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Che cosa si cela dietro l’arresto in Iran di spie della Cia

di

Il Punto di Marco Orioles

 

All’elenco ormai lungo delle tensioni tra Iran e Usa si è aggiunto ieri un nuovo fronte, segnalato dalla notizia partita da Teheran di primo mattino e prontamente rimbalzata negli account social di tutti i media mondiali (tra cui non poteva mancare la zelante emittente russa pro-Cremlino RT):

 

 

Con un comunicato letto alla tv di Stato, e una quanto mai insolita conferenza stampa anonima del capo del controspionaggio, il Ministero dell’Intelligence ha annunciato di aver arrestato e condannato a pene esemplari, inclusa quella capitale, 17 connazionali accusati di essere stati reclutati dalla Cia per “raccogliere informazioni” su centri “economici, nucleari, infrastrutturali, militari e cyber” del Paese.

La tv iraniana ha inoltre esibito quelle che sono ritenute prove schiaccianti del complotto di Langley. Ha mostrato anzitutto – come confermato dal tweet di Dan Williams, corrispondente da Gerusalemme dell’agenzia Reuters – le fotografie degli agenti Usa che avrebbero gestito i 17 contatti iraniani:

L’emittente ha quindi mandato in onda la presunta pistola fumante: un filmato girato in quel noto covo di spie che sono gli Emirati Arabi Uniti in cui una biondissima agente della Cia spiega in lingua persiana, ma con accento americano, ad un cittadino iraniano che “ci sono molti ufficiali d’intelligence a Dubai. È molto pericoloso… intelligence iraniana”.

Per dettagliare le le oscure trame degli americani, e dimostrare le proprie capacità nel contrastarle, la Repubblica Islamica ha anche indetto, come dicevamo, una conferenza stampa a cui si è presentato un uomo accreditatosi come capo del controspionaggio ma senza fornire ai reporter le proprie generalità.

“Una simile procedura” – rileva la CBS – “è altamente insolita in Iran (dove) i funzionari di solito si identificano durante le conferenze stampa. Ed è anche raro”, aggiunge l’emittente Usa, “che i funzionari di intelligence compaiano di fronte ai media”.

In questo show orchestrato da arte, il funzionario ha rivendicato il successo conseguito dal controspionaggio nello “smantellare con successo una rete di spie” . Lo ha fatto precisando, tronfio, che “coloro che hanno deliberatamente tradito il Paese sono stati affidati alla magistratura” la quale avrebbe provveduto a “condannarne alcuni a morte” riservando ad altri, invece, “lunghe pene detentive”.

La missione affidata ai 17, ha spiegato l’uomo, era duplice: raccogliere informazioni segrete, ovvio, ma anche condurre “operazioni tecniche e di intelligence in centri importanti e sensibili usando attrezzature avanzate”.

“Tutti i membri della rete”, ha chiarito, “sono stati addestrati da ufficiali della Cia su come mettere in piedi comunicazioni sicure”. La Cia avrebbe usato secondo lui contenitori camuffati da pietre per mandare ai contatti locali documenti d’identità e strumenti per le comunicazioni. Un metodo definito “goffo” che ha avuto l’unico effetto di mettere a nudo le impronte digitali di Langley.

Il funzionario ha quindi illustrato i metodi scelti dalla Cia per cooptare queste risorse. “Alcuni sono stati approcciati mentre stavano chiedendo dei visti, mentre altri avevano già dei visti e hanno ricevuto pressioni dalla Cia per vederseli rinnovare”.

Le operazioni di “sabotaggio” perpetrate dalla rete smantellata sono comunque fallite, ha giurato il funzionario. Che ha anche aggiunto, beffardamente, che una parte delle 17 spie starebbe adesso lavorando per il suo dipartimento “contro gli Usa”.

 In giornata, le note di gloria della fanfara del Ministero dell’Intelligence si sono riverberate sulle pagine web della CNN, destinataria di un documento partito dallo stesso dicastero sotto il titolo eloquente “Il destino delle spie”.

Un testo che conferma le dichiarazioni del capo del controspionaggio, con particolare riguardo alle profferte fatte dalla Cia ai 17 uomini, cui sarebbero stati garantiti “l’emigrazione negli Usa, un lavoro adeguato in America, e danaro”.  Si ribadisce, inoltre, la decisione di una parte degli accusati di pentirsi e di accettare di essere “gestiti.. contro gli americani”.

Queste, dunque, le notizie partite ieri da Teheran. Che, in America, sono state accolte con il consueto scetticismo. A chi gli ha chiesto un parere, il Segretario di Stato Mike Pompeo ha risposto ricordando che il “regime iraniano ha una lunga storia di menzogne”. E liquidando la faccenda con un “(p)renderei con le pinze qualsiasi affermazione iraniana circa azioni che avrebbe intrapreso”.

Donald Trump, invece, ha scelto come suo solito Twitter per inquadrare la vicenda come la consueta dose di “bugie e propaganda” propinate da un regime impresentabile:

Se con questa notizia l’Iran pensava di costringere il presidente Usa a qualche ripensamento, è fuori strada, ha confermato Trump nel pomeriggio spiegando ai reporter presenti alla Casa Bianca che “sta diventando difficile per me volere fare un accordo con l’Iran, perché si stanno comportando molto male”.

Chi era in cerca ieri di chiavi di lettura di queste notizie non poteva fare a meno di imbattersi in un illuminante articolo del Jerusalem Post  che riprendeva un lancio dell’agenzia di stampa iraniana Fars veicolato più o meno contemporaneamente alla notizia della presunta rete Cia.

Nel dispaccio si sostiene che i baha’i – la minoranza religiosa autoctona perseguitata dagli ayatollah – stiano portando avanti “numerosi piani di spionaggio” ai danni dell’Iran. Lo starebbero facendo, sostiene l’agenzia, su istigazione del “principale centro della setta in Israele”, con riferimento al tempio edificato dai baha’i sul Monte Carmelo ad Haifa per metterlo al riparo dalle ritorsioni khomeiniste.

Come osserva il Jerusalem Post, questo “genere di articoli, che incitano contro le minoranze religiose, sono raramente tradotti in inglese, per permettere al ministro degli Esteri iraniano Javad Zarif e ad altri di imbiancare la reputazione del paese quando parlano al pubblico occidentale come (Zarif) ha fatto la settimana scorsa”.

E con questo, è davvero tutto.

 

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