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Come si dividono Trump e Papa Francesco su Cina e Hong Kong. Parla Pelanda

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Cina

Le ultime posizioni di Trump e Papa Francesco su Cina e Hong Kong commentate da Carlo Pelanda, analista, saggista e docente di geopolitica economica

I risvolti internazionali della situazione interna della Cina si sono fatti incandescenti, con la rivolta filo-democratica di Hong Kong che non accenna a diminuire tra la solidarietà del mondo intero (e i silenzi di molti governi) e le rivelazioni choc di un consorzio di media investigativi che hanno squarciato il velo, gracilino a dire il vero, sui campi di internamento per musulmani nella provincia occidentale dello Xinjiang.

Il regime, insomma, è in difficoltà, per la gioia di chi – come Donald Trump – sta ammirando le contorsioni di Pechino fregandosi le mani. Questo, almeno, pensa Carlo Pelanda, per il quale Washington tutto è fuorché spettatrice disinteressata delle vicende interne cinesi.

Per l’analista, saggista e docente di geopolitica economica, l’America sta conducendo infatti una guerra di logoramento nei confronti del suo rivale per piegarne la resistenza e convincerlo a firmare un accordo sui commercio che è – a detta di Pelanda – l’unica cosa che conta nella mente di The Donald.

Non è dunque per solidarietà nei confronti dei combattenti per la libertà di Hong Kong, o dei musulmani cinesi sottoposti al lavaggio del cervello, che l’amministrazione Trump sta esercitando pressioni sul regime, ma solo ed esclusivamente per proprio tornaconto.

Pelanda sembra dunque volerci preparare: nei prossimi mesi, lo scontro tra Usa e Cina su Hong Kong, sullo Xinjiang e sui tanti altri dossier che dividono le due superpotenze si acutizzerà, fino a quando Pechino non sarà doma e avrà concesso al capo della Casa Bianca il tanto agognato deal sui commerci.

Nel frattempo, sarà tutto un gran parlare degli eroi di Hong Kong e degli uiguri repressi, in un dibattito dove non mancheranno però le voci interessate e anche quelle fuorvianti. E a tal proposito, Pelanda non usa mezze parole nel descrivere i comportamenti di quella parte dell’establishment grillino che anche in questi giorni non si è fatto scappare l’occasione di fari immortalare beatamente in compagnia di alti papaveri cinesi.

Prof. Pelanda, negli ultimi giorni i toni della Casa Bianca su Hong Kong si sono fatti più accesi, e ora Donald Trump dice apertamente che l’America sta con i manifestanti.

Sappiamo che è in corso un negoziato tra Usa e Cina sui commerci, e l’America in questo momento sta mostrando che, se volesse, potrebbe usare nelle trattative anche l’arma di Hong Kong. Quello degli Usa, ad ogni modo, non è un appoggio diretto ai rivoltosi, e certamente non lo è da un punto di vista operativo. Si tratta piuttosto di un segnale di dissuasione nei confronti del regime. Il fatto è che è in atto una trattativa tra le due potenze, e la Cina ha un punto debole, ossia tenta di tenere nascosta la realtà di essere un regime nazista. Si tenga conto, tra l’altro, che Trump si ritrova un Congresso che pochi giorni fa ha votato in modo bipartisan il sostegno ai manifestanti di Hong Kong, e a Washington circola ormai la battuta secondo cui Trump sarebbe eccessivamente morbido nei confronti di Xi Jinping.

Trump “l’uomo dei dazi” morbido con la Cina?

Certo, a Trump interessa solo concludere un deal con Pechino sul fronte dei commerci. E se la Cina deciderà di fare concessioni all’America, ad esempio acquistando notevoli quantità di beni agricoli, Trump di colpo non farà più alcuna pressione sui cinesi su Hong Kong come su tutto il resto. Non è un caso che i cinesi ora stiano rallentando le trattative, aspettando il risultato delle prossime presidenziali americane.

Temiamo che Hong Kong, o meglio il movimento pro-democrazia, non arriverà fino al novembre 2020.

È improbabile che i cinesi ricorrano alla repressione mentre tutti i riflettori della stampa mondiale sono puntati su di loro. Piuttosto, faranno la faccia di bronzo, aspetteranno che ci sia meno visibilità e poi opereranno con mezzi riservati, ammazzando qualcuno di nascosto. Uno scenario meno probabile è che ci sia uno scontro al vertice, e che Xi si troverà costretto a dimostrare ai militari di saper ricorrere alle maniere forti. Ma, ripeto, lo trovo molto improbabile. Sarà bene, piuttosto, avvisare i valorosi combattenti per la libertà di Hong Kong, soprattutto i più giovani, di stare molto attenti, perché il regime tra qualche mese, zitto zitto, procederà con l’eliminazione segreta dei leader della rivolta e non solo dei leader.

Nel frattempo, Papa Francesco ha farfugliato qualcosa su Hong Kong, concludendo però le sue dichiarazioni esprimendo il desiderio di recarsi a Pechino.

A Bergoglio non interessa nulla di Hong Kong. A lui interessa solo l’accordo col regime sulla questione dei vescovi e per avere una Chiesa guidata dal Vaticano, anche se sotto il controllo di Pechino. Piuttosto deve essere stata l’intelligence vaticana a spiegargli che la Cina ha dei problemi. E i problemi derivano, ripeto, dal fatto che sono ormai vani i tentativi della Cina di nascondere il fatto di essere un regime totalitario. Questo è il fianco più vulnerabile del regime di Xi, e non da oggi. Sappiamo tutti cosa sono i Laogai e che ogni anno, in media, vi vengono ammazzate circa cinquemila persone.

Questo sembra essere però un trascurabile dettaglio agli occhi dei vertici M5S che anche in questi giorni, da Grillo a Fioramonti, hanno diffuso foto che li immortalano sorridenti al fianco di esponenti del regime. Che ne pensa?

Che hanno relazioni di affari, alcuni personali, con il governo cinese, che di solito è molto abile – più di quello francese – nel reclutare degli agenti o comunque personaggi che fanno i loro interessi. Il problema peraltro non è per nulla nuovo. Ricordo la corrente di Romano Prodi, che ha tradizionalmente ottimi rapporti di business con la Cina. Non sto dicendo, attenzione, che sono tutti a libro paga della Cina. Sto dicendo, piuttosto, che capita sempre più spesso che arrivi qualche cinesino a convincere l’italiano di turno a dire quel che più conviene alla Cina. È sicuramente triste, ma è una realtà con cui dobbiamo fare i conti. E la realtà è che la Cina è un impero in espansione ed ha molte risorse a disposizione per reclutare amici. E siccome la Cina ha forti problemi di immagine pubblica, adesso è alla ricerca di testimoni legittimanti per condizionare il dibattito sui media mondiali.

Decine di giornali di tutto il mondo in questi giorni hanno diffuso le ultime, scioccanti rivelazioni sui campi dello Xinjiang.

La vera novità in questo momento è che qualcuno sta facendo uscire informazioni e materiali imbarazzanti per la Cina. Lo sta facendo l’America perché si è accorta che Pechino sta tirando troppo per le lunghe il negoziato commerciale e allora ha deciso di rovinare la reputazione del business cinese in tutto il mondo. Chi comprerebbe del resto un’automobile cinese o un telefonino cinese nel momento in cui ha le foto dei cinesi ammazzati nei campi di concentramento? Tutto questo fa capire quanto sia cambiato in questi anni l’atteggiamento degli Usa. Fino a poco tempo fa, infatti, gli Usa scendevano volentieri a compromessi con la Cina, che pretendeva di non subire alcun tipo di pressione democratizzante o sui diritti umani. Adesso però c’è una partita importante in corso tra Washington e Pechino, e quindi finalmente viene fuori un po’ di verità. E viene fuori perché è l’America che sta dicendo alla Cina che se non firma quell’accordo, allora subirà la sua offensiva.

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