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Che cosa penso del discorso (molto politico) di Mattarella il 31 dicembre

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L’analisi di Guido Salerno Aletta

 

Un discorso molto politico, quello che il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha svolto in occasione degli auguri per il nuovo anno. Abilmente, come in una composizione musicale, ha costruito una tambureggiante armonia tutte le volte che si è riferito direttamente o indirettamente al governo, riservando alla melodia i continui e ariosi richiami alla «esigenza di sentirsi e di riconoscersi come comunità di vita», con un continuo riferimento al futuro da costruire.

Emerge in questa tessitura un totalizzante richiamo al solidarismo, tutto di matrice cattolica, quasi che esso sia ormai l’unico collante sociale. Non per un caso, non vengono mai usate le parole «operai», oppure «fabbriche»: fanno parte di un lessico novecentesco che va abbandonato, dacché richiama storiche contrapposizioni. Tutto il contesto sociale va invece amalgamato, stemperando conflitti e superando contrapposizioni, nella costruzione della comunità: una visione alternativa, se non avversativa rispetto alle istituzioni statuali, centrali o decentrate che siano.

Le istituzioni sono quelle della sussidiarietà, il terzo settore, con il contributo degli onnipresenti volontari che arrivano dove le istituzioni non sanno o non possono, scandisce ogni passaggio: più che punteggiare il discorso, ne rappresentano l’architrave. Il tema dell’immigrazione incontrollata, così divisivo e su cui la Lega ha costruito gran parte della campagna elettorale, fa da contrappunto alla narrazione sulla creazione della comunità, senza mai essere citato direttamente.

Il Presidente usa un artificio retorico: condivide che, «certo, la sicurezza è condizione di un’esistenza serena», salvo poi aggiungere che «la sicurezza parte da qui: da un ambiente in cui tutti si sentano rispettati e rispettino le regole del vivere comune». Riduce dunque il problema della sicurezza e dell’immigrazione al rispetto degli altri e delle regole, derubricando quella che è in molte aree una vera e propria crisi della convivenza civile. Per questo, l’augurio di buon anno, rivolto in fine «ai cinque milioni di immigrati che vivono, lavorano, vanno a scuola, praticano sport nel nostro Paese» è apparso un po’ troppo enfatico. Il martellamento verso l’esecutivo era già nell’incipit della allocuzione: «Siamo nel mondo dei social, in cui molti vivono connessi in rete e comunicano di continuo ciò che pensano e anche quel che fanno nella vita quotidiana».

Una constatazione che può essere letta come un riferimento alla continua presenza sui social del vicepremier e ministro degli Interni Matteo Salvini, che di recente si è messo a descrivere puntigliosamente ciò che ha mangiato, sia pur frettolosamente, all’ora di pranzo, lasciandosi riprendere con pane e Nutella in mano a Catania, a poche ore dalla ripresa delle eruzioni dell’Etna. Immagine che, vista la coincidenza, è stata subito giudicata inopportuna.

Come se non bastasse, il Presidente si è detto contrario alla «tassa sulla bontà», che è stata introdotta con la legge di Bilancio: un’altra bastonata. La questione relativa alla manovra di bilancio è stata affrontata con altrettanta decisione: aver scongiurato la apertura di una procedura di infrazione «per il mancato rispetto di norme liberamente sottoscritte è elemento che rafforza la fiducia e conferisce stabilità. La compressione dell’esame parlamentare e la mancanza di un opportuno confronto con i corpi sociali richiedono adesso una attenta verifica dei contenuti del provvedimento».

Quest’ultima affermazione ha una portata istituzionale dirompente, se venisse interpretata letteralmente: è come se la legge di bilancio, approvata e promulgata sotto la pressione dei tempi, abbia un regime di provvisoria legittimazione. La locuzione usata, «attenta verifica dei contenuti del provvedimento», non ha precedenti, visto che subito si aggiunge: «Mi auguro vivamente che il parlamento, il governo e i gruppi politici trovino il modo di discutere costruttivamente su quanto avvenuto; e assicurino per il futuro condizioni adeguate di esame e di confronto».

Più che formulare gli auguri, ci sono due messaggi: l’auspicio di un’Italia che sappia «farsi comunità», in senso cattolico, a prescindere dagli schemi ordinamentali e dalla rappresentanza politica nazionale, in un involucro istituzionale che è solo quello europeo; un governo, bizzarro e recalcitrante, sottoposto a un’occhiuta vigilanza. Buon anno.

(pubblicato su Mf/Milano Finanza)

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