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Che cosa succede fra Draghi e Salvini

Giorgetti Lega

La Nota di Paola Sacchi sul botta e risposta fra Draghi e Salvini

 

Ma è davvero solo questione, pur non indifferente, di Green pass anti-Covid, o anche e soprattutto questione di eccesso di firme, di popolarità e trasversalità raggiunti da Matteo Salvini e dalla sua Lega vero motore propulsivo per i referendum sulla Giustizia insieme ai Radicali?

Il premier non ha nominato Salvini nella conferenza stampa di ieri, ma è evidente che si riferisse a lui in quello che è suonato come un attacco a freddo al leader della Lega tirato in ballo da una domanda del quotidiano “La Repubblica”.

Quel Salvini che avrebbe fatto, dunque, appelli alla morte, peggio: a far morire, per aver detto no al Green pass obbligatorio e comunque sì a un suo uso ragionevole per grandi eventi. Ovvio che pur non non nominandolo la risposta di Draghi è suonata tutta rivolta all’ex ministro dell’Interno. E giornali solerti, come pure quelli che si definiscono garantisti, si sono subito precipitati a titolare contro il “Capitano”.

Eppure, in serata “fonti Lega” hanno fatto sapere che poco prima di quella conferenza stampa c’era stata una “lunga e cordiale telefonata” tra Draghi e Salvini. Il quale Salvini aveva anche fatto una nota dove diceva che si era comunque tenuto conto anche di alcune richieste dalla Lega.

E allora perché quello che è suonato come un attacco a freddo? Chissà, a voler essere maliziosi, poiché in politica non si fa mai niente per niente, tanto più quando si è un personaggio lucido e freddo del livello di Draghi, la reazione del premier più che apparire dettata da nervosismo ha fatto subito ripensare a quelle oltre 300.000 firme fin qui raccolte dalla Lega nei suoi oltre 5000 gazebo allestiti negli ultimi due fine settimana.

Uno sforzo enorme, una sfida per la quale i Radicali da soli non sarebbero bastati e non basterebbero per l’obiettivo finale delle 500.000 mila firme, in cui la Lega ha confermato di essere forza centrale, titolata non solo dai numeri dei consensi di tutte e ultime elezioni ma ora anche dalla battaglia liberale e garantista sulla giustizia a esprimere il candidato premier per le elezioni politiche del 2023.

Una corsa quella della Lega salviniana anche referendaria che più che turbare Draghi in quanto tale e le sue aspirazioni turba tutto l’assetto sul quale si regge il suo governo. Non fa evidentemente molto piacere al ministro della Giustizia Marta Cartabia la cui riforma ora rischia di passare con un voto di fiducia, nonostante Salvini abbia sempre detto che i referendum sono uno stimolo; l’iniziativa referendaria manda in tilt ancora di più un Pd sempre più vincolato a un patto di ferro con Giuseppe Conte e i Cinque Stelle, disturba gli stessi alleati di centrodestra, un po’ spiazzati dal protagonismo salviniano e comunque costretti a firmare, crea qualche problema di centralità anche a Matteo Renzi, decisivo nel Palazzo ma inchiodato a numeri striminziti, stando ai sondaggi, nel Paese, quello stesso Renzi che ha firmato seppur con mille distinguo nella forma, dai Radicali “sia chiaro per Tortora non per Salvini”.

I referendum così come la virata fatta da Salvini anche a favore degli Usa di Biden, come è accaduto l’altra sera a Roma alla presentazione del nuovo libro del direttore del Tg2, Gennaro Sangiuliano, su Reagan, ovvero la svolta dal sovranismo di Trump al liberismo o liberal conservatorismo di Reagan, sono tutte tappe importanti che riaffermano la centralità di Salvini. Che vengono viste come indizi significativi della nuova corsa verso la guida da parte della Lega di un governo del futuro.

La quale Lega secondo attenti osservatori, nonostante gli aut – aut che Enrico Letta gli pone su Orban, starebbe in realtà anche in marcia di avvicinamento verso il Ppe. E sempre Salvini in questi giorni con una intervista alla sottoscritta per Startmag aveva elogiato per la prima volta la figura di Bettino Craxi, “per quello che ha avuto il coraggio di fare per il Paese”.

Certamente, senza voler nulla attribuire alle intenzioni di Draghi, l’oggettivo tentativo da parte del circolo mediatico mainstream di far passare agli occhi dell’opinione pubblica il leader leghista come uno che lancia appelli di morte su vaccini e Green pass non è esattamente un viatico per la strada intrapresa. Verso una nuova legittimazione popolare per guidare un governo politico, nel 2023.

Gli esami per Salvini non finiscono mai. Ma prima ci sarà anche l’elezione del Capo dello Stato. Sono iniziate le prove tecniche per una maggioranza Ursula, versione italiana, che tagli fuori Lega e Fratelli d’Italia di Giorgia Meloni?

Ma intanto il governo dovrà andare avanti e al Senato la cosiddetta maggioranza Ursula all’italiana rischia di esser disseminata di trabocchetti per il governo Draghi. E d’altro canto lo stesso Salvini, contrariamente ai tentativi del Pd di Letta, non sembra affatto intenzionato a un nuovo Papeete.

Anche se la pausa estiva delle vacanze è vicina. Già dalla sua risposta pacata e argomentata ieri sera alle parole di Draghi lo si è capito.

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