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Che cosa produrranno le fibrillazioni fra i partiti al governo?

Governo

Le tensioni nel governo finiranno per coinvolgere anche Mario Draghi? L’analisi di Gianfranco Polillo

L’avvicinarsi delle prime scadenze elettorali – mancano meno di 15 giorni – crea fibrillazione tra le principali forze politiche italiane. L’incertezza del possibile esito alimenta le paure dei leader, consapevoli dei rischi, anche personali, che sono collegati al responso popolare. Già in altre occasioni, elezioni di stampo locale, hanno determinato piccoli e grandi ribaltamenti, riflettendosi, a volte, sulla stessa tenuta del Governo. La presenza di Mario Draghi, a Palazzo Chigi, dovrebbe scongiurare quest’ipotesi, anche se non è detto. A seconda dei risultati vi potrebbero essere delle accelerazioni – cogli l’attimo! – specie se dalla competizione dovesse emergere un quadro molto diverso dagli attuali equilibri parlamentari. Perché aspettare le scadenze naturali: il ferro va battuto finché è caldo.

Tutto regolare? Semplice logica politica? Guardando con distacco alle vicende italiane, non si direbbe. Negli altri Paesi europei, tanto per fare un paragone, tutto ciò non accade. Vi possono essere – è vero – fenomeni di compulsione elettoralistica, come avvenne in Spagna nel 2019, quando gli elettori furono nuovamente chiamati alle urne dopo solo mesi. Ma si trattava comunque di elezioni politiche generali e non certo di scegliere il sindaco, o meglio l’alcalde, di qualche piccola città. Ed allora questa nuova anomalia italiana va, in qualche modo, spiegata, tirando in ballo fattori più di tipo culturali che politici. Dopo gli anni in cui si è celebrato, in ogni modo, la necessità di un “nuovo inizio”, si è tornati, in qualche modo, ai fondamentali. La consultazione ossessiva dei sondaggi, quale strumento sul quale fondare il proprio allure programmatico, sta progressivamente cedendo il passo alla solidità delle più antiche tradizioni.

Da una parte il Pd, le cui radici affondano nella più vecchia cultura comunista, socialista, riformista, o comunque solidarista; dall’altra Fratelli d’Italia: figlia delle più antiche tradizioni della destra italiana. Da quella di Massimo D’Azeglio, Camillo Benso di Cavour, Quintino Sella a quella di Benito Mussolini, passando ovviamente per Giovanni Gentile e Giuseppe Bottai. In mezzo una galassia dai confini incerti, se si escludono Matteo Renzi e Carlo Calenda (figli irriverenti dello stesso Pd), alla perenne ricerca di una rappresentanza solleticante gli interessi più corporativi di una base irrequieta, che vorrebbe cancellare con un tratto di penna le turbative derivanti da un’evoluzione storica esogena rispetto ai propri interessi più immediati.

Il Covid prima, ma ancor di più l’invasione russa dell’Ucraina hanno creato più che un solco, una vera e propria faglia tra questi due mondi, dopo aver scremato il sentiment dei singoli gruppi politici. Ne è derivata una maggiore possibilità d’intesa tra quei partiti che una volta erano all’estremo dello spettro politico italiano, ed una crescente lontananza dagli altri. Quel magma indistinto di cui si diceva in precedenza: fatto di ambiguità, ammiccamenti, quando di non vere e proprie cointeressenze con quelle potenze decise a giocare un ruolo diverso nei futuri assetti geopolitici del Mondo. Vale a dire la Russia da un lato e la Cina dall’altro.

Si pensi solo alla missione russa, in Italia, durante il Covid. Quel peregrinare di sanitari, ma più che altro di militari, in giro per l’Italia, le bandiere bianco, blu e rosso, della Federazione dispiegate al vento. Il libero accesso concesso loro in tanti luoghi sensibili della sanità italiana: dove si stavano ultimando le ricerche fondamentali sul genoma del Covid. Oppure alla richiesta di aiuti rivolta a Cuba, scelta maturata nell’ambito di relazioni personalissime tra gli addetti allo staff del Presidente del Consiglio del Governo giallo verde. Per non parlare, infine, del memorandum sulla via della seta firmato, in pompa magna, a Palazzo Chigi tra Giuseppe Conte ed il Presidente cinese Xi Jinping. A distanza di pochi mesi – dal marzo 2019 – che cosa rimane di quello sforzo diplomatico? Nulla se non l’equivoca invocazione contro la fornitura di armi all’Ucraina, che avrebbe come inevitabile conseguenza la capitolazione di quel popolo di fronte alle soverchianti forze d’invasione russe.

Si dirà che a monte di quelle scelte era l’insofferenza verso un’Unione europea malata di burocrazia, dominata da un asse – quello franco-tedesco – destinato a conculcare la sovranità degli altri Stati. Il che era, almeno in parte, vero. Se non si fosse notato, nello stesso tempo, l’assoluta incapacità delle élite italiane di contrastare scelte ritenute lesive dell’interesse nazionale. Il che avrebbe richiesto una presenza assidua e qualificata delle varie delegazioni italiane in quel di Bruxelles. Chiedete per favore a qualche sherpa italiano ed avrete risposte più che imbarazzanti sul dilettantismo, per non dire di peggio, di tante visite improvvisate, all’insegna del “mordi e fuggi”. Quelle mancanze, ma così non era stato per la Bce diretta da Mario Draghi, avevano contribuito a creare un distacco crescente tra l’opinione pubblica italiana ed il resto del Continente. Ed allora, piuttosto che andare alla radice di quello sconcerto, era stato meglio caricare la dose, rivolgendosi a russi e cubani.

Le scelte di Putin e quella della stessa Europa, con la NGUE di 1800 miliardi di euro, hanno rimesso a posto le cose. Fatto vedere da che parte era la ragione. Al punto che lo stesso gruppo dei Paesi Visegard (Ungheria, Polonia, Slovacchia e Repubblica ceca), fortemente critico nei confronti dell’UE e in qualche modo punto di attrazione dei nostri presunti innovatori, si è sciolto come neve al sole. Facendo riemergere tutte le discriminati di fondo che, come si diceva all’inizio, caratterizzano la storia del nostro Paese. E che ora sono destinate a condizionare, in un modo difficilmente prevedibile, anche i prossimi risultati elettorali.

Sono questi gli elementi che stanno terremotando il panorama politico italiano. Finiranno per coinvolgere anche Mario Draghi? Il Presidente sembra non voler demordere. Lo dimostra la rapidità con cui, nei giorni passati, di fronte all’ennesimo assalto di Giuseppe Conte e la melina di Matteo Salvini, ha convocato il Consiglio dei ministri ed imposto l’agenda di governo. Alcuni commentatori, tuttavia, facendosi scudo di sondaggi che mostrerebbero un leggero décalage, hanno alzato i toni. Il “Governo dei migliori” sta mostrando la corda. La rivoluzione annunciata è una bolla di sapone. Le riforme sono al palo. Sarà anche vero, ma proviamo ad immaginare cosa sarebbe oggi l’Italia se al governo fosse ancora Giuseppe Conte. Avrebbe forse udienza da Vladimir Putin, ma il credito dell’Italia in Europa ed in Occidente sarebbe pari allo zero. Ed è difficile prevedere che dopo il “salario di cittadinanza” o i pasticci sulle pensioni l’economia italiana sarebbe più rosea e pimpante. Quindi cari censori un po’ di pazienza, soprattutto cautela nel tranciare giudizi.

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