Mondo

Che cosa si sono detti Trump e Conte

di

Convergenze e divergenze fra Usa e Italia su Cina e Libia

 

(estratto di un articolo pubblicato sul quotidiano La Verità fondato e diretto da Maurizio Belpietro)

Ricevere una telefonata dalla Casa Bianca avrà certamente fatto piacere a Giuseppe Conte l’altro ieri. Così come leggere, poco dopo, un tweet di @realDonaldTrump improntato a cordialità e amicizia: “Ho parlato con il primo ministro italiano Giuseppe Conte, principalmente a proposito di immigrazione, tasse, commercio, e dell’economia dei nostri paesi. Telefonata molto buona!”.

Forse però – sul lato italiano – non è purtroppo il caso di entusiasmarsi, per almeno due ordini di ragioni: la prima ha a che fare, tattica e contingenza a parte, con una certa insoddisfazione Usa per la non chiara collocazione geostrategica dell’Italia. L’incidente del Memorandum of Understanding firmato in pompa magna tra Roma e Pechino non è superato.

Trump aveva fino a quel momento considerato l’Italia gialloblù parte integrante della “sua” squadra geopolitica globale: poi però non tanto la firma in sé, quanto l’evidenza simbolica della visita italiana del leader cinese Xi, ha cambiato le cose, lasciando uno strascico di incomprensione tra Washington e Roma.

E’ probabile, visto che Conte partirà domani per la Cina, che Trump abbia voluto dare un segnale ai cinesi chiamando il nostro primo ministro, anche per far intendere a Pechino che la Casa Bianca considera ancora importante l’interlocuzione con l’Italia. Ma le ombre restano, dal tema dei porti a quello rovente delle telecomunicazioni: e nei prossimi mesi toccherà all’Italia dimostrare agli Usa che il dialogo commerciale con Pechino non coinvolgerà aree sensibili.

Il secondo motivo che deve indurre alla cautela riguarda gli altri due dossier caldi, Libia e Cina. Sul versante libico (del quale Trump e Conte avevano già parlato qualche giorno fa), l’amministrazione Usa condivide con Roma la preoccupazione su un’eventuale riapertura incontrollata del rubinetto dei migranti, con tutti i rischi di infiltrazione del caso.

Ma – e questa non è una buona notizia per l’Italia – la telefonata dell’altro ieri non cancella la chiamata ben più rilevante fatta da Trump il 15 aprile scorso al generale Haftar. Nel linguaggio anodino delle note diplomatiche, un comunicato della Casa Bianca aveva “riconosciuto gli sforzi di Haftar per contrastare il terrorismo e mettere al sicuro le risorse petrolifere”. Traduzione:Trump, lungi dal rovesciare il corso delle cose come l’Italia avrebbe sperato, ha finito per riconoscere il fatto compiuto prodotto da Haftar sul terreno, e gli ha perfino assegnato una patente di stabilizzatore. Di fatto, un endorsement a lui, e un altro colpo ad Al Serraj. Una linea assai diversa dai toni ruvidi che, ancora qualche giorno prima, il segretario di Stato Usa Mike Pompeo aveva usato nei confronti di Haftar.

Va anche detto che, nell’immenso teatro africano, anche l’Amministrazione Trump non sembra avere una linea chiarissima, e pare subìre una crescita di influenza cinese: dall’Egitto (con Al Sisi che a sua volta è attratto nell’orbita della Via della Seta) al Corno d’Africa.

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