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Che cosa sta succedendo in Iran?

Passato, presente e futuro dell'Iran secondo Lorenzo Kamel, professore ordinario di Storia delle relazioni internazionali all’Università di Torino e alla Luiss, intervistato da Stefano Feltri per Appunti.

Lorenzo Kamel è professore ordinario di Storia delle relazioni internazionali all’Università di Torino e alla LUISS Guido Carli di Roma, autore di Israele-Palestina in 36 risposte (Einaudi).

Nel 1979 furono il confronto con gli Stati Uniti dopo la crisi degli ostaggi nell’ambasciata americana e poi la guerra con l’Iraq a consolidare il potere degli ayatollah all’interno di una rivoluzione iraniana che, all’inizio, era molto più composita e non solo integralista.

Sta succedendo qualcosa di simile oggi? L’attacco di Israele e degli Stati Uniti rischia di compattare il regime che avrebbe dovuto indebolire o addirittura rovesciare?

Le ragioni sono molteplici, ma di certo troppo spesso ci si dimentica, soprattutto alle nostre latitudini, che ogni movimento popolare che in Medio Oriente ha invocato la democrazia parlamentare, dal 1876 a oggi, è stato contrastato da alcuni dei principali Paesi occidentali: dall’Egitto del tempo di Ahmed Urabi fino all’Iran di Mohammad Mossadeq, passando per l’Algeria nel 1991 e per molti altri contesti e fasi storiche.

Quando, all’inizio dello scorso decennio, milioni di persone in questa regione si sono ribellate a regimi che le tenevano — e in molti casi le tengono ancora — sotto scacco, diversi Paesi sulle due sponde dell’Atlantico e i loro alleati, a cominciare dal regime saudita, che è al terzo posto mondiale per esecuzioni capitali, sono riusciti a impedire che si affermasse un’alternativa.

Perché? Perché i regimi sono utili: garantiscono stabilità e garantiscono, in qualche misura, anche controllo. Ed era così anche negli anni Settanta del secolo scorso, quando l’Iran era il primo acquirente al mondo di armi statunitensi.

L’accordo sul nucleare iraniano, il cosiddetto JCPOA, era sostenuto da una leadership molto meno radicale di quella attuale e rappresentava una soluzione, ancorché perfettibile, per risolvere molti dei problemi attuali e favorire figure politiche più orientate al compromesso.

L’Agenzia internazionale per l’energia atomica ha certificato quattordici volte il rispetto da parte di Teheran di quell’accordo, incluso in una risoluzione del Consiglio di sicurezza dell’ONU. Dunque non era un accordo basato sulla fiducia reciproca, ma su precise garanzie.

L’accordo è stato violato nel 2018 da Washington. Gli Stati Uniti e i loro alleati avevano bisogno di questo Iran per giustificare le proprie politiche di dominio nella regione. L’obiettivo, sostanzialmente, è colpirne uno per educarne cento: sottomettetevi al nostro dominio, sia pure in cambio di alcuni benefit, oppure sapete cosa vi aspetta. Alcuni chinano la testa, altri no, come è sempre accaduto nella storia.

La scelta di Mojtaba Khamenei come nuova Guida suprema della Rivoluzione cambia la natura del regime? Si può parlare di una svolta quasi monarchica, con la trasmissione del potere per via ereditaria all’interno della famiglia Khamenei?

Prima di rispondere, mi lasci ricordare che non esisteva al-Qaida nell’Iraq pre-2003, non c’era l’ISIS nella Siria pre-2011, non esisteva Hezbollah prima dell’invasione del Libano del 1982, non c’era Hamas nel 1967, non c’erano i talebani prima del movimento deobandi, nato nell’India coloniale. E la lista potrebbe essere molto più lunga.

La vera domanda è che cosa dobbiamo aspettarci ora, a cominciare dall’Iran.

Di certo Mojtaba Khamenei è un falco, un imprenditore, un businessman. Non è una guida religiosa e non ha nulla della postura propria dei cosiddetti grandi ayatollah, compreso suo padre.

Ricordo che nell’Islam sciita non è previsto un potere centrale che attribuisca titoli attraverso una nomina: si diventa ayatollah attraverso il riconoscimento da parte di fedeli e studiosi.

La nomina di Mojtaba Khamenei è dunque, per certi versi, un’anomalia, visto che l’Iran non è una monarchia ereditaria. Ma va letta come un messaggio da parte del Consiglio degli Esperti, che ha scelto una figura in grado di rafforzare la linea dura dei pasdaran in un momento in cui l’Iran è soggetto a bombardamenti nell’ambito di una guerra illegale, avviata senza alcun avallo dell’ONU e neppure del Congresso degli Stati Uniti.

Le complicità occidentali con gli Stati Uniti — in particolare quelle della Gran Bretagna di Tony Blair — nell’invasione dell’Iraq del 2003, basata su informazioni poi rivelatesi false, hanno lasciato un’eredità duratura di ostilità e diffidenza nella regione, contribuendo anche ad alimentare varie ondate di terrorismo jihadista.

Come viene percepita oggi, dall’opinione pubblica iraniana e più in generale nel mondo arabo, l’incapacità di gran parte dei governi occidentali di prendere le distanze o di sanzionare quella che molti considerano un’aggressione illegale all’Iran da parte degli Stati Uniti e di Israele?

Molti attori in Medio Oriente percepiscono altri attori come minacce. Per esempio, Israele stesso è avvertito come una minaccia da diversi popoli e Paesi limitrofi. Ma questo non autorizza a lanciare una guerra contro uno Stato sovrano senza alcun avallo dell’ONU.

Tutte le parti più coinvolte, esclusi gli Stati Uniti, stanno combattendo una lotta che percepiscono come esistenziale. E questo, ovviamente, cambia le carte in tavola, perché quando un attore combatte una lotta esistenziale aumentano le possibilità che possa compiere azioni irrazionali e, al contempo, si compattano società che altrimenti sarebbero molto più frammentate. Questo vale tanto per il Libano quanto per Israele e per l’Iran.

Quanto all’opinione pubblica iraniana, c’è un chiaro rigetto sia delle potenze che stanno bombardando centinaia di infrastrutture, anche civili, causando la morte di oltre mille civili, sia di un regime che si è macchiato di gravi crimini ed è figlio di precisi snodi storici.

Basti ricordare che Reza Shah, fondatore della dinastia Pahlavi, imposto nel 1921 a seguito di un colpo di Stato a guida britannica, voleva purificare l’Iran puntando su quelle che riteneva affinità culturali tra l’Iran e la Germania nazista.

Suo figlio, Mohammad Reza Pahlavi, si fregiò del titolo di Aryamehr, “luce degli ariani”. E non è un caso che quella del 1979 sia stata la rivoluzione più popolare della storia moderna e contemporanea, più di quella francese e più di quella russa in termini di partecipazione.

Gli iraniani si ribellarono a un sistema basato sulla tortura, sulla cancellazione di qualsiasi forma di dissenso, un sistema imposto con la violenza dall’esterno. Hanno imparato la lezione e, anche se rigettano l’attuale regime dispotico al potere, sanno bene da dove arriva e sanno bene dove, molto probabilmente, arriverebbe il prossimo.

(Estratto da Appunti)

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