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Che cosa pensava Cesare Romiti di Fca

di

cesare romiti

L’intervista a Cesare Romiti pubblicata a fine 2018 dal quadrimestrale di Start Magazine 

 

Cesare Romiti è morto all’età di 97 anni nella sua casa di Milano. Riportiamo di seguito l’intervista rilasciata dal manager ad ottobre 2018 al quadrimestrale di Start Magazine dal titolo “Mi -To, può decollare l’asse dell’innovazione?”.

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Cesare Romiti non ha bisogno di particolari presentazioni: è stato al vertice della Fiat per oltre venti anni, a capo di Rcs e di Impregilo. Oggi a 95 anni, è presidente onorario della Fondazione Italia Cina, la sua creatura nata nel 2003 con lo scopo di presentare al meglio l’Italia come “Sistema Paese” in Cina. Ha vissuto per ragioni di lavoro sia a Torino che a Milano. Il manager romano, che nel 1976 prese la guida della Fiat di Gianni Agnelli, ha una visione chiara di dove stai andando il sistema-Italia e dei difetti che lo attanagliano. Primo fra tutti il non saper fare squadra.

Dottor Romiti, abbiamo scelto di dedicare questo numero di Start Magazine all’asse Mi-To quale nuovo asse per la crescita fondato sull’innovazione, pensa che rischiamo di essere anacronistici, magari rimandando a vecchie suggestioni come il triangolo industriale?

Non mi sembra assolutamente anacronistico, anzi mi richiama alla mente quando fra Milano e Torino furono fatti dei tentativi di creare un asse tra le due città. Personalmente me ne sono occupato come amministratore delegato della Fiat insieme all’allora sindaco di Milano, Carlo Tognoli, anche se il nostro tentativo non ebbe successo. Allora, come oggi, l’idea ci sembrava giusta e certo non suona fuori tempo ma credo che continui ad avere il suo valore. Per questo condivido la scelta del richiamo e auspico che questa sia la volta buona perché l’asse della Milano-Torino diventi davvero portante per la crescita fondata sull’innovazione.

Uno dei difetti che caratterizza, da sempre, noi italiani è che non siamo portati ad aggregarci. Anche nel caso di Milano e Torino questo si è verificato spesso. Penso alle diatribe sul Salone del Libro oppure alla recente occasione, mancata, di presentarsi insieme candidate per le Olimpiadi del 2026. Non facciamo sistema, è anche questa una delle ragioni che ci porta a crescere poco?

Sì, anche questa è una ragione che ci porta a non crescere molto. È un difetto di noi italiani, lo vediamo anche nei confronti di potenziali partner stranieri con i quali non riusciamo a coagulare delle iniziative. Gli anni passati, come amministratore delegato della Fiat, mi sono sforzato di raggiungere e sono riuscito ad ottenere degli accordi con importanti aziende straniere, cito in particolare la francese Alcatel e la tedesca Daimler-Benz.

Lei è stato a capo della Fiat per oltre venti anni e poi al vertice di Rcs, conosce bene sia Torino che Milano, come sono cambiate nel tempo?

Sono molto cambiate e in particolare mi riferisco a Milano: trovo che i cambiamenti effettuati siano stati in meglio, sia nel campo industriale sia in quello culturale, e voglio in particolare citare le università di Milano.

Sulla scelta del nuovo management di Fca lei è stato molto severo, non essendoci alcun italiano tra i capi del gruppo. Fca oramai sempre più lontana dall’Italia?

Quella osservazione l’avevo fatta in occasione del rinnovo delle cariche per la prematura dipartita dell’amministratore delegato, Sergio Marchionne, e ho semplicemente constatato che le nomine fatte in quell’occasione riguardavano quasi tutte stranieri e mi sono meravigliato non fosse stato scelto nessun italiano per la Fiat, da sempre fucina di personaggi di livello che hanno contribuito alla crescita del nostro Paese.

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