Italia abbia trovato solidarietà tra i Baltici, che hanno apprezzato il nostro concorso alla loro “rassicurazione” e si sono “sdebitati”. Altri sono rimasti più freddi. Non mi spingerei oltre.

Che impressione le ha fatto ascoltare al Centro Studi Americani le parole dell’ambasciatore Usa Lewis Eisenberg che, a proposito dei ventilati tagli del nostro governo al programma JSF, dice che se tale eventualità si materializzasse, “l’Italia – in quanto partner e non acquirente – rischia di sprecare un’opportunità unica nella nostra generazione di rafforzare la sua industria della Difesa, la sua economia e creare lavoro?”

Che la vera opportunità eventualmente a rischio è quella di dotare l’Italia di capacità alla frontiera della tecnologia, adeguate alle sfide dei tempi. Ci sono certamente anche aspetti industriali non trascurabili, dal momento che Cameri (lo stabilimento italiano in cui vengono assemblati gli F-35, ndr) potrebbe diventare un punto di riferimento importante non soltanto per la costruzione dei caccia destinati all’Italia, ma anche per l’allestimento di quelli commissionati da altri alleati. Bisogna però crederci ed occorre avere le idee chiare su quello che sta accadendo nella grande politica internazionale. A me basta già la dimensione tecnico-operativa. Vogliamo svolgere un ruolo nella Nato del XXI secolo o comunque essere in grado di tutelare gli interessi nazionali in un mondo che non va nella direzione della stabilità ma, al contrario, verso l’intensificazione delle tensioni e dei conflitti? Non è rinunciando all’aereo migliore del mondo che ci si riesce meglio.

L’ambasciatore ha elencato tutti i motivi per cui la Russia resta la minaccia n. 1 per l’Alleanza, ribadendo come la richiesta di cancellare le sanzioni contro Mosca sia del tutto fuori luogo. Richiesta che, almeno inizialmente, vedeva favorevole il nostro Governo, o almeno alcune sue componenti. C’è stata una conversione, in particolare della Lega, sulla via di Washington? E come tale conversione si concilia con la nostra posizione sul Venezuela alquanto dissonante da quella di tutti i nostri partner?

Sarò sincero. E’ una scelta che capisco solo fino ad un certo punto. Gli americani si rendono perfettamente conto che una Russia ostile all’Occidente e costretta ad appiattirsi suo malgrado sulla Cina non rientra nei loro interessi. I segnali che vanno nella direzione di una rivalutazione delle minacce ci sono e sono persino condivisi da alleati insospettabili. Però, c’è una narrativa da tutelare. E credo anche una trattativa da impostare. Se accordo sarà, e credo che prima o poi ci sarà, Trump lo farà alle condizioni di massima convenienza per gli Stati Uniti. Ne sono convinto. L’Italia ogni tanto mugugna, ma le sanzioni continua ad onorarle. Diverso è invece il discorso concernente la nostra adesione alle Vie della Seta, che ha sorpreso gli americani, cui abbiamo detto di no a dispetto di pressioni non indifferenti. Sul Venezuela, non credo che le posizioni dell’ala più radicale dei Cinque Stelle sia stata il fattore decisivo. Ci preoccupiamo invece delle condizioni degli italiani che vivono in quel paese, siamo prudenti e, credo, ascoltiamo i suggerimenti della Santa Sede. Tra l’altro, il premier può sempre contare sull’accesso alle conoscenze e competenze di monsignor Celli, che per conto di papa Francesco ha svolto in passato incarichi delicati nel dialogo con Caracas.

Nel suo intervento Eisenberg ha anche ricordato che “una Cina sempre più assertiva cerca di sovvertire l’unità europea e transatlantica”. La Cina è lo stesso Paese con cui l’Italia ha firmato il Memorandum d’intesa sulla nuova via della Seta. Stiamo sottovalutando il problema?

Le preoccupazioni di Eisenberg sono a mio avviso piuttosto fondate. Il livello delle ambizioni cinesi è cambiato. Non siamo solo in presenza di un paese che cerca di esportare di più, temendo la deriva protezionistica degli Stati Uniti. Noi parliamo di una potenza che ha fatto atterrare una sonda sulla faccia nascosta della Luna e che prima di farlo ha occupato uno dei punti di Lagrange ritenuti strategici nel controllo delle rotte spaziali tra la Terra e il suo satellite. Non è uno scherzo. Inoltre, gli americani hanno vissuto come uno shock il vantaggio tecnico-commerciale conquistato dai cinesi nel campo del 5G e di tutte le applicazioni collegate all’internet of things. In gioco ci sono gli equilibri planetari del futuro. Se ci fosse davvero il rischio di un sorpasso cinese sugli Stati Uniti, gli americani non rimarrebbero inerti a contemplarlo senza far nulla.

A proposito di Cina, il dossier 5G è stato in parte stralciato, pare, dagli accordi con Pechino. Ma tutto lascia intendere che Huawei sarà coinvolta anche da noi nella realizzazione della rete mobile di quinta generazione. Eisenberg a tal proposito è stato durissimo, sottolineando che “potrebbero esserci conseguenze sull’interoperabilità dell’Alleanza”. Di nuovo, il nostro Governo sottovaluta il problema?

Credo sia stato sottovalutato da alcuni – ma non da tutti, c’è una certa dialettica all’interno del Governo su questo punto – l’impatto politico e simbolico dell’adesione ad un progetto con il quale la Cina sta cercando di cambiare a proprio favore gli equilibri internazionali. In diplomazia, le parole a volte sono pietre, anche quando non muovono soldi. Noi fatichiamo a capirlo, perché riconduciamo sempre la politica ad una questione economica. Non è solo questo. La riprova? Francesi e tedeschi vantano un interscambio decisamente superiore al nostro con la Cina. E cercano di espanderlo. Ma non hanno aderito alla Via della Seta. Sotto sotto, sperano in un indebolimento del nostro rapporto con gli Usa conseguente alla firma del MoU di accessione alla Belt and Road Initiative promossa da Pechino. Ci rimproverano, ma se i nostri asset poi si svalutassero, loro non tarderebbero molto ad approfittarne. Secondo me, qualcuno ha già l’acquolina in bocca. E’ una fortuna che Trump guardi ancora con simpatia all’attuale governo italiano, cui lo legano indubbie affinità. Dobbiamo riprendere ad investire su questo rapporto con la Casa Bianca.

Non appena, lo scorso febbraio, si è diffusa la notizia di progressi nei colloqui di pace tra Usa e talebani, il nostro ministro della Difesa Elisabetta Trenta ha reso noto di aver iniziato i preparativi per il ritiro delle truppe italiane schierate in Afghanistan nel dispositivo Nato. Cosa suggerisce tutta questa fretta?

La Difesa non ha annunciato di aver iniziato dei preparativi. Il vertice politico del Ministero ha piuttosto reso noto di aver dato disposizioni ai vertici tecnico-operativi di studiare l’attuazione di un eventuale rimpatrio. E’ una cosa un po’ diversa. A mio avviso, date le voci che giravano qualche tempo fa sul possibile ritiro unilaterale americano dall’Afghanistan in seguito all’imminente (così si diceva) raggiungimento di un accordo con i Taliban, si è trattato di una decisione prudente. La pianificazione tecnica – sottolineo tecnica – di un ritiro è affare dei militari, dopotutto. E andare via da Herat e Kabul non è come rientrare da una scampagnata fuori porta. Inoltre, quanto è trapelato dagli Stati Uniti aveva messo in allarme anche l’Alleanza Atlantica. Dove tutti sono d’accordo: dall’Afghanistan, se si esce, si uscirà tutti insieme. Normali, tuttavia, e prevedibili, gli effetti negativi dell’aver reso di pubblico dominio il mandato conferito agli Stati Maggiori.

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