Mondo

Chi e come negli Usa contesta i lockdown

di

Rezza

Che cosa succede negli Stati Uniti con i subbugli contro i lockdown

In questo preciso momento negli Usa due diversi gruppi di cittadini si stanno confrontando e anzi scontrando su due istanze di segno opposto: quelle di chi – il 66% della popolazione, secondo un fresco sondaggio Pew Research Center – teme che le misure di contenimento contro il Covid-19 saranno rimosse troppo preste, e quelle del restante 32% per cui prima si tolgono di mezzo lockdown, meglio è.

Lungi dal restare un fermento inespresso dell’opinione pubblica, il malumore del secondo gruppo di americani – quelli arrabbiati – si è tradotto invece in una serie di accese manifestazioni andate in scena ieri in California, Florida, Texas, Arizona, Colorado, Montana, Washington, Tennessee e Illinois in un tripudio di bandiere a stelle e strisce, slogan libertari e la rituale esibizione di armi da fuoco.

Sebbene non tutte premiate da grande affluenza, le manifestazioni hanno fatto un gran rumore negli States anzitutto per la palese violazione delle norme per il distanziamento sociale commesse dai partecipanti.

Nella terra in cui tutto è politica, persino l’aria che si respira, esse hanno però fatto notizia anche per via del sospetto che dietro quelle grida sguaiate contro i governatori – e quell’hashtag #FireFauci (“Licenziate Fauci”, ossia il famoso virologo che è fermamente contrario a riaperture precoci) entrato ben presto nei trending topic della giornata  – che si ostinano a non riaprire i rispettivi Stati ci fosse lo zampino di colui che non ha mai nascosto il proprio desiderio che l’America riapra seduta stante: il presidente Trump.

Era stato del resto proprio The Donald, nella giornata di domenica, a definire “great people” quei manifestanti che “amano il loro paese”, che sono inferociti perché “è stata tolta loro la vita” e che adesso vogliono solo “tornare al lavoro” (se mai glielo permetteranno, ha aggiunto malignamente il tycoon, quei governatori che “sono andati troppo in là” e hanno adottato misure non sempre “appropriate”).

Con una benedizione del genere, nessuno poteva dirsi colto da sorpresa ieri nel vedere centinaia e in certi casi migliaia di persone radunarsi in piazza o sotto i palazzi del governo per chiedere energicamente la fine dei lockdown.

Nella manifestazione più affollata di tutte, quella andata in scena a Olympia, Washington, almeno 2.500 persone hanno inveito contro il governatore Jay Inslee, lo stesso che il giorno precedente, parlando dalle frequenze di ABC, aveva criticato i dimostranti e il loro mandante morale, quel “presidente americano che incoraggia il popolo a violare la legge” e a “ignorare cose che potrebbero salvare le loro vite”.

Ma la domanda più gettonata di tutte ieri nella redazione d’America era: dato per assodato il gradimento del presidente per questi atti di ribellione, chi c’era dietro?

Se infatti vi erano pochi dubbi che ad animare le proteste fosse un poutpourri di americani conservatori e di estrema destra la cui fede in Trump è inferiore, nella loro scala di valori, solo al culto dell’America considerata come la nemesi di ogni tirannia nonché all’attaccamento al secondo emendamento della Costituzione Usa (quello famoso perché garantisce a (quasi) tutti i cittadini americani il diritto di possedere delle armi), la ricerca dei nomi dei mestatori ha agitato non poco la routine delle redazioni d’America.

Ci avrebbe pensato il solito Washington Post domenica a svelare il mistero battendo una pista – quella dei gun-lovers  – che ha portato l’autore dell’articolo dritto sui nomi di tre fratelli –  Ben, Christopher e Aaron Dorr.

Sarebbero stati Ben, in qualità di direttore politico di un’organizzazione chiamata “Minnesota Gun Rights” e i suoi due fratelli a traghettare la protesta su Facebook – Business Insider ha tra l’altro ottenuto conferma che i loro nomi corrispondono a quelli degli amministratori delle pagine, gruppi ed eventi creati con l’esplicito intento di chiamare gli americani alla rivolta contro i governatori.

Ben, in particolare, si sarebbe adoperato per creare il gruppo “Wisconsinites Against Excessive Quarantine”, che domenica era sul punto di superare quota 100 mila membri. Ma sono stati premiati anche gli sforzi di Cristopher, il cui gruppo “Pennsylvanians Against Excessive Quarantine” ha raggiunto la ragguardevole soglia dei 65 mila membri, e quelli di Aaron, il cui gruppo “New Yorkers Against Excessive Quarantine” conta 24 mila seguaci.

Il problema dei fratelli Dorr è di aver sopravvalutato il valore che Facebook attribuisce alla libertà di espressione quando è contemperata con il rispetto della legge.

Già ieri, infatti, un portavoce del social di Zuckerberg rendeva noto di aver rimosso molti  di quei post, gruppi (anche se non tutti, è stato precisato) e soprattutto eventi con la duplice motivazione che “gli eventi che invitano a violare le linee guida del governo sul distanziamento sociale non sono consentiti su Facebook” e che “rimuoviamo i posti quando gli incontri (promossi dagli eventi organizzati sulla piattaforma) non seguono i parametri sanitari stabiliti dal governo e sono perciò illegali”.

Nonostante la rabbia (rivelatrice) che il figlio maggiore del presidente, Donald Jr. ha prontamente riversato su Twitter per denunciare la censura zuckerberghiana, tutto lascia intendere che Facebook non abbia ancora finito il proprio lavoro;:

 

Lo stesso portavoce FB che lunedì ha comunicato la rimozione di quei contenuti ha infatti reso noto che l’azienda è in contatto con le autorità statali di Winsconsin, Ohio, Pennsylvania e New York per valutare assieme a loro che fare con gli eventi anti-quarantena organizzati per le prossime ore anche con l’ausilio di Facebook.

Eventi che rischiano di rimanere solo virtuali, e nemmeno quello, visto quanto ha dichiarato il merito il portavoce: “A meno che i governi proibiscano (tali eventi), noi permetteremo che siano organizzati su Facebook. Alla stessa maniera, eventi che intendessero violare le linee guida sul distanziamento sociale non saranno consentiti” sulla piattaforma.

Se queste tensioni chiariscono meglio di ogni altra cosa il clima che si respira in questi giorni in America, c’è da dire che non dovrebbero durare a lungo.

Malgrado la situazione in certi angoli del Paese sia ancora grave, sono sempre più numerosi gli Stati che si predispongono a rilassare i vincoli del lockdown.

Ieri è stato il turno dei governatori di Georgia, Tennessee e South Carolina di annunciare i loro piani per la fase 2. Da venerdì dunque in Georgia riaprono bar, ristoranti, parrucchieri, palestre, sale da bowling e anche qualche cinema; in Tennnesse “la gran parte delle aziende” riaprirà il 1 maggio, mentre da martedì gli abitanti della Carolina del Sud potranno tornare a prendere il sole in spiaggia.

Ed è solo questione di tempo, precisa la BBC, perché a fare altrettanto siano Minnesota, Texas, Vermont, Ohio, Idaho, Florida, North Dakota, Montana, New York, Connecticut e New Jersey.

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