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Che cosa succede davvero tra i 5 Stelle

Economia

L’analisi di Gianfranco Polillo

 

Per capire quel che sta accadendo tra i 5 Stelle, bisogna recarsi in una cineteca. E cercare un vecchio grande film in bianco e nero. Carico di anni (realizzato nel 1952), ma soprattutto di premi: 5 oscar, un golden globe, 2 vittorie a Cannes ed altrettanti della British Academy Film Awards. “Viva Zapata!” era stato diretto da Elia Kazan. Splendida interpretazione di Marlon Brando, che dava vita, appunto, a Emiliano Zapata. Il rivoluzionario che, durante la rivolta messicana, degli inizi del ‘900, si era battuto contro il dittatore Porfirio Diaz.

Intrigante la sceneggiatura tratta dal testo di John Steinbeck. Un contadino, Emiliano appunto, si reca in delegazione con altri campesinos da Diaz per protestare contro le violenze ed i soprusi dei grandi proprietari terrieri. Ma viene cacciato in malo modo. Ed è allora che decide di unirsi agli altri rivoltosi. Ben presto i cattivi sono cacciati. Ma i nuovi, che arrivano, non sono migliori di coloro che sono stati estromessi. A Emiliano il nuovo potere offre un appezzamento di terreno, ma per i campesinos tutto resta come prima.

Unico a guadagnarci è suo fratello Eufemio, anche lui capo dei rivoltosi. Che la vittoria della rivoluzione trasforma in uno spietato dittatore. Al punto da rimanere indifferente di fronte all’uccisione di Emiliano, che aveva rifiutato le lusinghe del nuovo potere. Morale trasparente: il più delle volte che si vuol cambiare il mondo; alla fine, è sempre quest’ultimo a vincere, cambiando gli sfidanti. Il termine proprio, mutuato dalla filosofia tedesca, per descrivere questa regressione è: eterogenesi dei fini. Una conseguenza non intenzionale di un’azione intenzionale. Il contrasto tra l’esito finale e le buone intenzioni iniziali. Contrasto di cui si nutre gran parte della storia contemporanea.

L’Urss della rivoluzione di Ottobre, che naufraga nel dispotismo delle sue nuove classi dirigenti, che, a loro volta, fanno di Putin una sorta di imperatore senza tempo. La Cina di Mao, che condannava il revisionismo di Krusciov, perché troppo tiepido con gli americani, mentre oggi quello stesso regime guida la potenza capital-imperialista più forte del mondo. E che si appresta a dominarlo. Pochi gli esempi in controtendenza. Se si esclude quello della rivoluzione francese, la cui grandezza fu quella di produrre un cambiamento che è rimasto nel tempo.

Tornando ai 5 Stelle, anche se il paragone appare eccessivo, ciò che più colpisce è la doppia velocità: tanto nell’ascesa, quanto nel declino. E con essa, la facilità con cui parole d’ordine, che sembravano essere scolpite sulla pietra, sono state invece immediatamente accantonate. Nella querelle tra il MoVimento e Davide Casaleggio non sappiamo chi abbia torto e chi ragione. Gli impegni assunti, tuttavia, vanno rispettati e i debiti pagati. Tanto più da chi aveva portato l’assalto al Palazzo d’inverno al grido di “onestà, onestà, onestà”. Dov’è finita? Sarà, con ogni probabilità, il vecchio pretore di una volta a ristabilire la verità ed obbligare al pagamento della giusta mercede. Ma al di là di qualsiasi altra considerazione, difficile sfuggire ad un senso di tristezza.

Il minimo che si può dire è che quella parabola sembra ormai avviata alla sua mesta conclusione. Quella di Giuseppe Conte sarà una “cosa” nuova, come si era soliti dire, parlando delle mille giravolte del Pci. Anche se è possibile che “Da cosa non nasce cosa”, come avevano temuto, in un loro saggio, il compianto Emanuele Macaluso e Paolo Franchi. Staremo a vedere. Quel che è, invece, evidente è il cambiamento di metodo. Il MoVimento della prima ora altro non era stato che un passaggio dalla piazza al Parlamento. Oggi, invece, dal Parlamento si cerca di dar vita a qualcosa di diverso, proiettando verso l’esterno il peso politico, se mai lo hanno avuto, di portavoce blasonati, costretti a lasciare nelle mani di Casaleggio l’anagrafica dei loro referenti.

Anche in questo caso non è la prima volta che questo accade. Sono due i principali casi di idealtipo, che restano ancora negli annali della storia: quello francese e quello inglese. La rivoluzione dell’89 fu esclusivamente un fatto di popolo. Di cui la presa della Bastiglia, al di là del valore strategico di quell’impresa, divenne il principale elemento simbolico. Ma fu soltanto un paio d’anni più tardi, a seguito della fuga del Re, che la nuova Assemblea legislativa, in cui confluirono tutte le forze popolari (Foglianti, Giacobini, Girondini, Cordiglieri ed in più la Palude), determinò quella cesura nella storia, che ha segnato un definitivo spartiacque.

Completamente diversa l’esperienza inglese. Per decenni il Parlamento fu dominato da due forze elitarie — i Tory ed i Whig — che avevano scarsi contatti con la loro base elettorale. Veri notabili, protetti dal suffragio censitario, non avevano bisogno del popolo. Poi i Whig, a metà dell’800, si trasformarono nei liberali, senza cambiare, tuttavia, l’essenza della loro forma partito. Salvo ammettere nelle loro fila i primi nuclei di sindacalisti, che, in seguito, (ma siamo ormai agli inizi del ‘900) formarono il partito laburista, cambiando lo schema della democrazia inglese. E fu una piccola rivoluzione. Non più il gruppo parlamentare che cercava il sostegno tra i suoi potenziali elettori, ma forze sociali organizzate — le Trade Union — che mandavano i loro rappresentanti nei palazzi del potere.

Top down versus bottom up: i due schemi contrapposti che oggi spaccano in due il vecchio movimento dei 5 Stelle. Vecchio: perché quell’esperienza non esiste più. Sarà un’altra cosa. Anzi due “cose” diverse, destinate a competere e configgere. Da un lato Giuseppe Conte, fautore di una svolta neo-borghese, con tanto di sede nel centro di Roma, sostenuto dagli antichi legionari (quelli che rimarranno dopo la decimazione elettorale), costretto a concedere loro l’opportunità di un terzo mandato. Con un Beppe Grillo rimasto a predicare una rivoluzione verde, che ormai non morde più, essendo divenuta patrimonio universale.

Dall’altro la vecchia utopia, appena rinverdita dalla presenza di antiche glorie, come Alessandro Di Battista. Comunque sempre meno credibile. Nel senso dell’utopia: messa, appunto, in ginocchio da quell’eterogenesi dei fini di cui si diceva in precedenza. Un fallimento che qualcuno dovrebbe prendersi la briga di spiegare. Salvo puntare a rimanere una di quelle forze minoritarie che, da sempre, hanno caratterizzato la vita politica italiana. Resta solo da vedere come questa prospettiva influenzerà tutto il resto. Soprattutto la vita interna del PD. La cui strategia, tutta centrata su un rapporto preferenziale con i 5 Stelle vecchia maniera, sembra aver perso molto del suo smalto originario. Enrico Letta, per il momento, non si pronuncia. Ma intorno a lui il partito è in ebollizione.

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