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Draghi

L’allarme di Draghi? Tardivo ma giusto

Il messaggio lanciato da Mario Draghi all'Ue è forse un po' tardivo, ma fondamentale: per questo tutti i partiti dovrebbero raccoglierlo. L'intervento di Marco Mayer

 

Meglio tardi che mai. Mario Draghi alla conferenza di La Hulpe in Belgio ha fatto bene a demolire la teoria “boomerang” del playing field europeo che tanto ha danneggiato l’economia europea dalla crisi finanziaria del 2007/8 ai giorni nostri. Come ha ricordato Startmag, Draghi ha parlato chiaro: “l’Europa si è focalizzata sulle cose sbagliate. Ci siamo rivolti verso l’interno, vedendo in noi stessi i nostri concorrenti, anche in settori, come la difesa e l’energia, nei quali abbiamo profondi interessi comuni. Allo stesso tempo, non abbiamo guardato al di fuori”.

A questo punto la domanda da porre è la seguente. Perché – a differenza degli Stati Uniti – negli ultimi quindici anni la Ue ha continuato a perseguire in modo ottuso e ostinato le condizioni “perfette” della concorrenza al proprio interno come se l’Europa potesse essere immune rispetto alle dinamiche che da più di due decenni anni caratterizzano l’andamento dei mercati su scala globale?

Una prima risposta viene dalla Teoria dell’organizzazione. La Ue non è un attore politico di rilevanza globale e sappiamo che – in assenza di stimoli politici – qualunque tecno-burocrazia tende a ripetere in modo automatico le proprie pratiche abituali ignorando completamente ciò che succede all’esterno dei propri confini di competenza amministrativa. Mi riferisco specificatamente “ai processi routinari prodotti dalla forza di inerzia” descritti autorevolmente da Paul Pierson.

Una seconda risposta attiene alla cultura politica dominante e chiama in causa una visione sbagliata del mercato globale e del suo impatto sul nostro continente della maggioranza degli economisti europei. Essi sembrano aver dimenticato i fondamentali del pensiero di Luigi Einaudi, ovvero che la formazione del prezzo di equilibrio tra domanda ed offerta in un regime di concorrenza può realizzarsi a condizione che le istituzioni pubbliche siano in grado di imporre e garantire effettive condizioni di libertà, lealtà, ordine pubblico e giustizia.

A tal proposito suggerisco ai lettori di Startmag di rileggere un passaggio esemplare delle lezioni di politica sociale di Einaudi:

Siete mai stati in un borgo di campagna in un giorno di fiera? Quella fiera è un mercato. Sulla fiera si offre di tutto e molti offrono la stessa cosa. Migliaia di compratori desiderosi di rifornirsi delle masserizie e cose che a loro mancano. Arrivano a torme e di bonora i compratori perché sanno che dove c’è grande concorso è sempre più facile trovare ciò di cui si ha bisogno e trovarlo alle migliori condizioni di prezzo. Giungono numerosi e puntuali anche i venditori perché sanno che dove c’è grande moltitudine di gente desiderosa di comprare è sempre più buon mercato ed i venditori di vendere a caro prezzo. Spinti da motivi opposti, essi si affrettano verso lo stesso luogo, verso la fiera, il mercato […]. Tutti coloro che vanno alla fiera sanno che questa non potrebbe aver luogo se, oltre ai banchi dei venditori ed oltre alla folla dei compratori, non ci fosse qualcos’altro: il cappello a due punte della coppia di carabinieri che si vede passare sulla piazza, la divisa della guardia municipale che fa tacere due che si sono presi a male parole, il palazzo del municipio, con il segretario ed il sindaco, la pretura e la conciliatura, il notaio che redige i contratti, l’avvocato cui si ricorre quando si crede di essere a torto imbrogliati in un contratto, il parroco, il quale ricorda i doveri del buon cristiano doveri che non bisogna mai dimenticare nemmeno alla fiera.

Ignorando la differenza abissale che intercorre tra le logiche che presiedono l’idealtipo di mercato teorizzato da Luigi Einaudi e le dinamiche che dominano il mercato globale il fondamentalismo liberista – come ha tante volte ripetuto Dani Rodrick – ha fatto “più danni della grandine”. Con il rapido succedersi di crisi economiche e finanziarie dal 1997 al 2008 l’inconsistenza empirica del pensiero liberista è emersa sempre più nitidamente. L’idea che globalizzando il mercato si potessero mantenere la trasparenza e l’equilibrio del mercato ha generato una visione falsa sui meccanismi di funzionamento dell’economia mondiale.

Si pensi soltanto a quanto veniva sostenuto da Kenichi Ohmae – indicato dall’Economist come uno dei cinque guru mondiali del management: “Il potere sull’attività economica migrerà inevitabilmente alla rete senza confini formata dalle innumerevoli decisioni individuali prese a partire dalla realtà del mercato”. Negli ultimi venti anni é accaduto esattamente l’opposto, ma solo dopo l’invasione dell’Ucraina e la pandemia gli economisti europei mainstream sembrano aver riscoperto l’ influenza di fattori politici nell’economia mondiale: il ruolo delle grandi potenze, il peso dei fattori geopolitici, l’impatto nell’economia della differenza tra Stati di diritto e regimi democratici nonché i rischi dei processi oligopolistici della globalizzazione su cui lo stesso Milton Friedman aveva formulato qualche dubbio.

L’importante discorso di Mario Draghi solleva un terzo aspetto. Esso chiama in causa direttamente la fragilità delle forze politiche all’interno dei paesi europei così come dei loro rappresentanti a Bruxelles a Strasburgo. Ciò che deve preoccupare è soprattutto la sua permeabilità trasversale rispetto alle pressione in chiaro e in scuro dei più potenti gruppi di interesse.

A sinistra si è assistito al paradosso che in nome degli stessi principi di libera concorrenza si sono da un alto demonizzati i taxisti e dall’altro spalancate le porte alle aziende cinesi digitali e di telecomunicazione sussidiate dalle politiche protezionistiche del Partito Comunista Cinese. A destra (penso in particolare alla Germania di Alternative fur Deutschland e all’Ungheria di Orban) in nome dei valori della tradizione e del conservatorismo si stanno legittimando gli obiettivi del neo imperialismo russo nonché gli interessi delle industrie strategiche (vedi Rosatom) della Federazione Russa.

Ricordo, infine, che sono passati ben 17 anni dal 5 novembre 2008, nel pieno di una delle più drammatiche fasi della crisi mondiale, la Regina Elisabetta II, durante la cerimonia di inaugurazione della nuova sede della London School of Economics, chiese polemicamente: “è orrendo; perché nessuno si è accorto che la tempesta stava arrivando? La provocazione provocò un’aspra discussione culminata nel forum indetto il 17 giugno 2009 dalla Royal British Academy for Humanities and Social Sciences. Dal convegno scaturì una lettera alla Regina in cui si riconobbe l’incapacità della comunità mondiale degli economisti di prevedere il rischio globale determinato dalla interconnessione di molteplici squilibri di mercato ciascuno dei quali era stato – viceversa – analizzato solo separatamente. L’aspetto essenziale è che gli esperti della Corona britannica sottolinearono che l’interconnessione complessiva degli squilibri globali non è vigilata da nessuna autorità e provocata da molteplici attori politici statuali (Cina in primis) nonché da mega gruppi monopolistici le cui decisioni (o non decisioni) – scoordinate e potenzialmente in conflitto – producono strutturali distorsioni di mercato nell’arena economica globale.

Mi auguro che in Europa il messaggio di Mario Draghi trovi risposte politiche e intellettuali molto più rapide rispetto all’appello accorato lanciato dalla Regina Elisabetta II tanti anni fa.

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