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Joshua Wong e l’arroganza dell’ambasciatore cinese in Italia. Il commento di Punzi

di

via della Seta

Che cosa deve insegnare l’arroganza dell’ambasciatore della Cina in Italia sul caso Joshua Wong. Il commento di Federico Punzi di Atlantico Quotidiano

È andata così. Qualche settimana fa, il senatore di Fratelli d’Italia Adolfo Urso e due esponenti del Partito Radicale, il membro della presidenza Giulio Terzi, ex ministro, e la rappresentante all’Onu Laura Harth, invitano uno dei leader riconosciuti del movimento pro democrazia di Hong Kong, Joshua Wong, a Roma, al Parlamento italiano, nell’ambito di un giro che avrebbe dovuto portarlo anche in altre capitali europee, dopo aver parlato al Congresso Usa. Ma un tribunale gli nega il permesso di viaggiare, essendo in libertà provvisoria in attesa di processo, mentre nella ex colonia proseguono i disordini e cominciano a volare le pallottole della polizia. I promotori non demordono e la conferenza al Senato si tiene ugualmente: Wong interviene in collegamento Skype. All’incontro partecipano anche altri parlamentari: è rappresentato tutto il centrodestra (Fratelli d’Italia, Lega e Forza Italia) e il Pd con la capogruppo al Senato Valeria Fedeli. Wong dice alcune cose, che vi abbiamo riportato ieri su Atlantico: in particolare, chiede ai parlamentari italiani di adottare “misure simili” alla legge bipartisan approvata dal Congresso Usa e firmata dal presidente Trump, si dice “deluso” dalle “dichiarazioni indifferenti” del nostro ministro degli Esteri, Luigi Di Maio, che aveva sposato, alla lettera, la linea di “non inteferenza” dettata da Pechino, e “rammaricato” anche per le parole di Papa Francesco (“non c’è solo Hong Kong… è una cosa più generale”, “sono problemi che non so valutare”).

All’indomani dell’incontro, cioè ieri, la reazione scomposta dell’ambasciata della Repubblica Popolare Cinese a Roma, che non solo accusa Joshua Wong di aver “distorto la realtà, legittimato la violenza e chiesto l’ingerenza di forze straniere negli affari di Hong Kong” (il che è comprensibile, dal punto di vista di Pechino), ma cosa ben più grave si spinge in una temeraria intimidazione dei parlamentari, rappresentanti del popolo italiano, che hanno osato “con determinazione fare la videoconferenza”, accusandoli di un “grave errore” e di un “comportamento irresponsabile” e approfittando per “ribadire che gli affari di Hong Kong appartengono alla politica interna della Cina e nessun Paese, organizzazione o singolo ha alcun diritto di interferirvi. Speriamo – conclude la nota – che le persone coinvolte rispettino la sovranità cinese e si impegnino in azioni che aiutino l’amicizia e la cooperazione tra Italia e Cina e non il contrario”.

Per fortuna, in un sussulto di dignità, le istituzioni italiane rispondono. L’ambasciata cinese si prende una dura ramanzina pubblica sia dai presidenti di Camera e Senato, sia dal Ministero degli esteri. Fonti della Farnesina parlano di “dichiarazioni del tutto inaccettabili e totalmente irrispettose della sovranità del Parlamento italiano”. “Questo – fanno sapere – è stato rappresentato formalmente dal Ministero degli esteri all’ambasciatore cinese a Roma, cui è stato espresso forte disappunto per quella che è considerata una indebita ingerenza nella dialettica politica e parlamentare italiana”. Il ministro Di Maio, in un primo momento, decide di non metterci la faccia, evidentemente imbarazzato per i suoi rapporti troppo stretti con Pechino. Ma poi, con il montare delle reazioni, prende coraggio e commenta anche lui, bisogna dargliene atto: “Sempre ottimi rapporti con il governo cinese, allo stesso tempo in Parlamento ci sono tante attività che si svolgono ogni giorno ed è giusto rispettarle. I nostri legami commerciali non possono assolutamente mettere in discussione il rispetto delle nostre istituzioni, del nostro Parlamento e del nostro governo”. Chissà, forse non ha voluto essere da meno del leader della Lega Matteo Salvini, che aveva dichiarato “non siamo una provincia cinese (anche se magari Grillo la pensa così) e per noi democrazia, libertà e diritti umani sono dei valori irrinunciabili”.

Tutto è bene quel che finisce bene, dunque? Non proprio. Se da una parte, come detto, la reazione delle nostre istituzioni (purtroppo non scontata) c’è stata ed è senz’altro una nota positiva, dall’altra l’iniziativa di Fratelli d’Italia e del Partito Radicale ha almeno due meriti, oltre ovviamente a quello di aver dato voce a Joshua Wong. Primo, quello di aver fornito – se andiamo ad esaminare le presenze alla conferenza e le reazioni all’intimidazione dell’ambasciata cinese – uno spaccato della politica italiana nei suoi rapporti con Pechino (notare assenze e silenzi…). Secondo, aver dimostrato che l’interferenza cinese non è l’allucinazione di qualche sinofobo, è reale e probabilmente molto più avanzata e profonda di quella russa, da cui i nostri media liberal e i nostri politici di sinistra sono ossessionati – gli stessi che guarda caso sbagliano sempre nell’individuare il nemico geopolitico più pericoloso (l’Urss quarant’anni fa, la Cina oggi). La penetrazione economica e commerciale cinese va di pari passo con l’influenza politica. Per Pechino le due cose non possono essere disgiunte, si accompagnano, fanno parte di uno stesso disegno egemonico.

L’arroganza dell’ambasciatore cinese, che si permette di intimidire i parlamentari italiani attaccando di fatto la loro libertà di ascoltare, in una sede istituzionale, le parole, via Skype, di un dissidente (figuriamoci di sostenerlo concretamente…), dà la misura di ciò che si aspetta Pechino dalla sua “cooperazione” con l’Italia: non solo di seta, di scambi commerciali, affari, investimenti, acquisizioni – sulla cui mancanza di reciprocità ci sarebbe tra l’altro molto da ridire – è fatta la “Nuova Via” con la Cina, ma anche di soggezione politica. E sempre qui su Atlantico abbiamo dedicato un documentato approfondimento di Alessandra Bocchi ai metodi usati dal regime cinese per tappare la bocca ai governi, alle istituzioni e ai privati con i quali ha stabilito una interdipendenza economica, per dissuaderli dal criticare il suo sistema di potere. Un metodo comune a tutte le dittature è quello del ribaltamento dei fatti e dell’infinito gioco di specchi: accusano il nemico interno di crimini e quello esterno di ingerenze, quando sono proprio loro a garantirsi la sopravvivenza grazie ad essi. Sono le autorità di Pechino, come mostrano i documenti divulgati in questi giorni, ad aver nascosto e distorto la realtà dei campi di concentramento e della repressione orwelliana nello Xinjiang; ad aver usato la violenza e ad essersi intromesse negli affari interni prima di Hong Kong, violando il principio “un paese, due sistemi”, e oggi dell’Italia.

Se ieri, almeno per un giorno, tra le istituzioni italiane e i rappresentanti del regime cinese sono volati stracci, altrettanto non si può dire tra Vaticano e Repubblica Popolare. A Pechino non è sfuggito il tatto con il quale Papa Bergoglio ha dribblato le richieste di una sua presa di posizione sulle proteste a Hong Kong (“non c’è solo Hong Kong… è una cosa più generale”, “sono problemi che non so valutare”), né la sua dichiarazione d’amore (“mi piacerebbe andare a Pechino, io amo la Cina”). Tanto è vero che un portavoce del Ministero degli esteri cinese, Geng Shuang, ha subito sfruttato l’assist: “La Cina apprezza la sua amicizia e gentilezza, e guarda con apertura agli scambi reciproci con il Vaticano”. Amorevoli scambi, dunque, tra Pechino e Bergoglio. Tra comunisti ci si intende… Ancora più esplicito, su Hong Kong, il segretario di stato Parolin, che dopo aver apprezzato l’”atteggiamento giusto” delle autorità, prendendo per buone parole contraddette dai fatti, ha aggiunto che “d’altra parte chi ha scelto come metodo la violenza deve rinunciare e percorrere la strada del dialogo, dell’incontro e dell’ascolto”.

(Estratto di un articolo pubblicato su Atlantico Quotidiano, qui la versione integrale)

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