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Che cosa non può (e non deve) fare il premier Conte

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Forse le elezioni non sono alle porte. Ma la necessità di una verifica con il corpo elettorale diventa pressante, come unico rimedio all’inevitabile palude. Questo è il dilemma che Conte è chiamato a dipanare. Il commento di Gianfranco Polillo

 

Se non è stata nemesi storica poco c’è mancato. Ieri nell’Aula austera di Palazzo Madama è emerso all’improvviso il fantasma della Prima Repubblica. Il presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, che ne richiama la centralità. Lui che non è stato nemmeno un eletto del popolo. I 5 stelle che compiono il loro piccolo Aventino, uscendo in massa dall’emiciclo, in segno di protesta. Contro chi è contro cosa, non c’è assoluta certezza. Può essere per la decisione (tardiva) da parte del presidente di dire: Si Tav. Come pure per i riflessi mefitici del Russiagate. Conte che si è prestato a rispondere invece di Salvini.

Al di là dei singoli episodi, un dato è certo. Nei momenti di crisi il Parlamento riacquista una sua centralità. Unico organo costituzionale di carattere permanente, che è sempre incombente sulla scena politica. A differenza degli altri poteri dello Stato, non ha infatti intermittenze. È vigile e pronto a riconvocarsi immediatamente anche durante le feste comandate. Ma non è per queste qualità che il presidente del Consiglio si è speso nel corso del suo intervento. Piuttosto per richiamare all’ordine i suoi danti causa: Luigi Di Maio e Matteo Salvini. Se crisi dovrà essere essa, a differenza della Prima Repubblica, non sarà di natura extraparlamentare. Ma sarà sancita da un voto delle due Camere, cui rimettere il mandato per poi attendere le successive decisioni.

Nessuna crisi al buio, come avveniva in passato, spesso via obbligata per le successive elezioni anticipate. Ma ricerca di maggioranze, anche alternative, per dare continuità alla legislatura ed evitare il trauma per i molti parlamentari dall’incerto mestiere. Quanto sia realistica questa prospettiva è cosa tutta da dimostrare. Al momento non sembrano esserci i numeri per maggioranze di tal fatta. Soprattutto se costruite intorno ad un leader che, fino a ieri, era solo un avvocato. Con tutto il rispetto per questa nobile professione. Anche se il personaggio ha dimostrato grandi capacità di apprendimento e un’agilità insospettata nel muoversi nel labirinto della politica italiana.

Ma non è solo questione di aritmetica. L’eventuale armata da riunire intorno a Giuseppe Conte non è un esercito, ma un insieme di pattuglie, ciascuna delle quali risponde a un proprio capo politico. Molti dei quali – a partire da Silvio Berlusconi e Nicola Zingaretti – sono fuori da quei Palazzi. Problema facilmente risolvibile se i rispettivi luogotenenti fossero disposti a seguirne gli indirizzi. Ma sia all’interno del PD che di Forza Italia, i dissidi sono profondi e radicati. Quindi non sarà semplice ricomporre il tutto. Visto che, in molti casi, le diverse posizioni sono difficilmente negoziabili.

Non è la sola difficoltà. Nella Prima Repubblica non esistevano “uomini soli al comando”. Esistevano “cavalli di razza”, come Fanfani e Moro. Ma supportati da un gruppo di dirigenti più ampio. Che, all’occasione, potevano svolgere ruoli di primo piano. Si prenda solo il caso di Giovanni Gloria, rappresentato nelle vignette di Forattini da un uomo senza volto, un po’ per fatti personali un po’ per sottolinearne la presunta irrilevanza. Ed invece si deve a lui, una volta diventato presidente del Consiglio, l’impostazione più rigorosa della politica di bilancio, con l’indicazione della necessità di avere un avanzo primario, per garantire la copertura della spesa per interessi.

Dove sono ora queste riserve della Repubblica? Quel vivaio è stato devastato da un ibrido istituzionale: mezza repubblica parlamentare e mezza presidenziale. Sistemi per alcuni versi incompatibili. Nel primo caso la selezione dei gruppi dirigenti è frutto di complesse alchimie. Pesano gli interessi dei gruppi che ciascuno è chiamato a rappresentare. Una forza autonoma che incide nei successivi equilibri parlamentari: luogo di mediazione e di sintesi. Nel secondo, invece, esiste un rapporto più diretto tra il leader politico – sia questo il “capo politico” o più semplicemente il “Capitano” – e il corpo elettorale, che gli concede una delega piega. Che, difficilmente, può trovare succedanei nei momenti di crisi.

Forse le elezioni non sono alle porte. Ma la necessità di una verifica con il corpo elettorale diventa sempre più pressante, come unico rimedio all’inevitabile palude. Questo è quindi, seppure in modo schematico, il dilemma che Giuseppe Conte è chiamato a dipanare. Può evocare antiche tradizioni parlamentari. Ma non è più quello il contesto in cui opera la politica italiana. Non tenerne conto, può solo alimentare una nuova grande illusione. Come è stata l’idea che alla fine la Tav potesse essere bandita.

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