Nello Stretto di Hormuz non si muove una nave né una foglia.
Il blocco da settimane, almeno sei, da parte dagli iraniani che impedisce alle navi di trasportare il petrolio e il gas necessari al resto del mondo, ha un effetto sull’economia del pianeta più dirompente della stessa guerra che si combatte, e che a sua volta risulta sospesa, non lontano dalla quiete di quel mare. Una quiete che può annunciare tempesta.
Ma intanto diffonde solo incertezza: la peggiore delle insidie per i mercati.
Siamo all’incertezza del caos con l’apri-chiudi dello Stretto da parte di Teheran e col passaggio di appena 8 navi (e spari contro due imbarcazioni) prima del proclamato fermi-tutti. Con permessi accordati col contagocce alle navi cinesi, ma questo non consola l’Occidente in panne.
“Gli iraniani non possono ricattarci”, denuncia la Casa Bianca.
La grande incognita di un conflitto che si disputa all’ombra di Hormuz, già colpisce i consumi e stimola l’inflazione anche in Italia.
È l’impatto dell’energia sempre più in bilico e nessuno può oggi prevedere quando si tonerà alla normalità. Di più, anche quando le navi saranno riuscite a riprendere il tranquillo e fondamentale andirivieni nello Stretto, sarà molto complicato tornare al “come prima” in tempi brevi.
Forse ci vorranno due anni, calcola il direttore dell’Agenzia internazionale dell’energia, Fatih Birol.
Due anni, perché siamo di fronte alla più grave carenza di petrolio e di gas mai registrata. Un danno neppure paragonabile al tempo della celebre austerità provocata dalla crisi petrolifera del 1973. Evento che si ricorda perfino con simpatia per la bella invenzione delle domeniche senza auto nelle città “liberate”. Si risparmiava e si razionalizzava l’energia. Ma non si paventavano scenari di così grave e lunga instabilità.
I segnali di oggi, invece, non lasceranno buoni ricordi.
Il continuo su e giù delle borse la dice lunga. È festa quando i mercati, come gli esseri umani, credono e sperano nella pace. Ci si deprime nel seguire l’altalena di Hormuz aperto e poi chiuso.
Per non parlare dell’altalena verbale di Donald Trump, che un giorno minaccia di radere al suolo l’Iran e all’indomani dichiara: i colloqui sono ottimi, sta andando tutto per il meglio. Ben sapendo che è sulla libertà di navigazione nello Stretto la sfida che conta.
Lo sanno soprattutto gli europei, che si preparano a una missione navale “pacifica, neutrale e difensiva”, volta cioè a riaprire lo Stretto e a sminarlo per consentire alle navi di tornare alla loro attività. Urge il farlo per non ingigantire i già pesanti contraccolpi sulle nostre economie.
L’iniziativa lanciata a Parigi in significativa autonomia dagli Stati Uniti da parte dei quattro grandi d’Europa – Germania, Francia, Italia e Gran Bretagna – è condivisa da una cinquantina di Paesi. Previo voto in Parlamento e in attesa di un cessate il fuoco non ballerino, l’Italia sarebbe fra le protagoniste con l’invio di 4 cacciamine. Un ambito nel quale la nostra Marina Militare eccelle.
Per l’Europa non c’è più tempo da perdere.
(Pubblicato su L’Arena di Verona, Il Giornale di Vicenza, Bresciaoggi e Gazzetta di Mantova)
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