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Come sguazza la Cina tra Italia e Vaticano. L’analisi di Galietti (Policy Sonar)

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La visita di Xi a Roma. Il MoU Italia-Cina. Le ire degli Stati Uniti su Bri e Huawei. Le rassicurazioni dell’Italia. Gli affari della Francia con la Cina. E le sintonie sino-vaticane. Ecco fatti e scenari commentati dall’analista ed editorialista Francesco Galietti

 

Veni, vidi, vici. È all’insegna del motto di Cesare che si è consumata e conclusa la visita di Xi Jinping in Italia. Un viaggio a dir poco imperiale, segnato da un’accoglienza solenne al Quirinale, dove, sia pur per poche ore, ha sventolato la bandiera rossa con le stelle gialle.

Simboli potenti che si intrecciano all’inchiostro colato sui documenti che il governo gialloverde ha firmato sabato a Villa Madama con la delegazione di dirigenti e uomini d’affari al seguito di Xi. Accordi tra cui spicca il Memorandum of Understanding (MoU) sulla via della Seta, a cui l’Italia – primo Paese del G7 a fare questo passo – aderisce formalmente, legittimando così le ambizioni globali della superpotenza n. 2 e inserendo un cuneo nel sistema eurotlantico, scardinato da un Paese che, d’ora in poi, potrà contare su un prezioso partner nel cuore dell’Occidente.

Sono molti gli interrogativi sollevati dalla missione di Xi in Italia e dall’entusiasmo con cui il governo Conte ha deciso di saltare sul carro della Belt and Road Initative (Bri) ignorando i moniti di Washington e la diffidenza di Bruxelles. Al di là del valore economico, c’è un significato profondo di tale comunione d’intenti che è proprio il caso di approfondire.

Per tastare questo terreno oltremodo scivoloso, Start Magazine si è rivolto a Francesco Galietti, analista e fondatore di Policy Sonar. Dalla sua voce abbiamo raccolto una serie di indicazioni sulla rotta cinese intrapresa dall’Italia, e sulle implicazioni di breve e lungo termine delle scelte fatte dall’esecutivo pentaleghista. Le osservazioni di Galietti aiutano dunque a contestualizzare la visita di Xi nel Belpaese. Visita che poteva culminare anche in un incontro con Papa Francesco: eventualità sfumata per motivi che Galietti ci spiega con dovizia di particolari.

Dunque, Galietti, questo viaggio europeo di Xi si può definire un successo, almeno per lui.

È stato senz’altro un viaggio importante. Un viaggio a più tappe, partito dall’Europa Mediterranea e avvicinatosi poi all’Europa carolingia. Una risalita che ripercorreva idealmente la via della Seta marittima. Era prevista, vorrei sottolineare, un’ulteriore gamba di questo tour: Washington. Gli Stati Uniti però alla fine hanno ricalendarizzato a data da destinarsi l’incontro con Xi. Gli americani del resto per nessuna ragione al mondo avevano intenzione di accogliere il nuovo imperatore trionfante che aveva appena saccheggiato le ex province dell’impero americano. A tal proposito, rilevo che di qui a poche ore a Washington arriverà il nostro vicepremier Luigi Di Maio, che sarà ricevuto tra gli altri da John Bolton. Io, per inciso, pagherei oro per assistere alla scena.

Già, immaginiamo i baffi rossi di Bolton diventare ancora più rossi… A tal proposito, mentre gli Usa sono ai ferri corti con la Cina di Xi, noi in Italia gli abbiamo steso il tappeto rosso. Però, come dimostrano gli accordi firmati lunedì a Parigi da Macron e Xi, noi ci accontentiamo di bruscolini – qualche arancia e spermatozoi di toro – mentre i francesi portano a casa l’acquisto di 300 Airbus.

Dal punto di vista dei numeri, l’Italia ha sempre fatto affari con la Cina in proporzioni minori e in maniera subalterna rispetto ad altri Paesi europei come la Germania, che è il principale vettore nell’Europa continentale verso la Cina. Il punto vero è che l’Italia ha fatto una notevole operazione di sdoganamento della Cina. La cifra dei nostri accordi con Pechino è tutta simbolica. L’Italia d’altronde è considerata levantina, viene ritenuta un Paese che flirta con tutti ma non è di nessuno. Bisogna vedere se questo schema, provato, riprovato e abusato durante la Guerra Fredda, ha ancora una sua efficacia in questa fase nuova.

Per l’Italia, quello con la Cina è stato solo uno dei tanti giri di valzer, o è qualcosa di più?

L’Italia è un pezzo di Occidente che per primo si è buttato tra le braccia dei cinesi. Lo dimostra, tra le altre cose, la nostra adesione ad una creatura cinese come la Banca Asiatica d’Investimento per le Infrastrutture, e ora la nostra partecipazione alla via della Seta. La domanda da farsi qui è: quando l’Italia entra nella via della Seta, fa un cambio di campo, dismette i panni occidentali e si fa Euroasiatica, o meglio sino-asservita? Oppure è un’Italia che rimane fedele all’Occidente e anzi è il cavallo di Troia dell’Occidente nella via della Seta? Un coinvolgimento nella via della Seta potrebbe essere un modo per vederla da dentro, per capire come effettivamente stanno le cose: ossia, se questo maxi-progetto non sia un grande bluff, che non sta in piedi finanziariamente, o se invece è una cosa robusta. Da fuori, questa analisi non si può fare.

Ecco, se la via della Seta fosse in realtà un bluff, da cosa dovremmo concretamente desumerlo? Pensiamo in particolare al tanto sbandierato accordo sul porto di Trieste, e alle infrastrutture che, è stato detto, ne scaturiranno: dov’è l’inganno?

Sulla portualità ci sono già state tante illusioni. Basta guardare cosa è successo a Taranto. ll suo terminal commerciale aveva due azionisti cinesi: Cosco ed Evergreen. Che ad un certo punto hanno levato le tende e hanno creato una marea di disoccupazione senza lasciare niente se non tanta disperazione. Quindi, non è che il pregresso della Cina sia tutto rose e fiori. E’ a questa nuda realtà che dobbiamo guardare prima di evocare romantici corridoi pan-tedeschi che da Trieste portano diritto ad Amburgo, o di parlare dei due imperi, quello tedesco e quello asburgico, che gioiosamente comunicano dal mare del Nord all’Adriatico attraverso le rispettive bocche.

Se stiamo al Geraci-pensiero, secondo il quale noi esportiamo poco in Cina rispetto ad altri big d’Europa, possiamo dire che l’Italia, firmando il MoU con Pechino, ha sciolto opportunamente e con ovvi benefici un nodo importante per la nostra economia? O anche qui siamo di fronte ad un bluff?

È presto per dirlo. Di sicuro, questo viaggio di Xi ha avuto un grande impatto estetico. Roma, come sappiamo, offre la giusta coreografia: è la città dove Papi e imperatori celebravano la loro ascesa, ed è uno dei luoghi simboli dell’Occidente e della cristianità. Xi dunque ha avuto un palco d’eccezione. Ma dal punto di vista dei risultati, ripeto, è presto per dirlo. Pensiamo ad esempio alle telecomunicazioni: bisogna vedere se l’Italia farà davvero passi in avanti nonostante i ringhi americani.

A tal proposito, come spiega la contraddizione della presenza della parola “telecomunicazioni” nel MoU da un lato e il nostro governo che, dall’altro lato, si premura di rafforzare la Golden power?

La Golden power è uno specchietto per le allodole. Dà certamente al governo la possibilità di intervenire, porre condizioni, valutare preventivamente operazioni che possono rivelarsi insidiose per la sicurezza nazionale. Ma il grosso problema della Golden power è che presuppone una decisione politica. E se la politica è la stessa che ha accolto Xi Jinping come l’imperatore dei nostri giorni, c’è poco da sperare. La Golden power vale davvero poco come rassicurazione. È più un espediente retorico, un modo per fare ammuina.

Che opinione si è fatto sul rischio spionaggio insito, secondo gli Usa, nella tecnologia 5G made in China? Secondo lei i cinesi ci spiano?

Non so se lo facciano, ma non mi stupirei se lo facessero. È nella loro natura farlo. Su questi aspetti l’Italia deve essere molto cauta, perché oltre ad essere immersa nella comunità Nato, ha tutta una serie di accordi che la legano ad altri partner come Israele. E Israele, pur volendo fare business con la Cina, ha preso una posizione molto secca su Huwaei e Zte. Quindi, se su questo facciamo delle fughe in avanti, mal ce ne incoglie.

Pare che l’Europa non voglia proprio prestare ascolto ai moniti americani su Huawei. La Germania sembra intenzionata a fare il 5G con il colosso cinese delle tlc, e l’intelligence britannica in un recente rapporto ha concluso che il rischio Huawei è pienamente sotto controllo. Secondo lei a questo punto gli americani si inferociranno?

Direi proprio di sì. Comunque la Germania ha sempre avuto una sua autonomia e l’ha rivendicata con forza. Nel caso del 5G, la Merkel potrebbe peraltro chiedere agli americani: che cosa volete voi, se siete stati i primi ad avermi intercettato? Per la Gran Bretagna il discorso è diverso. La Gran Bretagna è sintonica con gli americani e dispone comunque realmente di strumenti per coibentare il rischio Cina. L’Italia invece è un altro paio di maniche.

Cambiando discorso, la diplomazia vaticana è stata protagonista del tentativo di abbordare Xi e di concretizzare il primo faccia a faccia nella storia tra un Pontefice e il capo della Repubblica Popolare. Come mai questo incontro non si è materializzato?

Dal punto di vista cinese, i tempi non erano ancora maturi. Del resto, c’era un rischio di overdose dal punto di vista simbolico, che rischiava di stroncare il cavallo. Bastava già il governo italiano, ci mancava anche la massima autorità spirituale dell’Occidente.

Ci sarebbe però un invito aperto per il Papa in Cina.

Sì, esiste probabilmente un invito, ma soprattutto una strategia portata avanti dal politburo gesuitico finalizzata alla penetrazione del mercato della geopolitica delle religioni. La Cina è un grande mercato, anche se molto complesso perché inserito in un contesto autoritario che mal tollera potenziali insidie all’autorità politica. Tuttavia, secondo i gesuiti, il gioco vale la candela. Ovviamente la posizione molto decisa dei gesuiti incontra tutta una serie di voci contrarie all’interno del vasto mondo cattolico. Il rischio segnalato da questo fronte è di diluire troppo il messaggio cattolico fino a renderlo indistinguibile da quello, per esempio, di una qualsiasi Ong. L’idea gesuitica è però che questo rischio sia gestibile e che, nel lungo periodo, ripagherà dell’investimento effettuato e dei sacrifici sopportati. Vedremo chi avrà ragione. Di sicuro si stanno confrontando e forse scontrando due culture della Longue durée. Per noi occidentali, abituati a tempi compressi, è una riscoperta dei tempi lunghi della pazienza e dell’attesa che tanto caratterizzano il pensiero vaticano, resiliente per definizione. Un pensiero che si misura con quello asiatico, che è a sua volta un pensiero di lunga durata.

Anche in Vaticano c’è però chi ha remato contro l’incontro Xi-Francesco. Possiamo dire che esiste, al di qua come al di là del Tevere, una sindrome gialla?

Il Vaticano in passato ha fatto spesso riferimento al clero americano, ed è quest’ultimo che era particolarmente indispettito dalla strategia cinese. In passato, è stata mandata giù senza troppi patemi una certa fuoriuscita dall’alveo occidentale. Sono state molto apprezzate in particolare le esplorazioni fatte in America Latina ed Africa. Con l’Asia è diverso, per via della natura autoritaria, oppressiva, del regime cinese, che mette in allarme molto di più di quanto abbiano fatto altre aperture ai nuovi mercati delle religioni. Sicuramente c’è uno scontro interno alla Curia. E c’è molta amarezza nel clero cattolico che ha sofferto parecchio in Cina e vede tradite le battaglie fatte in tutti questi anni. La domanda dunque è: quando Bergoglio decide di fare un accordo con la Cina, lo fa con la schiena coperta, o no? Lo capiremo presto.

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