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Draghi

Chi e perché teme Draghi

Per Draghi non avrebbe avuto alcun senso pronunciare il discorso decisamente eterodosso di Hulpe dopo le elezioni europee perché sarebbe stato del tutto ininfluente. L'intervento di Marco Mayer

Basta pronunciare il nome di Mario Draghi e la politica italiana e i media mainstream entrano subito in fibrillazione, come ben documentato da Startmag. Persino Giovanni Minoli si è avventurato in pronostici pessimisti sul suo eventuale futuro ruolo in Europa, sostenendo che Draghi ha compiuto un errore strategico perché la tempistica delle sue uscite pubbliche non sarebbe il suo forte.

È vero esattamente l’opposto. Le due più importanti esternazioni di Draghi entreranno nei libri di storia proprio perché tempestive. Come i lettori di Startmag avranno intuito mi riferisco in primo luogo alla celeberrima conferenza stampa sull’Euro come presidente del 26 luglio 2012 (whatever it takes), e in secondo luogo alla sua presa di posizione meno nota, ma probabilmente ancora più importante, del 4 ottobre 2009 in qualità di presidente del Financial Stability Board sulla necessità di regolamentare le grandi banche internazionali di rilevanza sistemica in seguito alla crisi finanziaria del 2008.

Per Draghi non avrebbe avuto alcun senso pronunciare il discorso decisamente eterodosso di Hulpe dopo le elezioni europee perché sarebbe stato del tutto ininfluente, anche se – seguendo la logica dietrologica di Minoli – a Draghi fosse convenuto aspettare l’esito elettorale in vista di eventuale incarichi nella UE.

Ma non è solo Minoli: tutta l’attenzione della stampa italiana sembra preoccupata su cosa farà Draghi da grande. A me viceversa preoccupa un’altra cosa. I partiti politici italiani (ed europei) daranno o non daranno ascolto al messaggio pronunciato a Hulpe da Draghi? Ho, infatti, il fondato timore che la rivoluzione copernicana nelle politiche europee che Draghi propone resti inascoltata.

L’orizzonte proposto dall’ex presidente del Consiglio è molto lontano dalla UE oggi. Draghi punta ad un’Europa dotata di una propria strategia tecnologica e industriale, di una politica energetica e di difesa comune, di una capacità di pesare nelle grandi sfide globali, ma i bias cognitivi e le resistenze degli apparati sono duri a morire.

Da molto tempo nei partiti di centro e di sinistra è radicata una visione eurocentrica in cui l’Europa è concentrata tutta su se stessa e che di fatto ignora i grandi cambiamenti intervenuti nell’economia e nella politica mondiale degli ultimi 25 anni. Se è vero che la causa principale dell’irrilevanza politica della UE sono state le resistenze dei governi nazionali, è anche vero che anche le visioni tecno-burocratiche “liberiste” dominanti a Bruxelles hanno anche loro una parte di responsabilità. Per parlare solo degli italiani, si può osservare una concezione “autistica” del mercato unico sostanzialmente comune a personalità diverse quali Romano Prodi, Mario Monti, Enrico Letta, Antonio Tajani o Paolo Gentiloni.

Il discorso di Mario Draghi è decisamente diverso e solleva alcune domande. Che senso ha avuto insistere così tanto sulla concorrenza interna tra i diversi paesi della UE mentre nel frattempo venivano spalancate le porte dell’Europa ai colossi industriali cinesi sussidiati da Pechino? Se è vero che per anni tedeschi e francesi si sono fatti una spietata (e masochistica) concorrenza nel mercato cinese, perché sorprenderci se in futuro anni le aziende cinesi domineranno il mercato automobilistico in Europa?

Sul versante dei partiti di destra, il discorso di Mario Draghi crea ancora più imbarazzo per due ragioni. La prima è il timore che le idee di Draghi affascinino una parte dell’elettorato che ha iniziato a diffidare delle sirene del sovranismo. Basti pensare ad un paese come l’Ungheria, dove il 90% delle telecomunicazioni è in mano a imprese cinesi e l’energia dipende pressoché totalmente dal petrolio russo e/o da centrali nucleari di fabbricazione russa.

Il secondo motivo è che la consapevolezza della fragilità dei singoli Stati e l’idea di un’Europa che aspiri al ruolo di “grande potenza” affiancandosi a Stati Uniti, Cina, India, Giappone, ecc. può avere una sua attrattività anche a destra.

Penso che, più che preoccuparsi del destino personale di Mario Draghi, i partiti di sinistra, di destra e di centro farebbero bene a riflettere e a meditare seriamente sui contenuti del suo messaggio, avendo il coraggio di entrare nel merito e dire su quali obiettivi sono d’accordo e su quali invece dissentono. Quando Mario Sechi su Libero accenna giustamente al rischio di una possibile dissociazione tra kratos (potere) e demos (popolo), il discorso non riguarda Draghi ma la sfiducia nei partiti in cui la metà dei cittadini elettori non si riconoscono più.

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