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Virus, vox populi e logos populista

Populista

Il corsivo di Teo Dalavecuras

“L’appello a non vaccinarsi è un appello a morire sostanzialmente – non ti vaccini, ti ammali, muori – oppure fai morire – non ti vaccini, ti ammali, contagi lui lei muore -, questo è”. Sono le parole pronunciate come sempre senza enfasi dal presidente del Consiglio nel corso della conferenza stampa di venerdì 23 luglio insieme ai ministri Marta Cartabia e Roberto Speranza.

Tra gli altri le ha indirettamente commentate, come sempre con garbo e sottigliezza, Iuri Maria Prado sul quotidiano online Linkiesta. Quando si dice con garbo ci si riferisce anche al fatto che il commentatore non nomina l’autore della frase sopra riportata, né il presunto bersaglio del duro giudizio di Mario Draghi (Matteo Salvini); in realtà Prado non riporta nemmeno la frase che ha mandato in visibilio il versante progressista, si limita a fare alcune considerazioni sull’intenzione moralistica dei giudizi che si raccolgono quotidianamente sul conto delle persone che non hanno ancora deciso se vaccinarsi oppure hanno già deciso di non farlo; considerazione che condivido in pieno così come rimango preoccupato per l’alto numero di concittadini diffidenti verso quella che sembra a tutt’oggi la principale difesa dalla diffusione del coronavirus e per nulla convinto dai loro argomenti: le valutazioni e le preoccupazioni di politica sanitaria e i giudizi morali sulle persone sono cose diverse, fa notare Prado ed è una notazione preziosa perché sempre più rara.

Il punto, dovrebbe essere chiaro, non è né Draghi né Salvini, entrambi tenuti dalla rispettiva professione di capo del governo e capo di un partito a seguire l’etica della responsabilità, dove quella del primo è di spingere in tutti i modi sulla diffusione del vaccino e quella del secondo è di aumentare i consensi per il partito che si è affidato alla sua guida o quanto meno perderne il meno possibile.

Il punto non è nemmeno la pandemia, ma ancora una volta la qualità del discorso pubblico, un discorso che in Italia ruota ormai da due anni intorno a un solo problema, come impedire alla “Lega di Salvini” di tornare al governo dopo esserne uscita due anni fa. Discorso reso ancora più ambiguo dal fatto che con Draghi la Lega al governo ci è già tornata; ma, soprattutto, inquinato da quel virus del logos populista, che ha irrimediabilmente infettato gli stessi autodichiarati nemici del populismo.

La “premessa minore” del sillogismo inteso a dimostrare la necessità che la Lega di Salvini debba essere tenuta alla larga della stanza dei bottoni è che questa Lega è il populismo. La premessa maggiore è che il populismo è il male (ma di ciò non vale la pena di occuparsi visto che ha ormai dignità di assioma: nessuno oserebbe né affermare il contrario né chiedersi che cosa l’assioma significhi).

Sappiamo o dovremmo sapere tutti che tra i pilastri del populismo c’è la delegittimazione degli avversari di norma motivata moralisticamente (quando non da “storici destini” tra i quali oggi il “cambiamento”, il “progresso” o il “futuro”); la trasformazione dei divergenti e anche contrastanti interessi rappresentati nell’arena politica in peccaminose deviazioni dalla stella polare della volontà del popolo (la riforma Cartabia diventa così per il populismo a cinque stelle la “schiforma”, come un secolo fa il Corriere della Sera, per i fascisti, a un certo punto era diventato il “Corriere della serva”); l’oggettivo rifiuto della divisione dei poteri.

Non parliamo poi della “voluttà di punire”, se posso permettermi di parafrasare il titolo del recente e importante – coerentemente ignorato dal discorso pubblico – libro di Ennio Amodio sul “populismo giudiziario”. Nella conferenza stampa ricordata sopra, dove la maggior parte delle domande tirava in ballo la riforma della giustizia, Draghi ha dovuto guardarsi dal fare il benché minimo accenno al diritto di difesa e alla presunzione di innocenza, due principi costituzionali che a quanti fanno professione di populismo giudiziario (e che pur fanno parte della maggioranza) suonano come alle orecchie degli islamici fondamentalisti le espressioni irriguardose sul Profeta.

La riforma varata dal governo Conte-bis però non l’hanno votata solo i 5stelle ma anche il partito che del cordone sanitario per isolare i populisti ha fatto, da anni, il proprio “oggetto sociale”, il Partito democratico appunto, che si appresta a ereditare i voti dei grillini grazie all’avvocato già orgogliosamente populista Giuseppe Conte e al suo machiavellico statuto.

L’eloquio populista, per sua natura unidirezionale e totalitario, esclude per principio il dubbio, lo scambio civile di opinioni divergenti ma contempla solo più o meno sofisticate contumelie e questo su ogni versante; pur di nulla concedere al nemico occulta nel proprio seno ogni contraddizione, qualsiasi ambiguità. Una volta si parlava sarcasticamente di maggioranze bulgare, ma l’attuale segretario del Pd se non sbaglio è stato eletto all’unanimità (con quello zero virgola qualcosa di oppositori che anche le democrazie del socialismo realizzato si concedevano).

Sarebbe bello se il discorso pubblico italiano venisse bonificato da alcune delle ambiguità di cui ho fatto solo gli esempi più ovvi. Si potrebbe cominciare dalla storia della nascita e dei trionfi dei 5 stelle che, per come l’hanno raccontata sinora i media mainstream (oltre naturalmente a La 7 e il Fatto Quotidiano) richiede un grado di credulità ben più elevato di quello che Babbo Natale si aspetta dai suoi piccoli beneficati. Oltretutto, l’ormai sostanziale archiviazione della mitica università Link Campus di Enzo Scotti, già vivaio di ministri a 5 stelle oltre che terreno di più o meno occasionali passaggi di esponenti del Pd, dovrebbe agevolare questa modesta ma non superflua operazione-verità.

Ma il problema posto dal virus del logos populista va ben al di là dei nostri confini, una ragione di più per non coltivare illusioni.

Con la solita fanfara della banda (mediatica) di stanza davanti a Palazzo Berlaymont, la Commissione Ue ha annunciato un piano (“fit for ‘55”) che tra l’altro prevede il divieto di vendita di autovetture e anche altri veicoli (natanti e aeromobili) all’interno della Ue, diversi da quelli 100% elettrici a partire dal 2035, un programma che preso alla lettera suona come la condanna a morte del principale comparto manifatturiero europeo. Romano Prodi, uomo che oltre alla politica industriale, alla geopolitica e tante altre cose conosce a fondo i meccanismi delle istituzioni europee avendoli praticati da presidente della Commissione nel delicato passaggio dell’apertura ai paesi satelliti dell’ex impero sovietico, persona prudente, ha criticato, argomentando com’è suo costume, il piano annunciato da Bruxelles. La “banda” ha ignorato la notizia, di fatto, registrandola senza commenti per archiviarla più in fretta. La “banda” tiene famiglia. La Commissione invece “never explains” anche se “always complains” (a differenza di Sua Maestà) e per non spiegarsi usa la tecnica antichissima delle burocrazie, l’alluvione delle parole.

Secondo esempio, la catastrofe idrogeologica in Germania di metà luglio. C’è stato bisogno di un giornalista liberal-conservatore di un quotidiano liberal-conservatore fuori della Ue, l’elvetica Neue Zürcher Zeitung, per leggere considerazioni banali ma essenziali per inquadrare il disastro: il cambiamento climatico è una realtà; si può cercare di contrastarlo ma è un’impresa di lungo termine e di ampio (mondiale) respiro. Nel frattempo, si dovrebbe fare quel che si è sempre fatto per prevenire le conseguenze degli eventi climatici estremi: per esempio opere di contenimento delle acque e di loro protezione da materiali estranei, quelli che in occasione di eventi estremi ne ostruiscono il corso in coincidenza dei ponti, sistemi di allarme che si attivano ai primi segnali di evento estremo e risparmiano vite umane. Partendo da queste osservazioni Eric Gujer, direttore responsabile dell’antica testata zurighese fa una domanda retorica, si chiede se siamo sicuri che le autorità competenti abbiano preso nel passato recente e meno recente tutti i provvedimenti necessari a prevenire le conseguenze di eventi climaticamente estremi, e offre una considerazione definitiva: a due mesi dalle elezioni in Germania è più comodo per tutti, maggioranza e opposizione, levare alti lai al mutamento climatico e all’assoluta necessità di contrastarlo, qui e oggi, piuttosto che individuare in concreto e denunciare le omissioni o i ritardi delle politiche dei governi rispetto al dovere di limitarne le conseguenze dannose. C’è solo da aggiungere che la seconda alternativa è puramente teorica perché una puntigliosa requisitoria sulle inadempienze dei governi non avrebbe nessuna significativa eco mediatica, ciò che in periodo di campagna elettorale ne farebbe un puro costo senza contropartita.

In un contesto europeo caratterizzato dal pensiero sostanzialmente unico composto di slogan astratti o meglio generici, dai “Fridays for future” di Greta Thunberg (ce ne siamo già dimenticati?) ai piani prodotti e distribuiti a getto continuo da Bruxelles (uno degli ultimi, battezzato “from farm to fork”, un modo molto “cool” di aggiornare il vecchio “dal produttore al consumatore”, annunciato con le solite fanfare, è stato firmato da tutte le grandi multinazionali dell’alimentare, da Ferrero a Mondelez a Nestlé: figuriamoci se questi qui non sono per l’alimentazione “sana” e “sostenibile”, qualsiasi cosa voglia dire), in un sistema comunicativo così artefatto ostinarsi a ostracizzare come populista chiunque faccia notare, anche con discrezione, che il re è nudo, è solo un esercizio di dilapidazione della residua minima credibilità dei media: che il re sia nudo è un banale dato di fatto. Talora mi chiedo, certo per mia imperdonabile ingenuità, quali benefici futuri i media si ripromettano da questa deliberata dissipazione del loro “avviamento”.

Nel febbraio scorso un assessore lombardo illustrava, compiaciuto, i lavori di scavo della vasca di contenimento delle piene del Seveso: “dopo 45 anni e 116 piene” puntualizzava l’assessore. A Milano però, sulle prime pagine che implacabilmente celebravano ogni venerdì i Fridays for future, di questi modesti ritardi nell’esecuzione di opere di vitale necessità per l’ambiente e la sicurezza delle persone, non vi era traccia. Del resto, non vorremo pretendere che media quotidianamente impegnati a spiegare come sarà o come dovrà essere la nostra vita fra cinquant’anni si occupino di siffatti dettagli…

 

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